Il film è meglio del libro: Hollywood, Bibbia e conversioni di massa nel 2015
Sul finire dei suoi primi dieci anni, qui compiamo una piccola rivoluzione, abbandonando il nostro formato classico – quello del magazine culturale a cadenza vagamente quotidiana – per presentare ogni mese un solo saggio e un solo racconto. Da queste pagine 24 autori ogni anno proporranno il loro filtro sul reale, manipolando inevitabilmente la personalità di Dude mag: ed è una cosa che ci rende enormemente curiosi.
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Il film è meglio del libro: Hollywood, Bibbia e conversioni di massa nel 2015

Stiamo per assistere all’inizio di un diluvio universale che in Italia si riverserà nei prossimi mesi con nuovi colossal tratti dal Vecchio e Nuovo Testamento.

A dispetto di tutti quelli che si erano anticipati i compiti pronosticando verso novembre una panoramica generale sui film usciti nel 2014, ecco che dicembre si è rivelato un mese decisivo per dichiarare l’anno appena trascorso quale punto di partenza per il nuovo sposalizio contratto da Hollywood e il Cristianesimo. E quindi ci dispiace per Matthew McConaughey, benché abbia deciso di cavalcare l’onda giustapponendo la sua faccia un po’ su tutte le pellicole fin da quando si è trovato a essere in odore di oscar. Non è il tuo turno, Matt. Accontentati del fatto che la gente abbia imparato a pronunciare/scrivere il tuo nome per quest’anno.

Il risultato comunque è questo: stiamo per assistere all’inizio di un diluvio universale che in Italia si riverserà nei prossimi mesi con nuovi colossal tratti dal Vecchio e Nuovo Testamento. Il primo in lista è Exodus di Ridley Scott e Cristian Bale, che prova a salvare tutti questa volta nei panni di Mosè; seguirà ben presto Mary, Mother of Christ, presentato come il tanto attesto «prequel a la Passione di Cristo», insieme all’inquietante sottotitolo che più che altro sembra un ultimatum da gang mafiosa negli anni del proibizionismo: you will believe.

A partire dallo scorso marzo, stanchi dei vampiri, dei morti viventi, delle hunting presences, il soprannaturale ha ripreso ad attingere dal longseller più conosciuto al mondo, ovvero la Bibbia. Del resto, era stato proprio questo il primo caso di film tratto dal libro, in una società non propriamente costituita ancora da lettori forti, ma che sicuramente prendeva parte ai reading della domenica molto più della nostra intellighenzia intellettuale.

Hollywood e mitologia cristiana si erano già incontrati negli anni d’oro degli studios, molto più di mezzo secolo fa. Si parla dei tempi di Ben Hur e dei Dieci Comandamenti. Poi è arrivato Scorsese a incrinare i rapporti con il controverso e provocatore L’ultima tentazione di Cristo, un film che ha cercato di aprire gli occhi sul concetto di sesso, storicamente attestato nella Palestina dell’epoca, e che tuttavia ha riportato l’effetto contrario: mani davanti agli occhi degli spettatori da parte della Chiesa Cattolica che in quel 1988 decise di boicottare la pellicola.

La pacificazione è arrivata per mano di Mel Gibson, che con The Passion (2004) aveva deciso di celebrare la sua fede davanti agli occhi del mondo tutto attraverso l’aiuto del grande schermo. Alle porte di Pasqua 2014, dieci anni dopo, è toccato a Noah e il suo cast stellare che ha messo insieme il Gladiatore, Hermione Granger e Hannibal Lecter tutti insieme su un’arca costruita tra Messico, Islanda e Mississippi.

Si potrebbe pensare al fatto che alla fine, dopo tanto lavoro svolto alle uscite delle metropolitane, quegli opuscoletti sul risveglio, il creazionismo e le domande esistenziali, siano stati letti e assimilati quantomeno dalle menti degli sceneggiatori americani. Che loro possano incarnare una sorta di nuova figura di profeti pronta a redimere l’umanità dalla perdizione della rete, questa è un’ipotesi. Ritornare al cinema, dopo anni frenetici di Black Mirror e libero pensiero, è senza dubbio un’idea da tenere in considerazione e che certamente qualche complottista starà già impreziosendo di tesi a favore. Tuttavia, di fatto, ragioni di controllo sociopolitico dovrebbero considerarsi di secondo piano rispetto alle ragioni economiche; anzi, si potrebbe dire che ne costituiscano più o meno sempre una conseguenza. Bisognerebbe imparare a guardare ai plot a sfondo biblico/religioso non tanto come a materiale dogmatico fondato sulla fede dello spettatore (non solo) ma a generico materiale appartenente alla categoria del soprannaturale neanche troppo differente da quello interpretato dal filone Signore degli Anelli, La Bussola d’oro, Harry Potter, Twilight e morti viventi.

Il soprannaturale di qualunque tipo appartiene a una riflessione che lo lega strettamente al mondo delle favole e del meraviglioso. I confini li stabilisce Todorov con grande chiarezza nel saggio La letteratura fantastica nel 1970: in un mondo regolato da leggi naturali, il fantastico è la categoria che pertiene al momento dell’esitazione. Il soggetto (il lettore, in questo caso, ma lo spettatore in tanti altri casi) non riesce a ricondurre il fenomeno a leggi conosciute. Questa esitazione può non risolversi o risolversi secondo due modalità, quella dello strano o quella del meraviglioso. Nel primo caso, il fenomeno è ricondotto a una spiegazione razionale, nel secondo caso, con il meraviglioso, il fenomeno diventa soprannaturale.

