Attualità: Che cosa significa davvero giovinezza? Proposte per i nuovi millennials
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Che cosa significa davvero giovinezza? Proposte per i nuovi millennials

La giovinezza è un fantasma fragile e inafferrabile che si tenta invano di bloccare con uno spillo come lo splendore delle farfalle. Lo scriveva Fernanda Pivano nel 1989. Sagge parole, non è vero? E invece no.

I nostri genitori non hanno figli (overture)

Ci sono alcuni libri che segnano un passaggio, lo accompagnano o lo codificano a svolta avvenuta. Libri documento, libri fotografia, libri dalla voce plurale. E se ‘generazionale’ è una parola che non va più di moda, allora esistono ancora libri che si azzardano a essere fuori moda, come il terzo romanzo di Marco Marsullo, I miei genitori non hanno figli, uscito qualche mese fa per Einaudi Stile Libero. Si tratta di una storia autobiografica in cui non succede quasi nulla, ma che leggiamo perché ci riguarda troppo, che sia la nostra data di nascita relativamente vicina a quella dell’autore (1985) o che lo sia quella dei nostri figli.

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Il plot è semplice: un ragazzo di diciotto anni si trova ad affrontare i primi mesi della facoltà di legge, benché la sua aspirazione sia quella di fare il giornalista. A questa scelta presa per esclusione più che per convinzione, si accompagna la vita quotidiana e il rapporto con i due genitori divorziati: il padre, uomo solitario appassionato di caccia che ha lasciato la città per una remota campagna di provincia; la madre, un medico emotivamente instabile alla ricerca costante del partner sbagliato. La piccola tragedia dell’incomunicabilità familiare è raccontata da Marsullo con l’ironia pop che lo contraddistingue, battute a effetto immediate e dirette che strappano un sorriso accennato come solo certi status su facebook. Uno stile coerente al mondo parallelo che i personaggi popolano nei dialoghi su WhatsApp e che ci fa sorridere senza però risparmiarci una piccola lacerazione.

«Mi suona di nuovo il cellulare, ancora WhatsApp. Sono stato aggiunto a un nuovo gruppo, si chiama “Family” […].

“Ho fatto questo gruppo per dirci le cose di famiglia! Ti piace? Bc mamma”, testuale. Resto con il cellulare in mano a fissare quella frase.

Rispondo: “ Ma siamo solo io e te dentro? “

Risposta: “certo, chi altri?”

“E che bisogno c’era? Mi scrivevi già su WhatsApp”.

“No, […] qui si parla solo di cose di famiglia, se vuoi dirmi altro scrivimi normalmente. Bc mamma”.

Ma che cazzo è quel bc alla fine di ogni frase? Glielo domando. Lei scrive: “Bc = Baci. Bc mamma”.» (p.50)

Leggendo, sono spesso tornata a pensare al meccanismo per il quale si genera una risata, quello che Freud ha provato a spiegarsi intorno al 1905 codificandolo come motto di spirito (Der Witz). Funziona così: ogni battuta nasce dagli stessi meccanismi che regolano il linguaggio inconscio dei sogni: metafora, analogia, equivalenza degli opposti, spostamento. Questi generatori di significato valgono anche per la produzione di battute e vengono esternate attraverso l’uso del linguaggio secondario, che è poi quello della lingua vera e propria. La risata liberatoria del ricevente del messaggio supera il filtro linguistico e svela i meccanismi analogici.

E allora succede: identificarsi a tal punto in un comportamento ridicolo, ma ricordarsi poi tutto ad un tratto di non esserne al centro. Non sono io, ma potrei essere io. Dietro l’umorismo c’è sempre una tragedia. Ogni risata è una pallonata all’inguine che avremmo potuto prendere noi, ma – per fortuna – l’ha presa qualcun altro.

