Jukka Reverberi e Max Collini hanno appena concluso la data romana del loro concerto-spettacolo Spartiti, che li porta in giro per l’Italia da molti mesi. Dopo essere stati dietro al banchetto dei dischi, tra la bandiera del PCI e le numerose produzioni dei due (Offlaga Disco Pax/Giardini di Mirò), chiediamo a Max di rispondere a qualche domanda, consapevoli che quest’ultime saranno più di quelle previste.
Abbiamo imparato a conoscere Max Collini attraverso le sue canzoni, capaci di far sorridere e di essere intime e toccanti allo stesso tempo: storie, viaggi, amici, affetti, la passione per lo sport e per la politica. Questa volta volevamo parlare anche di come si convive con il ricordo degli Offlaga Disco Pax e di tutta l’attesa nata attorno al disco di Spartiti, in uscita prossimamente.
Ciao Max, quanto influisce la tua volontà nella decisione del sound, sia negli Offlaga che in Spartiti?
Banalmente il mio compito è quello di scrivere una storia, poi ho un potere quasi assoluto su come cucirla sulla musica, agendo sugli stacchi e lavorando sulla metrica, sui vuoti e sui pieni, scegliendo le parole che danno poi la caratterizzazione ai brani. Non sono un attore, non ho mai studiato recitazione, però ho sposato l’emotività, ed è quello che cerco di trasmettere, una cosa che in Spartiti, prevale spesso su tutto il resto.
Quanto materiale, tra quello che tu scrivi per i tuoi progetti musicali, viene scartato?
Io scrivo poco, sono pigro, lento e da quando nacquero gli Offlaga Disco Pax ho scritto ancora meno. Ero partito che scrivevo tanto e dieci anni dopo eccomi qui, sempre all’ultimo, sempre in ritardo sui tempi. Spartiti è costruito con delle cose che avevo nel cassetto, d’altronde non tutto quello che avevo scritto poteva piacere ad Enrico e Daniele (Fontanelli e Carretti n.d.r.). Alcune cose poi le ho proposte a Jukka Reverberi. Offlaga Disco Pax e Spartiti sono due storie molto diverse e ci tengo a rimarcarlo. Diverso l’approccio alla narrazione, diversa la sensibilità musicale, diversa la dimensione dal vivo. È normale e anche giusto che sia così.
Per un progetto come Spartiti, quanto sono importanti le prove?
Sono state importanti all’inizio, per costruire un’amalgama fra me e Jukka, un comune sentire. Adesso invece abbiamo questo rapporto epistolare, ci scriviamo tantissimo, nonostante il fatto di abitare molto vicini. Per esempio su un brano che abbiamo fatto questa sera Jukka mi ha mandato la base dicendomi «vedi se ti piace», a me piaceva da morire e così è nata Trecento lire: mi sono messo con il mio testo davanti al computer una sera alle undici, nel mio ufficio, a provare con Jukka senza che Jukka ci fosse. Adesso siamo alla trentesima replica e abbiamo raggiunto una padronanza dello spettacolo molto più forte, che però è nata sui palchi, suonando sempre. L’ultima prova “fisica” con Jukka risale a sei mesi fa, per dire.
Raccontaci il tuo rapporto con la fama, non avendo un background nella musica indipendente italiana.
Ho iniziato questa piccola carriera a 36 anni, che è un’età in cui molti di quelli che dici tu smettono, perché magari non hanno trovato la loro strada. Io non ho mai avuto nessuna velleità e non avevo mai pensato di finire su un palco. D’altronde non so cantare, non recitare, non so suonare, che ci sarei andato a fare? Mi ci hanno messo Enrico e Daniele tanti fa ed è stata una loro intuizione, che io all’inizio vivevo con parecchio sgomento. Con il palco ho un rapporto dialettico ancora oggi, questa cosa ha tirato fuori una parte di me che non sapevo di avere. Mi piace l’aspetto emotivo, la comunicazione, l’empatia, e queste cose mi fanno stare bene, però non è mai stata per me un’esigenza primaria, per cui ad un certo punto è come se io mi fossi trovato a realizzare i sogni di qualcun altro, una cosa che mi fa, alle volte, sentire un po’ in colpa. Mi è andato tutto bene senza averlo cercato. L’intuizione di Enrico Fontanelli, che un giorno venne nel mio ufficio e mi disse che voleva provare a usare i miei racconti in un modo che a me non sarebbe mai venuto in mente, ha cambiato completamente la mia vita negli ultimi dieci anni. Magari da altri punti di vista me ne ha tolte delle altre, ma non si può avere tutto.
