Arte: Essere la pelle: Home is a sick body di Valentina Medda
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Essere la pelle: Home is a sick body di Valentina Medda

Camminare per Bologna durante l’ultimo week-end di Gennaio significa entrare in un girone infernale di mondanità. Nello spazio di tre, quattro giorni si concentra l’offerta artistica che, in condizioni normali, potrebbe bastare per almeno una stagione. Sono i giorni di Artefiera, ed è vero che la quantità di vernissage, performance, inaugurazioni condite da vino, baci […]

Camminare per Bologna durante l’ultimo week-end di Gennaio significa entrare in un girone infernale di mondanità. Nello spazio di tre, quattro giorni si concentra l’offerta artistica che, in condizioni normali, potrebbe bastare per almeno una stagione. Sono i giorni di Artefiera, ed è vero che la quantità di vernissage, performance, inaugurazioni condite da vino, baci e abbracci, con tutte le sfumature ideologiche che comporta, rischia di provocare ai più sensibili reazioni allergiche imbarazzanti. Io appartengo alla schiera di quelli che si eccitano un po’ nel vedere cotanta abbondanza e che sorride nell’immaginare il tipico passeggiatore del sabato del centro bolognese impantanato in qualche spazio espositivo a contemplare foto di bondage. Così, armata di curiosità, buona volontà, e un po’ di faccia da culo, mi immergo nel calderone hot di questi tre giorni.

Torniamo a Maison Ventidue a un paio d’anni di distanza da quando avevamo intervistato le due curatrici, Mariarosa Lamanna e Serena Facioni, in occasione della performance di Yesenia Trobbiani per Artefiera 2015. Ci torniamo di nuovo per Home is a sick body, performance e opening del lavoro che Valentina Medda ha concepito in occasione di Artefiera 2017 per l’appartamento bolognese, che dal 2012 accoglie artisti in residenza e si offre come spazio non deputato per concerti, performance ed esposizioni.

Soltanto l’atto di entrare in Maison Ventidue ne fa già emergere tutta la peculiarità. Banalmente, si tratta di citofonare e salire, un’operazione che tutti noi effettuiamo con un media di due volte al giorno. Un gesto semplice e così quotidiano che il più delle volte si risolve pronunciando un automatico «Io!». Eppure arrivo davanti il portone di via Indipendenza 22 e trovo un capannello di gente che si interroga reciprocamente con lo sguardo, «sarà qui?» «Ma possiamo salire?» «Ma come funziona?». Qualcuno si ferma incuriosito dalla piccola folla: «Cosa c’è qui? C’è una mostra?». Ci aprono, così saliamo, io e un’altra decina di sconosciuti, con questa sensazione simile all’imbucarsi a una festa. Per le scale incontriamo un bel via vai di persone, a confermare che sì, lassù sta decisamente succedendo qualcosa. La porta di Maison è aperta, all’interno una certa folla riempie lo spazio dell’appartamento, ma già dalla soglia salta agli occhi la parete di fronte all’ingresso, su cui Valentina sta “operando” applicandovi una serie di aghi da agopuntura.

 

 

Home is a sick body è infatti questo: una pratica di cura, nella sua duplice accezione di terapia e di sguardo attento, non su un corpo organico ma su quello fisico e simbolico di un appartamento. Una cura che guarda alle pareti della casa come fossero un rivestimento, una pelle che mette in relazione un interno intimo con un esterno, nel quale collocarsi col proprio portato di storie, sentimenti, desideri, cicatrici. La casa come corpo, quindi, come entità data da un’estensione spaziale nella quale prendono posto organi e funzioni, in relazione tra loro e attraverso i quali ci presentiamo all’esterno.

È curioso riflettere su come “interno” ed “esterno” non siano che dei concetti in attesa di un qualcosa cui riferirsi, una coppia di categorie applicabile a tutte le scale della nostra esperienza. Home is a sick body è infatti un lavoro che nasce tra le mura di Flux Factory, residenza abitativa e artistica a Queens, NYC, in cui Valentina ha vissuto e lavorato negli ultimi anni, esplorando attraverso linguaggi e pratiche diverse — dalla fotografia, alla performance, all’arte pubblica, alla ricerca accademica — quello spazio di indecisione che intercorre tra pubblico e privato, corpo e architettura, città e appartenenza sociale. Healing interventions for domestic wounds è la trasposizione bolognese di alcune delle direzioni di ricerca intraprese da Valentina. Attraverso una residenza all’interno di Maison Ventidue, queste hanno assunto la forma di una creazione site-specific composta di un’azione performativa e un percorso installativo, che si snoda tra le camere dell’appartamento: il salotto, due camere da letto, un corridoio, una nicchia accanto alla cucina trasformata in teca espositiva.

A metà tra il feng shui e l’agopuntura, Maison Ventidue viene attraversata da Valentina come un contenitore di flussi, di energie, di vissuti personali da organizzare e indirizzare. Un contenitore sensibile e vivo — come un corpo — su cui agire attraverso un intervento architettonico, di disegno nello e sullo spazio.