Non sono io, nel libro di Marsullo, non sono io che accompagno mia madre a cena con il suo nuovo compagno filo-armeno dalle storie improbabili e un losco aspetto da contrabbandiere; eppure sono io, sul gruppo WhatsApp Family, incastrato in una conversazione sul prossimo esame universitario che deluderà le aspettative di tutti; sono io lo svegliarsi tardi e mio padre a telefono che promette di chiamare alle otto ogni mattina, per controllare che cominci per una buona volta ad avere ritmi di vita sani e omologati alla norma.

Ho chiamato a lungo questo libro con un titolo sbagliato, I nostri genitori non hanno figli, preferendo una prima persona plurale nel possessivo al miei della versione originale, ma proprio questo errore ha indotto una riflessione sulla generazione, la giovinezza e uno strano mutamento antropologico in atto da decenni e che forse, proprio in questi ultimi anni, potrebbe aver trovato una sua forma di assestamento.

Per tornare al piccolo errore del titolo: se i nostri genitori non hanno figli, non esistono in quanto genitori. Una società popolata di soli figli è una società non autosufficiente che si regge sul bisogno di ottenere, di consumare, di desiderare. È anche una società che non contempla alcun parametro evolutivo, peggiore perfino di un dire sì a un eterno ritorno. La crisi ha reso i millennials più disincantati ed edonisti di un dandy di fine secolo. L’uso ingenuo dei social network ha – per i baby boomers – sostituito il lifting e il silicone. La sterilità è l’amico in comune.

 

Fernanda Pivano e  un imperdonabile falso storico

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Passeggiando tra gli scaffali di una libreria nel 1989 sarebbe stato impossibile ignorarlo. Stagliato sul fondo di una copertina bianca c’è un panino al sesamo dorato che stringe un hamburger in una morsa succosa di ketchup e formaggio fuso. Una scritta in rosso metallizzato ci ritorna dietro come un’insegna al neon di un drive in: Americana anni ’80. Cambiando il titolo originale (20 Under 30) l’editore svolge un’operazione più che consapevole, giocando tutto sull’orizzonte d’attese di un lettore che non può non pensare a quella prima Americana di Vittorini, introducendo quel florilegio d’autori d’oltreoceano che avrebbero segnato per sempre gusti e costumi di molti lettori/scrittori italiani.

L’antologia arriva in Italia in traduzione. La selezione è di Debra Spark e mette insieme venti scrittori americani che hanno già esordito su riviste letterarie di un certo livello. Tra i nomi più conosciuti troviamo un giovanissimo David Leavitt, Susan Minot e «il figlio del famoso John Updike, David». Di questi scrittori si dice che l’unico filo rosso a legarli sia la bravura. Di questi scrittori, più avanti, si dice che sono giovani (altro filo rosso). Si dice che nessuno di loro, a differenza della generazione di Hemingway o di Carver, nessuno di loro accompagna un lavoro alternativo alla scrittura. Sono la prima generazione di scrittori professionisti «arrivati direttamente dalle scuole di Creative Writing in corso nelle varie università». Nella prefazione la Pivano arranca, si arrampica sugli specchi di un discorso che si popola di nomi e sembra sempre di più una festa in cui nessuno sa davvero cosa dire, si cerca di capire il motivo della riunione, ci si domanda cosa sussista alla base di quell’invito. Si ha l’impressione che la Pivano voglia fondare una generazione a tutti i costi:

«La maggioranza dei giovani scrittori proviene dunque dalle scuole (perfino Bret Easton Ellis, giovanissimo e grande innovatore di una scrittura per videoclips nel celebre Less than Zero) e questo spiega l’abilità di scrittura che caratterizza per esempio gli autori inclusi in questa raccolta nonostante le grandi differenze di ambientazioni geografiche in racconti, ripeto, slegati l’uno dall’altro a parte le ricorrenti tematiche tipiche della giovinezza, come l’inquietudine, il malessere della scontentezza, la diffidenza dell’attesa, l’imbarazzo della precocità

La Pivano dice: tutti diversi «tranne forse per». «A parte però.»

