Da Madonna a Beyoncè, come la musica pop ha imparato a fare politica in cinque fasi
Sul finire dei suoi primi dieci anni, qui compiamo una piccola rivoluzione, abbandonando il nostro formato classico – quello del magazine culturale a cadenza vagamente quotidiana – per presentare ogni mese un solo saggio e un solo racconto. Da queste pagine 24 autori ogni anno proporranno il loro filtro sul reale, manipolando inevitabilmente la personalità di Dude mag: ed è una cosa che ci rende enormemente curiosi.
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Da Madonna a Beyoncè, come la musica pop ha imparato a fare politica in cinque fasi

Fase 1: il corpo (siamo tutti belli) Ne sono cambiate di cose da quando negli anni Ottanta Madonna cantava Papa don’t preach, I’ll keep my baby, daddy, in una versione un po’ Flash dance un po’ Grease dello slogan anni Settanta L’UTERO È MIO. Poi sono arrivati gli anni Novanta, le passerelle, l’assunzione in Paradiso […]

Fase 1: il corpo (siamo tutti belli)

Ne sono cambiate di cose da quando negli anni Ottanta Madonna cantava Papa don’t preach, I’ll keep my baby, daddy, in una versione un po’ Flash dance un po’ Grease dello slogan anni Settanta L’UTERO È MIO. Poi sono arrivati gli anni Novanta, le passerelle, l’assunzione in Paradiso Calvin Klein di Kate Moss, anima e (quasi) corpo, a rilanciare il trend della donna invisibile e ossuta, eterea e sottile, che già era appartenuto alle muse di Warhol negli anni Sessanta. E così come Madonna spregiudicatamente usava il suo corpo di donna italoamericana per provocare la campagna intimidatoria contro il sesso, mutuata da un terrorismo di massa attorno al problema dell’HIV – astinenza come prevenzione – ecco che a cavallo del nuovo millennio la nuova cronica ondata di anoressia indotta dai media viene sfidata dal pop più buonista. Si parta pure dal presupposto che il pop è sempre buonista di base, ma a un certo punto degli anni Novanta ha raggiunto veramente un acme importante, nella categoria delle canzoni che andrò a definire “Bellismo”.

Il Bellismo è quell’atteggiamento assunto da alcune popstar di sesso femminile esplicitamente rivolte al loro pubblico di emarginati e diversi, in particolare alle ragazze che soffrono il rapporto con un corpo che non risponde ai canoni della bellezza contemporanea. La categoria del Bellismo nella musica pop raccoglie numerosissimi successi, dei quali riporterò tre esempi sulla base della mia memoria di telespettatrice delle classifiche pomeridiane del fine settimana (Top of the Pops, Super, TRL, Hitlist):

Nel 1999 le TLC escono con il video di Unpretty. Le tre cantanti si trovano in meditazione nella posizione del Loto in uno scenario a metà tra una navicella spaziale e un tempio indiano, in pieno spirito New Age

 

I wish could tie you up in my shoes 

Make you feel unpretty too 

Never insecure until I met you

Now I’m bein’ stupid

I used to be so cute to me

Just a little bit skinny

Why do I look to all these things

 

Le due storie che si alternano nel video sono quelle di una ragazza che decide di sottoporsi a un intervento di chirurgia estetica al seno e un’altra ritratta nella sua stanza a ingozzarsi di snack al cioccolato compulsivamente, mentre attacca la sua faccia sui corpi perfetti delle modelle. Nel primo caso la protagonista si sente inadeguata ai desideri del proprio ragazzo, chiaramente alimentati dall’immaginario femminile della rivista Playboy.