Nino Rucola, il nostro esperto di politica, ha stilato la classifica dei migliori politici socialisti mettendo al primo posto Dubček, poi Tito e Pol Pot. Al quarto posto Stalin «perché qualche cazzata l’ha fatta». Chi sono i primi tre, secondo te?
Nella top tre dei folli Kim il Sung non lo batte nessuno. La surreale pazzia del “presidente eterno” coreano stava nel mettere insieme la dottrina marxista, per farla diventare una dittatura del proletariato a suo uso e consumo, e la spiritualità orientale. Per capirci: la comunicazione della Corea del Nord negli anni di Kim Il-Sung si svolgeva attraverso questi acquerelli simbolici, tipici di quell’arte, con lui che va a parlare in qualunque luogo, con accanto i resoconti giornalistici pieni di retorica, e nell’immagine c’è sempre Kim Il-Sung che parla ad un cerbiatto, un camoscio, un uccellino che si fermano ad ascoltare, anch’essi rapiti dall’estasi, il padre della patria. Una specie di San Francesco dell’estremo oriente. Da un punto di vista più serio, parlando di chi ha tentato una strada profondamente socialista rinunciando ad una prospettiva dittatoriale, ci sono delle figure straordinarie come Dubček e Imre Nagy, che sono più legate ad una sconfitta legata al valore delle idee rispetto alle questioni militari e del potere. Spenderei una parola anche per Salvador Allende.
Passando all’Italia, quale è stato il miglior segretario del PCI e perché?
È ovvio che per chi ha la mia età, la figura assoluta di riferimento è quella di Enrico Berlinguer, anche per la statura morale (che è una parola che oggi non va tanto di moda), che è enorme rispetto alla pochezza dell’oggi. Credo che chiunque, anche uno di destra, non possa non rispettare la sua memoria. Forse in Italia ne abbiamo fatto un’icona e non era un uomo scevro da difetti, però se tu ascolti Berlinguer parlare ti accorgi che l’autorevolezza e la coerenza tra l’uomo e il politico erano fortissimi.
Come erano i rapporti con i gruppetti della sinistra extra-parlamentare nei primi anni ottanta?
Io appartengo ad una generazione che la sinistra extra parlamentare l’ha vista da lontano. Ho cominciato a fare politica in pieno riflusso, con i gruppi che si scioglievano. Reggio Emilia è una città piccola dove l’egemonia del PCI era assoluta, per cui di extraparlamentari ne abbiamo visti pochi. A volte però si confondono gli extraparlamentari con cose molto più complicate: cioè una cosa è Lotta Continua, una cosa è Autonomia Operaia e una cosa sono le Brigate Rosse. Nel mondo di oggi, soprattutto per le nuove generazioni, si fa presto a mettere tutto assieme e a non fare dei distinguo. Da persona che trovò nel PCI il suo riferimento ideale, qualunque cosa si trovasse alla sua sinistra mi è sempre sembrata un po’ velleitaria, soprattutto vedendo che fine hanno fatto quei dirigenti che allora consideravano il PCI il nemico e che una volta sciolto si diedero da fare per resuscitarlo, senza successo e vergogna, per anni e anni, rivendicando una storia che avevamo sempre criticato, naturalmente da sinistra. Se vogliamo parlare invece della lotta armata e di quegli anni settanta così violenti e così difficili, il mio giudizio storico prima ancora che personale, sulle Brigate Rosse e sulle altre organizzazioni armate meno strutturate, è un giudizio totalmente negativo. Fu un errore politico gigantesco quella scelta scellerata che si portò dietro delle responsabilità enormi. Quando vedo ancora adesso persone un po’ affascinate da quella mitologia penso a quanto furono grandi e a quanto in parte lo siano ancora oggi, quelle responsabilità. Da Renato Curcio a Nadia Desdemona Lioce io vedo, dal mio punto di vista senza eccezione alcuna, una fila interminabile di colossali teste di cazzo, non solo di sedicenti rivoluzionari di ‘sta fava.
Raccontaci del tuo rapporto con lo sport, presentissimo anche nelle tue canzoni.
