
Primo piano, in fondo – mi indica il portiere. Poche scale ed entro nello studio. Mi siedo su un divano bianco. La veranda è luminosa e dà su un giardino. C’è Luisella Fontana ad accogliermi, nipote di Micol: «Vieni zia, ti vogliono intervistare, sono un giornale nuovo. Vuole un po’ di caffè?». Micol Fontana va ogni mattina in Fondazione, per lei è la cosa più importante «è la mia vita, è come un figlio per me». Mi guardo intorno: ci sono modelli, abiti, foto, disegni, bozzetti, libri.
La Fondazione Micol Fontana è tutto quello che rimane della storia delle sorelle Fontana, il nome più importante della moda italiana prima che si trasferisse a Milano. Sono firmati Fontana molti degli abiti dei film di Fellini e sono loro a creare l’immagine della Dolce Vita.
Le tre sorelle Zoe, Giovanna e Micol nascono a Traversetolo, un paese vicino Parma. Un giorno decidono di partire, Zoe era appena tornata da Parigi e lo sentiva ormai troppo stretto. Il caso avrebbe deciso per loro: avrebbero preso il primo treno che sarebbe passato. E fu così che arrivarono a Roma.
«E’ stato un colpo di testa. E’ quasi impossibile dire di chi sia stata l’idea, decidevamo sempre tutte e tre insieme. Non avevamo niente quando siamo partite, solo la passione. A noi interessava fare bei vestiti, nient’altro.»
I primi anni a Roma sono duri, le tre sorelle affittano due stanze in un palazzo a via Emilia e cominciano a fare piccoli lavori. «La portiera faceva le pubbliche relazioni, era lei che diceva alle inquiline, tutte aristocratiche, «ci sono delle ragazze che sono arrivate dal nord, sono brave.». Non si fidavano a farsi fare degli abiti, abbiamo dovuto comprare noi le stoffe e cominciare a proporre i nostri modelli». La prima clientela è italiana e aristocratica: Gioia Marconi, Edda Ciano, le principesse Torlonia. Ben presto però arrivano anche le straniere, inglesi e soprattutto americane.
Il ’49 è un anno importante: Linda Christian, a Roma e per il suo matrimonio con Tyrone Power, sceglie le Fontana per il suo abito da sposa. E’ lì che le Sorelle Fontana diventano famose.«No, famose no, neanche adesso lo siamo! Non abbiamo mai pensato di essere famose, abbiamo pensato solo di fare bei vestiti, (delle cose) che donassero alle donne. Questo era il nostro scopo».
L’America le consacra alla fama internazionale: sono le stiliste più richieste, anche più dei francesi. «I modelli francesi erano tutti fiocchetti, bottoni, molte cianfrusaglie e gli americani non amavano queste cose. Loro vogliono la linearità, il rigore. Le donne americane andavano anche al mercato, mica facevano la vita di via Condotti!».
Ha le idee molto decise Micol, parla come se avesse fatto la cosa più semplice del mondo. Passare in 16 anni da Traversetolo alla casa Bianca, non capita tutti i giorni, senza contare che non c’era pubblicità, internet e tv come adesso. «Le nostre prime clienti erano le contadine del paese che venivano a vedere i modelli prima della messa. Solo molti anni dopo abbiamo avuto clienti famose. A Roma, un giorno, suonarono alla porta dell’atelier. Sono andata ad aprire e mi sono trovata davanti Jacqueline Kennedy. Lei era di una grazia… Sceglieva i modelli, ma li mostrava sempre prima al marito: dovevano piacere anche lui».
Tra le altre clienti ci sono Grace di Monaco, Audrey Hepburn, Margareth Truman, le Principesse Savoia, Elizabeth Taylor, Rita Hayworth solo per citarne alcune. Ava Gardner era diventata un’amica ormai «Si entrava in amicizia con queste persone perché era spontaneo parlare, entrare in confidenza, erano come di famiglia. Era una cosa molto naturale, noi in fondo siamo state delle naturaliste. Per questo forse è durato, credo.»
È proprio Micol, delle tre, la viaggiatrice. Mentre Giovanna si occupava dell’atelier e Zoe degli affari in Italia, lei andava in giro per il mondo a presentare i modelli. America, Giappone, Cina, Cile, Australia. «Sono stata in America più di cento volte, in Giappone andavo due volte l’anno, per presentare la collezione invernale e primaverile. E pensi che io ho paura di volare!».
Le chiedo cosa ricorda della prima volta che arrivò in America. «L’America è stata incredibile, il primo giorno mi faceva male il collo perché avevo camminato tutto il tempo con il naso all’insù. Non sapevo nemmeno l’inglese e quando incontrai Balmain mi vergognai un po’ perché lui lo parlava benissimo, poi ho imparato. Avevo un appartamento riservato all’Hotel Plaza a New York, non dimenticherò mai la vista su Central Park. Un giorno il mio agente mi disse «dobbiamo far parlare di te a tutti i costi. Tingiti i capelli di verde.». Così una sera mi presentai alla prima di un’opera di Verdi al Metropolitan di NY con i capelli verdi. Fu molto divertente.».
Micol continua a raccontarmi di quella volta che fece una sfilata sull’Orient Express o della collezione «Moon Landing» che fece sfilare lo stesso giorno dello sbarco sulla luna; la sfilata su un jumbo invece rimase solo un’idea «avevo troppa paura».
Micol parla serenamente, ricorda tutto e mentre parla mi indica i modelli.
La fondazione, che porta il suo nome e da lei fondata, riconosciuta come Istituto culturale dalla regione Lazio e Archivio di notevole interesse storico dal Ministero per i beni culturali, propone corsi e seminari per studenti di Accademie o Istituti ad indirizzo moda.
«Faccio tutto questo per i giovani, per dare loro possibilità nuove e perché resti testimonianza di ciò che abbiamo fatto. C’è ancora una cosa che voglio fare: sono anni che sto combattendo per un museo della moda a Roma, ma è difficile, ci promettono e poi non mantengono. Io vorrei che tutto quello che abbiamo fatto potesse diventare un patrimonio. Speravamo, e ancora spero perché sono una donna di buone speranze, e so che si farà, ma non credo che io arriverò a vederlo.».
Photo by Martina Scorcucchi; Concept and styling Maela Leporati, Sonia Critelli, Nusia Boni; hair Toni&Guy Roma; make up Serena Pintucci; pelliccia di scimmia Sorelle Fontana; body e calze American Apparel; scarpe Marni; abito nero Sorelle Fontana; gonna lunga vintage; scarpe Miu Miu; abito «pretino« sorelle fontana