La giovinezza diventa il vero tertium comparationis, il vero collante dell’antologia. E questo potrebbe fin qui avere senso. Non siamo ancora nel clamoroso falso storico. La Pivano potrebbe ancora dire (o non dire) qualcosa per fare la differenza, evitare la scivolata. Ma ecco che il piede finisce sul punto del salotto dove qualcuno (probabilmente «il figlio del famoso John Updike») ha rovesciato del vino. Inquietudine, malessere della scontentezza, diffidenza dell’attesa, imbarazzo della precocità: nel 1989 la giovinezza è presentata ancora come una fase anagrafica di passaggio, un momento della vita che è una storia con un inizio (il parricidio dell’infanzia) e una fine (l’ingresso trionfale nell’età adulta), per di più con le sue tematiche tipiche. Una giovinezza che va a coprire un reparto ben preciso nello scaffale delle età dell’uomo in cui ogni cosa ha un posto rassicurante e determinato. Escludendo la relatività dalle considerazioni sulla giovinezza la Pivano finisce in un clamoroso falso storico in cui tutte le giovinezze sono uguali e il protagonista di Less than zero (1985) di Bret Easton Ellis vive le stesse ansie interiori di Alessio Mainardi del Garofano rosso di Vittorini (1933). Ci si  racconta di questa giovinezza che è proprio come quell’hamburger sulla copertina, stretta in una morsa tra le due fette di pane che sono infanzia e maturità, mentre ce ne stiamo a sanguinare ketchup. Quanto più fedele ed esemplare sarebbe stato presentare solo quell’hamburger?

 

Giovane, giovinezza – un singolare impossibile

«La giovinezza è un fantasma fragile e inafferrabile che si tenta invano di bloccare con uno spillo come lo splendore delle farfalle», scrive la Pivano in apertura alla prefazione di Americana Anni 80. Una frase talmente vuota che rende necessario dimenticarla ricorrendo al supporto della Treccani:

 

giovinézza (ant. o poet. giovanézza) s. f. [der. di giovine, giovane]. –

  1. L’età intermedia tra l’adolescenza e la maturità, e per estens. tutta la prima età dell’uomo (contrapp. a vecchiezza)

 

Nonostante la differenza di registro, le due definizioni risultano piuttosto conservatrici e restano ferme entrambe su una visione anagrafico-biologica della giovinezza come un limbo circoscritto e destinato a una conclusione. Il tentativo vano di fermarla con uno spillo è anche l’immagine di un’età che scivola via inesorabilmente.

Eppure se fosse così, se davvero la giovinezza fosse tutta determinata dal nostro corpo, dall’invecchiamento delle nostre cellule e dal formarsi del nostro cervello (età dell’apprendimento), se così fosse il giovane Holden non avrebbe mai ottenuto di ballare in  quella dance hall con la signorina bionda. Un adolescente nel corpo di un uomo, Holden si descrive molto alto, precocemente brizzolato e consapevole di questo suo aspetto invita alle danze una delle tre ragazze in attesa di un partner sui divani del locale. Sono lì che aspettano una storia d’amore, un marito, magari, alla fine della serata. Holden è un ragazzo nel corpo di un uomo e quella sera – come forse tutte le altre – vuole solo ballare, ballare e ballare. Se venisse fuori questa assenza di finalità posta al di fuori della sala da ballo Holden sarebbe spacciato: il suo corpo da adulto non gli servirebbe più da copertura.

In una recente indagine tra i lettori del magazine The Atlantic, alla domanda «When do you become an adult?» (quando si diventa adulti?) le risposte raccolte dalla giornalista Julie Beck sono tutto fuorché omogenee e il tentativo di definire il passaggio all’età adulta (e quindi il momento in cui si pone fine alla giovinezza) risulta un’impresa impossibile.

