Non ho mai bevuto la leggenda letteraria che per anni ha dipinto J.K. Rowling ragazza madre sola e abbandonata, illuminata dalle muse della letteratura fantasy al bancone di un pub. Ci sono varie cose che non mi quadravano allora e se devo dire quello che non mi quadra oggi, ecco, è una riflessione sul medium della scrittura che coinvolge un laptop poco credibile di metà anni novanta appoggiato sull’umidiccio legname di un tavolo nella periferia di Londra. Un’analisi comparata del ritratto di J.K. oggi – una delle donne più ricche d’Inghilterra – e quello diffuso dalla leggenda costruita dagli stagisti dell’ufficio marketing della Bloomsbury, mostrano la realizzazione di un sogno americano in versione tè delle cinque, eppure mai come in questo caso ogni tentativo di costruire storie sulla storia di un percorso come quello della Rowling rischia di svilire la vera magia dietro tutto questo percorso: nessuna.

Philip Errington ci ha messo cinque anni per fare ordine tra gli archivi della casa editrice alla ricerca di lettere e indizi che potessero ricostruire il processo creativo dei libri di Harry Potter. Il risultato è la storia di un’autrice già pienamente consapevole del suo lavoro, alle prese con la fase artigianale, fisica, della scrittura ma soprattutto della ri-scrittura. La Rowling di queste lettere lotta con il mondo di Hogwarts a tal punto da esserne esausta.
«Finalmente! Ho letto questo libro [il Prigioniero di Azkaban, n.d.r.] così tante volte che non lo sopporto più. Non ho mai letto così tante volte tutti gli altri, ma in questo caso era davvero necessario» – scrive la Rowling alla sua editor Emma Matthewson – «se pensi io debba lavorarci ulteriormente posso farlo, ma non credo ci sarebbero miglioramenti rispetto alle versioni precedenti; i dissennatori sono molto più che semplici presenze, questa volta.».
Nel suo libro Errington inserisce lunghi stralci di dialoghi maturati via mail che descrivono da soli la genealogia della saga e il rapporto della scrittrice stessa con la scrittura. Neanche dopo una risposta entusiasta come quella della Matthewson («semplicemente grandioso, Jo – una trama che ti cattura e non cala mai di tensione») il perfezionismo dell’autrice riesce a porre un freno al lavoro di revisione: «Una fastidiosa nuvoletta è apparsa sullo schermo del mio computer dicendo: “Sembra che tu stia scrivendo una lettera. Ti serve una mano?”. Questo laptop è troppo intelligente per quanto gli riguarda… Sono così esausta di rivedere questo manoscritto che sarà difficile anche solo accennare un sorriso quando mi toccherà leggerlo pubblicamente. Magari questa sensazione andrà via entro l’estate prossima…».

J.K. Rowling: a Bibliography 1997-2013 entrerà presto a far parte del catalogo della Bloomsbury sezione Academic. Oltre al processo quasi filologico, sicuramente storiografico, che svela il rapporto della scrittrice con i suoi editor, c’è anche la storia della società contemporanea, preparata da tempo a considerare se stessa sotto l’etichetta di “società dell’immagine” e che invece si è ritrovata inaspettatamente alle porte del terzo millennio a maneggiare – ancora una volta – uno strumento antico e neanche troppo evoluto dalla sua prima apparizione: un libro. O, se vogliamo essere più precisi, una storia: lo storytelling, a quanto pare, è un’attività perfetta che dai tempi del mito non modifica il suo modo di far presa sull’immaginario dell’uomo, che avvenga attraverso pitture rupestri o sulle pagine digitali di un ebook in metropolitana. Immutato e perfetto, lo storytelling è lo squalo delle attività umane. Harry Potter dimostrò proprio questo nel 1997 e ha continuato a dimostrarlo riportando in superficie il filone delle narrazioni straordinarie, da Narnia a Twilight, oltre a un potente restyling di tutti i libri legati alla saga de Il Signore degli Anelli.
C’è molta più avventura e storytelling nella reale genealogia di Harry Potter che in qualsiasi altro tentativo di trasformarla in leggenda.
Prendete un pub nella zona posh di Londra, a Fulham. Due uomini distinti che si incontrano al Pelican Pub a cinque anni di distanza dal giorno in cui si videro in quello stesso posto. Stesse dinamiche. Una busta del supermercato ai piedi di uno dei due. Molte pinte di birra più tardi, spese probabilmente a parlare di football e Gery Hallywell, il passaggio della valigetta: la busta di plastica è consegnata nelle mani dell’altro, che scappa via gettandola sul sedile posteriore della sua macchina. Se qualcuno avesse intercettato quei due uomini, se solo quella non fosse stata una busta della spesa di Sainsbury ma una ventiquattr’ore nera, come in tutti i thriller che si rispettino, quel qualcuno sarebbe stato ricordato come autore del colpo del secolo per aver rubato una spesa da milioni di sterline e forse la storia sarebbe andata oltre. Richieste di riscatti, contrattazioni. Sindrome di Stoccolma e patti narrativi. La busta conteneva infatti il manoscritto ultimato dell’Ordine della Fenice e i due uomini al pub erano rispettivamente agente ed editore della Rowling.
J.K. Rowling: a Bibliography (1997-2013) non è solo una pietra miliare nella collezione di tutti gli appassionati di Harry Potter, anzi. Proprio i fan più appassionati saranno forse quelli meno attratti dalla violenza metaletteraria (ultra-letteraria?) con la quale si penetra fin oltre le fibre del meccanismo di fiction e se ne spiega il trucco. Il grande valore dell’impresa conclusa da Errington sta nell’aver restituito pagine importanti della storia dell’editoria contemporanea e dei suoi processi. Infelice solo la scelta del titolo nell’assonanza tra le parole ‘biografia’ e ‘bibliografia’ e quelle date (1997-2013) riportate tra parentesi, l’inizio e la fine non solo di un personaggio. Errington fa coincidere la biografia di J.K. Rowling con la sua bibliografia e ne decreta di fatto, nel giustapporre le date, la morte simbolica. Ma neanche troppo. Se si pensa che al grande successo della saga è conseguito un imbarazzante flop dei libri successivi, il primo pubblicato sotto falso nome, il secondo spacciato come romanzo per adulti, quasi a voler rinnegare l’etichetta young adult che è stata invece la fortuna del filone magico-fantasy riportato in auge dal maghetto di Hogwarts.