Attualità: Chiamiamola con il suo nome: «Puttana fai schifo» è una violenza verbale sessista
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Chiamiamola con il suo nome: «Puttana fai schifo» è una violenza verbale sessista

È stata un’estate calda e, come ogni settembre, quando si ritorna tra i banchi di scuola, è tempo di bilanci. Certi status su Facebook ci hanno ricordato il compagno del liceo arrogante che sfidava l’autorità dei prof accampando scuse goliardiche per non aver fatto i compiti delle vacanze, spesso senza sforzare troppo la propria creatività: […]

17 Set
2018
Attualità

È stata un’estate calda e, come ogni settembre, quando si ritorna tra i banchi di scuola, è tempo di bilanci.

Certi status su Facebook ci hanno ricordato il compagno del liceo arrogante che sfidava l’autorità dei prof accampando scuse goliardiche per non aver fatto i compiti delle vacanze, spesso senza sforzare troppo la propria creatività: dichiarava spocchioso di non aver fatto il proprio dovere, per nulla pentito, spavaldo e non preoccupato dalle eventuali conseguenze.

Con la stessa attitudine, qualche giorno fa, alla 75a edizione della Mostra del Cinema di Venezia, durante la proiezione di The Nightingale, nuovo film della regista australiana Jennifer Kent, Sharif Meghdoud ha urlato: «Vergognati puttana, fai schifo».

Tra l’indignazione generale, è subito arrivato il classico post di scuse, che ci ha ricordato quello, indelebile, del fumettista Mattia Labadessa di qualche mese fa.

 

 

Entrambi sono accomunati da una richiesta di pubblica indulgenza pressappochista e completamente fuori focus. Lo status di Meghdoud, in seguito rimosso, imputava il gesto ad una, a suo dire, ingiustificabile cafonaggine, inappropriato per la sede e le modalità più che per i contenuti. L’uomo lo definisce infatti «da condannare per la sua natura esplicita ed offensiva», frutto di «un pensiero cinico ed irrazionale» e ancora «una cazzata non in cattiva fede».

È necessario che l’ennesimo uomo si barrichi nelle proprie sicurezze e scriva le sue scuse in questi termini? Il messaggio che traspare è più che mai chiaro: è una questione di moralismo, di buon costume, di circostanza, di volgarità. Ci importa davvero che post apologetici di questo tipo, nei quali  non si ammette e non si riconosce mai davvero l’intrinseca misoginia di certe violenze verbali vengano scritti? In ben determinati termini di autocritica, possono essere utili alla nostra lotta: ma quanto è importante definire questi termini e come farlo?

Si ha spesso, purtroppo, l’impressione di dover ricominciare tutto da capo. A seguito della vicenda Argento-Bennett, altro hot take dell’estate, pare essersi riscoperchiato il vaso di Pandora: finalmente è stato chiaro — e rivendicabile, per chi non aspettava altro — che il movimento #metoo non fosse altro che un delirio femminista, una caccia alle streghe, un eccessivo e morboso interrogarsi con piglio mondano sulle abitudini sessuali dei divi di Hollywood.

Come qualcuno ha spiegato molto meglio di me, non si è mai trattato di questo. Si tratta piuttosto di scardinare determinate dinamiche di potere, di comprendere la vera natura di ogni abuso, la posizione di chi lo perpretra.  Ma non siamo davvero tra i banchi di scuola, di fronte a noi non siedono adolescenti distratti, non ci serve la giustificazione firmata dal genitore.

Il senso di una pubblica scusa è l’ammissione innanzitutto della vera natura della propria azione: definire una donna — indipendentemente dal modo e dal luogo in cui ciò avviene — “puttana” per volerne criticare un’opera è un insulto sessista, e lo è senza nemmeno la necessità di interrogarsi troppo sul suo grado o intensità (ammesso che ci sia — e assolutamente non è così — una scala di gravità delle offese). Ammettere pubblicamente di aver compiuto una violenza verbale sessista è l’unico contributo utile al dibattito, riconoscendo di rivestire — da sempre, e comunque — una posizione di privilegio, di avere il potere di offendere e vessare soggettività oppresse: individuare, identificare ed accerchiare insomma quel famoso maschilismo in sé ma soprattutto in me. Comprendere che tutti, a più livelli, siamo e possiamo essere soggetti a bias di varia natura, possiamo aver interiorizzato strutture patriarcali in modo più o meno latente, è il primo passo per la sussunzione delle lotte transfemministe.

Solo in questa dimensione chiedere scusa assume le forme di un vero atto di autocritica, di messa in discussione individuale ma soprattutto collettiva.

Valeria Marzano
Valeria Marzano
Classe '95, vive a Roma e studia filosofia. Cerca continuamente vie di fuga ed ama i contenuti in low qual.
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