Seguo molto lo sport, da sempre, ma sono diventato sempre più nel tempo, ahimé, uno sportivo “divanizzato”. Mi piacciono molto le storie dei perdenti di successo. A me non verrebbe mai la voglia di scrivere un racconto su Pantani, io lo devo scrivere su Van der Velde. Difatti ho scritto una storia su Yashchenko, non su Bubka, perché il campione istituzionalizzato e universalmente riconosciuto non ha bisogno di venir ricordato, men che meno da me. Mi diverte di più tirare fuori situazioni sconosciute ai più e che possano incuriosire per dare un’altra chiave di lettura sullo sport e sulla vita e la società in generale. Perché scrivere su Kobe Bryant, per dire? Anche se a pensarci bene, da reggiano ne avrei da dire su Kobe, cose che voi umani non potreste nemmeno immaginare. Vi dico solo che Kobe capisce il dialetto di Reggio Emilia e un po’ lo parla anche. Non sto scherzando. Parla italiano perfettamente, e non è certo figlio di italiani. Ora vorrete sapere perché, ma non ve lo dico.
Tu non ti definisci un cantante, ma se potessi prendere la voce di qualcuno, quale sceglieresti?
In queste settimane e in questi mesi ho cantato invece, anche se con i miei limiti. Sono stato ospite in alcune date estive del tour degli ex CCCP e ho fatto dei brani dove in qualche modo dovevo essere intonato (più o meno) e dove non potevo limitarmi a declamare. Cantare Tu menti e altri brani di quell’epopea straordinaria è stata un’emozione molto forte ed un’esperienza bellissima, non posso che ringraziare Massimo Zamboni per la possibilità che mi ha concesso, perché per uno come me, con la passione che ho per quel gruppo e quella storia, è stata una emozione fortissima. Comunque io non canto non solo perché le mie narrazioni non si prestano, ma anche perché mi mancano gli strumenti tecnici propri del canto. Però se uno sta molto attento e non si butta in cose di cui non è in grado, può sempre inventarsi qualcosa. Temo non avverrà, non è esattamente il mio campo di gioco, ne converrete. Se dovessi indicare invece una voce che ritengo bellissima, opterei per Jeff Buckley, perché mi piace vincere facile.
Immaginandoti musicista, che strumento vorresti suonare?
Mi piace tantissimo il basso. Non escluderei prima o poi di comprarmene uno e mettermi lì senza dir niente a nessuno. Poi un giorno arrivo, faccio due o tre riffoni da urlo e dico «avete visto stronzi? Son capace anch’io!» (ride n.d.r.).
Hanno più senso di esistere gli Offlaga Disco Pax?
Enrico è stato il fondatore del gruppo, ed è stato l’uomo che ha incarnato l’anima artistica del progetto ed è stato colui che ha tenuto insieme le cose dal punto di vista artistico appunto. Era una presenza centrale, anche se all’apparenza un po’ defilata per via del suo carattere molto schivo.
In questo momento pensare agli Offlaga che vanno avanti così, a cazzo, senza di lui, mi sembra difficile da immaginare. Però esiste ed esisterà sempre tutto quello che abbiamo fatto fino ad oggi, io e Daniele siamo convinti che non possa essere semplicemente messo via e chiuso in un cassetto. Cercare di interpretare ora i desideri di Enrico in materia è un esercizio abbastanza complicato, era una persona timida ma assai risoluta e non è facile immaginarsi cosa avrebbe voluto o non avrebbe voluto, quindi penseremo semplicemente e in accordo con la sua famiglia a fare solo le cose che reputeremo giuste, sperando di andare almeno vicini a quella che era la sua sensibilità.
Quindi non vedremo mai gli Offlaga Disco Pax con un’altra formazione?
Mai è un tempo molto lungo, non mi piace prevedere il futuro a lungo termine e non ne sarei capace, ma è certamente vero che andare avanti come se niente fosse non avrebbe molto senso.
La cosa importante per me e credo anche per Daniele è che il nostro sia stato un amore talmente grande per quello che abbiamo fatto insieme che possa, in qualche modo, sopravvivergli. La sua musica e la sua creatività erano straordinarie e credo sia dovuto valorizzare quel lavoro, quella dedizione, quell’intuizione e quel talento grandissimo che aveva e che ha messo in tutto quello che è stato.
Foto di Giulia Naldini e Marco Quinti