Se il passaggio non può ridursi solo a stazioni anagrafiche o mutamenti biologici, neppure per i lettori coincide con determinati riti sociali come il matrimonio o la nascita di un figlio. Partendo da questi presupposti, come si può pensare alla giovinezza come a una fase della vita dell’uomo che mantiene sempre le stesse caratteristiche in tutte le società attraverso la storia?

 

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Teenager negli anni ’40

 

La letteratura si è accorta prima di tutti di questa mutazione attraverso un corto circuito innescato dal romanzo all’inizio del Novecento. In particolare mi riferisco al romanzo di formazione o Bildungsroman, che Franco Moretti definisce come «un romanzo che ha per protagonista un giovane che, scontrandosi con la realtà circostante, attraverso una serie di prove giunge a definire la propria identità in relazione al mondo esterno, per adattarvisi o per scontrarvisi». La fine del romanzo di formazione coincide col protagonista giovane che fa ingresso nella società adulta aderendo alle sue regole e alle sue dinamiche (matrimonio, carriera, famiglia). Quando questi valori non sono più condivisi o condivisibili la formazione non è più possibile e l’impossibilità è letta come inettitudine, malattia. Anche Holden finisce in un ospedale e, a dispetto del suo corpo già adulto, probabilmente il passaggio definitivo non arriverà mai a compierlo. Né i parametri biologici, né le convenzioni sociali sono termini adatti a definire la giovinezza.

 

Quando Sinatra ha inventato i giovani

Quando scrive la Pivano, all’altezza del 1986 un altro concetto è già stato introdotto nella forma del target.

Il processo era cominciato quarant’anni prima, in una data ben precisa – Dicembre 1942 – e una telefonata:

 

Bob Weitman: What are you doing in the New Year’s Eve?

Frank Sinatra: Not a thing. I can’t even get booked anywhere. I can’t find anywhere to work.

Bob Weitman: I’d like you to open at the joint.

Frank Sinatra: You mean on New Year’s Eve?

Bob Weitman: That’s right.

 

Weitman era il direttore del Paramount Theatre di Seattle. Quella sera Sinatra cantò subito dopo Benny Goodman e fu il delirio. «Il rumore che mi accolse fu decisamente assordante – ricorda Sinatra – Un boato tremendo. Cinquemila ragazzini che saltavano, gridavano, applaudivano. Ero immobile dalla paura. Non riuscivo a muovere un muscolo. Anche Benny Goodman restò come congelato. Così spaventato che tornò indietro, lanciò un altro sguardo alla folla e disse che diavolo sta succedendo?»

Prima di Elvis, prima dei Beatles, quel grido assordante apparteneva a qualcosa che stava per nascere. Vedi alla voce: eterna giovinezza. Forse cercavi: giovinezza come target di mercato.

Un’analisi particolarmente chiara è quella di Jon Savage nel libro L’invenzione dei Giovani uscito in Italia per Feltrinelli nel 2009. In apertura del capitolo sugli anni della guerra c’è una frase di Rousseau tratta dall’Emilio (1762) che viene fatta a pezzi dall’immagine di folle di adolescenti riversati nelle strade degli Stati Uniti. «Man is not meant to remain a child», l’uomo non è fatto per restare un bambino, all’uomo è dato di crescere. Eppure, con una fascia fondamentale di popolazione coinvolta nella guerra sul fronte europeo, i teenager americani diventano il destinatario più importante dei beni di consumo. L’identità di giovani come consumatori comincia a formarsi e a essere rassicurante. Quello che forse spaventa più della giovinezza così come ce la raccontano le definizioni canoniche è la sua imprevedibilità (non si prevede quello che desiderano i giovani, non se ne possono inquadrare le mosse) e il fatto di non essere una fascia sociale produttiva (non producono lavoro, non producono famiglia). Da quando il mercato ha trasformato i giovani in macchine desideranti – in consumatori – la società può accettare l’idea di un’eterna giovinezza. L’unica strada per un’eterna giovinezza per chi si rifiuta di aderire a questa nuova dinamica è quella che lascia intravedere le fiamme della moto di Capitan America nell’ultima scena di Easy Rider o ancora – per il piacere della selezione – quella che mostra la macchina rossa di Plato precipitare lungo la scogliera nella corsa contro Jim/James Dean in Rebel without a cause. Giovinezze recidive, riluttanti al pentimento e disinteressante del tutto ad essere accettate dal mondo adulto, il mondo produttivo e sociale. Perché facciamo questa corsa? Chiede il personaggio di James Dean dopo che gli hanno spiegato le regole: si corre al massimo della velocità e chi salta per primo è il codardo. Well, you gotta do somethin’, right? Si deve pur fare qualcosa. Giovinezze recidive, giovinezze improduttive, giovinezze spacciate.