 

 

Così, a partire dallo skyline super urbano e modernista tipico di NYC, ecco traslocate in un interno bolognese un trittico di fotografie e di collage, installate in una delle camere da letto di Maison Ventidue. Ci mostrano un grattacielo fatiscente di cui il tempo ha eroso mattoni e cemento armato, rendendone visibile lo scheletro e mostrandocelo, attraverso il collage, come metafora letterale del corpo umano. Dalla grande, grandissima taglia degli edifici newyorkesi, rimodulati con l’organicità minuta dei tessuti e degli organi umani, alla minuziosa puntualità di piccoli aghi applicati sulla superficie bianca e friabile delle pareti domestiche, a costruire una catena di significati che si rovesciano continuamente l’uno nell’altro. L’esteriorità della facciata di un palazzo newyorkese in cui si aprono degli squarci, da cui arrivare a vedere per analogia le pareti interne di un corpo umano, si tramuta nell’interiorità di un appartamento che si fa pelle, rivestimento di quello stesso corpo umano, in cui rintracciare i segni e le cicatrici di un soggetto.

 

 

 

Il corpo, la pelle come superficie di iscrizione delle nostre esperienze. Sul corpo continuiamo ad accumulare tracce: rughe, macchie, segni, cicatrici, croste, che nel bene e nel male ci ricordano chi siamo e per quali strani luoghi siamo passati, che siamo esseri di carne radicati in un tempo e in uno spazio. Ma anche i segni intenzionali e “autoinflitti” del tatuaggio, come quello che dice «I belong her(e)» su un fianco femminile e che vediamo proiettato su una piccola porzione di muro, stretta tra il camino e la porta che congiunge il salotto a una prima stanza da letto, seconda tappa del percorso espositivo. Chi è questo io? Dove il “qui” cui si riferisce? Chi il “lei” cui rimanda il gioco di parole volutamente “sgrammaticato”? Una risposta potrebbe essere: è la pelle che si dichiara proprietà del corpo femminile di cui è involucro indissolubile. Perché “cura” è prima di tutto un intervento, un farsi carico di, è un’assunzione di responsabilità che porta a dire «io sono qui e questo è affar mio». Curarsi, come tatuarsi, significa prendere la propria carne e scegliere di modificarne qualcosa, per sentirsi più propri, per appartenersi ancora di più: «io sono affar mio», anche al di là dello sguardo degli altri, anche quando lo strumento è un ago e il dolore la prova di questo riconoscersi.

Così, nel silenzio eloquente degli aghi applicati su un muro bianco si inserisce la qualità discorsiva delle parole, a sottolineare e rendere ancor più percepibile le sfumature emotive di questo dialogo di Valentina con lo spazio di Maison. E sono infatti le parole che fanno da contrappunto alla mappa di segni e tracce che decorano la stanza da letto, in cui ci conduce il percorso espositivo. Due linee di luci a led disegnano un percorso sulla parete, a sinistra del letto singolo in ferro battuto che riempie la stanza. Invitano e indirizzano lo sguardo di chi passa a soffermarsi sulle cicatrici del muro: macchie blu, incrinature, piccoli fori, irregolarità che Valentina ha registrato con una matita, accompagnate da brevi frasi scritte a mano, come delle piccole didascalie poetiche che le illustrano.

 

 

 

«In una casa vuota diventa evidente che lo spazio domestico rappresenta una scena nella quale la soggettività è esposta come un’opera” dice Paul B. Preciado in quest’articolo-racconto su Internazionale. E difatti in questa camera va in scena un Io. Quello costruito a vista dalle frasi e dalle tracce sul muro è un racconto lirico, che si scopre lentamente e a tentoni, perché il grigio della matita si perde un po’ nel chiaro-scuro dei led. È la casa che si racconta attraverso i suoi tatuaggi, attraverso le esperienze e le emozioni delle persone che l’hanno attraversata, e per scoprirla richiede a noi che la interroghiamo un’attitudine intima, minimale, una curiosità lieve e rispettosa, quasi timida, come quando entriamo nella camera da letto in penombra di qualcuno che non conosciamo bene. Il corpo come casa, la casa come corpo, che accoglie le individualità e allo stesso tempo se ne imbeve, e il dolore come fluido a legare il tutto.