Secondo questo ragionamento al successo ai botteghini di Lo Hobbit si fa seguire il pronosticato strike dei film tratti dalla Bibbia e dai Vangeli. Il risultato sarà un successo elevato alla massima potenza, perché se prima il supporto all’ufficio marketing della casa di produzione arrivava in libreria sotto forma di bandella, in questo caso la comunità cristiana evangelica statunitense è già stata ampiamente coinvolta. Larry Ross, che ha curato la campagna del film Exodus per le comunità cristiane americane, ha dichiarato che certamente i pastori non sono invitati a fare pubblicità al film a priori, tuttavia se il colossal si dimostrerà utile a rafforzare la fede nei credenti o fare nuovi proseliti, certamente la pellicola verrà raccomandata. A dirla tutta, si sono già attestati sermoni nei quali alla classica predica è stata alternata la visione dei trailer in questione.

Non c’è dubbio a questo punto che una riflessione sulla potenza del patto narrativo, nel coinvolgimento dello spettatore e nell’identificazione di questo col protagonista andrebbe fatta per valutare la portata del fenomeno culturale che si sta per verificare nel mondo occidentale: nuove conversioni e fondamentalismi cattolici a partire dal grande schermo. Perché se una cosa è sicura, è questa: a livello di intrattenimento c’è solo un caso in cui il film è meglio del libro, e questo è il caso della Bibbia.

Per chi desidera informarsi, comunque, Hollywood non ha mai cercato di nascondere le ragioni effettive del proprio operato. «È successo solo che hanno capito ai piani alti che prendere sul serio le comunità Cristiane poteva essere veramente un ottimo affare», ha detto Phil Cooke, film maker e media-consultant. «Per anni Hollywood ha cercato di catturare l’attenzione di gruppi specifici come ambientalisti o femministe, e solo alla fine si è resa conto che ci sono 91 milioni di cristiani in America».

Se ancora qualcuno crede che questo articolo sia un post contro la fede o contro la religione, ecco, ci tengo a specificare che non lo è. Queste sono faccende private, da meditare in privato. Così come in privato andrebbe fruito questo tipo di pellicole, come generazioni di proiezioni di film porno hanno imposto ai loro consumatori per questioni di buoncostume. E potrebbe essere un porno artistico presentato nei migliori cinema, ma comunque vietato ai minori di una certa età. Allora si potrebbe trattare questo genere di pellicole allo stesso modo: assicurarne la visione solamente a persone anagraficamente capaci di coscienza critica.

Si tratta di colossal girati da registi professionisti con una certa credibilità e attori altrettanto degni di stima, che tuttavia sfruttano alcuni meccanismi propri dello storytelling (il coinvolgimento dello spettatore, il patto narrativo, la persuasione) per portare avanti teorie spirituali che hanno ben poco a che vedere con l’intrattenimento, con la favola, con gli eroi. I profeti del vecchio testamento saranno certamente più persuasivi con il volto di Batman o del Gladiatore, senza neanche dover ricorrere ad argomentare questioni di evoluzionismo vs. creazionismo.

A questo punto, nato da un budget sicuramente più ridotto e con un minore appeal del divo protagonista, God is Not Dead, starring l’Hercules più famoso delle nostre infanzie (Kevin Sorbo), è un film molto più onesto di tutti quelli fino ad ora citati. Si svolge nell’aula di un corso di filosofia nell’ambito del quale, per passare l’anno il professore (Hercules, appunto) impone ai suoi allievi di sottoscrivere una dichiarazione sull’inensistenza di Dio. Da qui la sceneggiatura si tripartisce secondo le fasi di un dibattito tra l’allievo credente-testacalda e il professore fermo nelle sue convinzioni ateiste.

Almeno si tenta di dibattere sull’argomento con ragioni più o meno coerenti, piuttosto che comprare consensi con effetti speciali da milioni di dollari. Almeno, nel volto rassicurante di Hercules, troviamo la figura di un personaggio che non può essere preso poi troppo sul serio, data la parabola che lo ha passato dall’antico mito greco al pieno attivismo evangelico. La storia, quella sì, di un attore che campa come può e cerca di liberarsi in tutti i modi da un personaggio che purtroppo lo terrà prigioniero per sempre. Questo (anche) è epos.

Olga Campofreda
Vive a Londra, dove ha conseguito un PhD in Italian studies (UCL). Come ricercatrice si occupa di rappresentazione della giovinezza e romanzo di formazione, controcultura e culture giovanili. È autrice della monografia “Dalla Generazione all'Individuo: giovinezza, identità, impegno nell'opera di Pier Vittorio Tondelli” (Mimesis, 2020) e del reportage narrativo “A San Francisco con Lawrence Ferlinghetti. Viaggio oltre la Beat Generation” (Giulio Perrone Editore 2019). I suoi articoli sono apparsi su Doppiozero, minima&moralia, Ultimo Uomo, Zarina newsletter, La Balena Bianca, Dude Mag. Collabora con il Festival of Italian Literature in London (FILL). Lavora per la nazionale di scherma della Gran Bretagna.
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