 

La manutenzione degli affetti

Se parlare di giovinezza si pone come un errato quanto banale fenomeno di generalizzazione, anche attribuire certi tratti ai giovani (l’inquietudine, il malessere della scontentezza, la diffidenza dell’attesa, l’imbarazzo della precocità, cit.) è un’operazione anacronistica.

Il problema dell’età adulta è stato anche  quello di aver avuto un cattivo spin doctor che ne ha promosso un’immagine di decadenza almeno a partire dal secondo dopoguerra. La costa dove i sogni di infrangono, la disillusione, il tramonto. Riabilitare la maturità potrebbe anche essere un’interpretazione dell’ultimo Sorrentino, se quello che mostra in Youth è l’impossibile riscatto da ciò che è stato fatto negli anni migliori della nostra vita.

Se ripartiamo dal libro di Marsullo, vedremo fotografata una fase importante della nostra società: genitori che si comportano come figli, desiderano come i propri figli, si ingannano come i propri figli nelle dinamiche relazionali. Ma non è solo questo. Quello che il libro aggiunge a questo atteggiamento di eterna giovinezza genitoriale è la trasformazione del figlio in genitore che comporta un cambio di rotta nell’atto della curatela familiare. Il protagonista del libro che commenta le relazioni della madre, il modo rassegnato e falsamente interessanto in cui accetta di guardare con il padre il filmino di una sua battuta di caccia nei boschi del Nord Europa, la scena in cui prega sua madre di potersene prendere cura, di contare pure su di lui e non sul prossimo idiota al quale vorrà accompagnarsi:

«Vorrei dirle che, tanto, papà non tornerà, e forse è meglio così. Anzi, di sicuro. Vorrei dirle anche che l’unico uomo di cui potrebbe avere bisogno nella vita, in questa vecchiaia così lontana ma che lei, adesso, sente vicina, ce l’ha di fronte.» (p. 120)

Non importa se allora il nostro personaggio andrà a dare quell’esame di giurisprudenza. Non importa se conseguirà la laurea o riuscirà a realizzare il suo sogno di diventare giornalista. Il passaggio è avvenuto: non è un matrimonio, non è un lavoro. Non è mettere su famiglia, né tantomeno smettere di desiderare quello che ci dicono di desiderare in quanto giovani. Si tratta forse di questo: il cambio di rotta nell’atto della manutenzione degli affetti. La fondazione di un nuovo senso per consegnare ai millennials i pezzi di una parola ormai usurata dalle generazioni.

 

Olga Campofreda
Olga Campofreda
Olga Campofreda è nata a Caserta nel1987. Giornalista pubblicista, ha scritto per il quotidiano Il Mattino, occupandosi di cultura e spettacoli. È laureata in lettere moderne e collabora con diverse testate e web magazine (il manifesto, Freakout, Collater.al, Dude Magazine). L’ultimo libro pubblicato è Caffè Trieste (Giulio Perrone Editore, 2011), un reportage sulla poesia di San Francisco con un’intervista inedita a Lawrence Ferlinghetti.
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