Di fronte al letto si apre un’ulteriore porta, dalla quale facciamo ingresso in una seconda stanza da letto. La traccia sottile che prima era stata ago e poi parola quasi sussurrata all’orecchio assume in questo spazio, più luminoso rispetto al precedente, una forma più espansa: si dispiega in disegno, in immagine fotografica, in collage. Tre pareti su quattro sono affisse da alcune tavole, certe supportano delle foto, altre dei disegni. È qui che troviamo l’edificio newyorkese cui accennavamo prima, rielaborato e interpretato attraverso il disegno, fino a essere digeritio e associato alle illustrazioni anatomiche di un corpo umano. Come tra la prima e la seconda stanza l’eloquenza muta degli aghi si è “socializzata” attraverso la scrittura, in questo terzo spazio il racconto intimo, tutto stretto in un io che prende parola e si racconta, viene qui rimodulato in un soggetto non più individuale ma pubblico. La pelle diventa ora quella di un corpo sociale — il grattacielo — che attraverso la scarnificazione dei propri mattoni racconta una storia più ampia. L’interno è diventato esterno, il privato pubblico, e viceversa. La stanza da letto è ora improvvisamente collocata in una scala maggiore, quella della città, organismo collettivo retto dalle sue logiche di potere, dalle sue politiche, dalle sue ingiustizie, le rivendicazioni, reso carne dalle pratiche e dalle azioni di chi vi è immerso. Un corpo, quindi, fatto di tessuti, strati, flussi, vasi, odori, consistenze che, come tale, necessita di un’appropriazione, di qualcuno che vi si identifichi affermando “è roba mia”. Di una cura, appunto.

 

 

 

Uscendo da questa seconda stanza ritroviamo, infatti, gli strumenti medici che avevamo lasciato all’inizio del percorso, gli aghi da agopuntura. Stavolta tracciano una mappa, un disegno sulla parete del corridoio, come a riportare la nostra attenzione sull’analogia pelle/muro e a sottolinearci la dimensione medica dell’intero percorso, con tutte le sue implicazioni di bene e male, intimità e sofferenza, riappropriazione e disagio.

L’ultima tappa è collocata in una sorta di nicchia — una di quelle improbabili che solo gli interni bolognesi possono conoscere. Una mini wunderkammer, o una teca espositiva da museo anatomico, dove sono collocate in orizzontale due lastre illuminate che ospitano una serie di vetrini da laboratorio. Un Catalogo ragionato di escoriazioni sensibili nel quale Valentina ha raccolto e catalogato le immagini di fratture, ferite, rughe e screpolature dei muri, dopo averle fotografate con una polaroid. Delle foto ha poi separato l’emulsione dalla carta fotografica, estraendone una sottile pellicola. Un campionario di reperti scientifici: potrebbero essere dei resti di insetti, strati di tessuti, parti effettivamente strappate a una qualche entità organica. Posti sotto la luce bianca e fredda di un neon, esposti brutalmente dalla trasparenza del vetro, ci ricordano la violenza implicita nella pratica medica. Se pensiamo al disagio che provocano certe visite mediche, potremmo quasi descriverla come una forma di “tortura” socialmente e culturalmente accettata, cui ci sottoponiamo di buon grado in nome di un bene maggiore, ma che ha in sé le tracce dell’intrusione, dell’invasione, dello stupro. Tanto più che è in nome della sua razionalità che ogni cultura elegge quegli steccati che servono a distinguere nettamente il sano dal malato, il fisiologico dal patologico, il normale dall’anormale, il naturale dal mostruoso. Il sapere medico, in quanto sapere scientifico, è una forma di autorità a cui deleghiamo il completo controllo di noi stessi, in quanto individui e in quanto collettività, pena la morte.

 

 

È la luce clinica della nicchia-teca che mi risveglia da quella sorta di piacevole torpore che mi ha accompagnato nel mio percorso intimo con la casa. Maison è ancora affollatissima. Come in ogni opening che si rispetti ci sono capannelli di persone ad ogni angolo: chi guarda, chi chiacchiera, chi si incontra. Tra i volti riconosco Valentina che sorride a chi è passato a salutarla, intravedo Mariarosa rapita di volta in volta da qualcuno che la interpella. Dalla porta aperta sulle scale è evidente come il via vai non si sia ancora esaurito. Penso ai vicini:, chissà quante rotture riceveranno nei prossimi giorni gli inquilini di Maison Ventidue. Mi viene in mente che proprio qualche giorno fa un’amica mi raccontava del suo anno di vita a Bucarest, e di come i palazzi incarnassero nella propria struttura un sistema di potere invasivo e fondato sul controllo dei singoli: pareti da cui si sente tutto, cancelli e cancelletti a proteggere gli ingressi. Questa sera Maison Ventidue ha reso drasticamente permeabile il dentro e il fuori, ha aperto la propria porta al pubblico, perché letteralmente la penetrasse e la occupasse, scrutandone con occhio clinico ogni cicatrice, ogni imperfezione, ogni piccolo segno, soppesandone le intensità e le qualità, giudicandone l’efficacia.

L’ennesimo dei rovesciamenti a cui ho preso parte stasera: mettere a nudo una casa come fosse su un lettino da ospedale a partire dalle storie di chi la attraversa, sconsacrarne la funzione di rifugio, sancendone quella di spazio di cura da compiere come un dialogo intimo e crudele.

 

Foto: Maison Ventidue

Lorenza Accardo
Divisa tra Roma e Bologna, sogna di fare la popstar. Reduce dalla vertigine semiotica, collabora con alcuni festival di arti performative e scrive qua e là. @LouSophia7
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