Quando la ragazza scappa dalla clinica estetica, rappresentata come un luogo demoniaco di torture dantesche, rientra in casa e sfida a colpi di kung fu il fidanzato che getta all’aria la rivista incriminata. In questa scena la demonizzazione è contro il soft porn, contro la violenza psicologica subita in nome della relazione e contro il desiderio tout court di compiacere l’altro, cercando di rispondere al suo “orizzonte d’attesa”. Per quanto riguarda invece la seconda storia, la denuncia è rivolta alla stessa protagonista bulimica, carnefice di se stessa nell’imporsi il raggiungimento di canoni di bellezza che non le appartengono (occidentali, mentre la ragazza è afroamericana, per esempio, per non considerare il discorso sulla magrezza delle icone che popolano le pareti della sua stanza).

 

Fase 2: il diverso (siamo tutti uguali)

Nel 2002 arriva Christina Aguilera con il singolo Beautiful, contenuto nell’album Stripped, rilasciato lo stesso anno. Il disco è il secondo lavoro di inediti della cantante e dovrebbe rappresentare la classica fase di passaggio dall’innocenza all’età adulta, dal Disney Club ai sextape amatoriali capitati in rete chissà in che modo. Il primo singolo, Dirrty, è piuttosto emblematico in tal senso. Il genio in bottiglia del debutto di Christina, nel 1999, doveva essere uno di quelli potenti.

La canzone si rivela un flop nelle classifiche USA e quindi i discografici fanno una pensata importante: rilasciare per vendere, chiaramente, e cosa vende più del buonismo? Se Dirrty aveva avuto un successo parziale (quindi un insuccesso) perché ammiccava soprattutto a un pubblico maschile, ecco che a parlare di bellezza interiore e di disagio raggiungi proprio tutti. E a tutti vendi. La strategia si rivelò ben fondata.

La canzone Beautiful è stata scritta diversi anni prima e interpretata dall’Aguilera dopo una lunga serie di proposte. Il testo risale all’incirca ai primi mesi del duemila, che qualcuno potrà collegare alla prima edizione mondiale del Gay Pride, svoltasi a luglio di quell’anno a Roma e rinominata per l’occasione World Pride. La struttura narrativa del videoclip di Beautiful si fa più articolata: dal bambino oggetto di bullismo (con apparecchio per i denti), alla ragazza anoressica si arriva a includere anche la figura di un omosessuale ritratto nel rituale della vestizione/trasformazione nel sesso opposto.

I am beautiful no matter what they say, words can’t bring me down. È la voce di ogni singolo protagonista che parla a sé stesso attraverso quello della (bella) cantante, la quale però in chiusura della canzone sostituisce quell’I am con un we are, stabilizzando una coscienza di classe dei diversi, al tempo stesso anche nobilitati dal fatto che la cantante è (in base a cosa? A quale diversità? Forse etnica – nda) una di loro.

Grande successo, fiumi di Crystal in casa discografica.

 

Fase 3: il divino (siamo tutti star) 

Nel 2011 si parlerà perfino di Manifesto. Gli strumenti linguistici della musica pop si stanno spostando lentamente da un lessico genericamente buonista degli affetti a uno di tipo più politico e questo avviene con Lady Gaga e il suo Manifesto of Mother Monster, declamato nella prima parte del video di Born This Way. Una sorta di capsula tiene rinchiusa la popstar che interpreta una scena di genesi, il punto iniziale di una cosmogonia che dà alla luce a una nuova razza all’interno della razza umana: a race within the race of humanity; a race which bears no prejudice, no judgment but boundless freedom.

I diversi, gli emarginati. Poi la canzone attacca e  quello che si dice non è poi tanto distante dalla bella storia di Christina Aguilera di qualche anno prima:la mamma che dice alla figlia we all born superstar (l’Aguilera ci aveva in effetti sedotti sul finale con un noi) e che non c’è nulla di male ad amare noi stessi perché siamo tutti perfetti. Qualsiasi divinità abbia deciso di crearci non poteva far altro che dare il meglio di sé nella produzione di ciascun essere umano. 

In questa canzone ci sono due cose importanti: la prima è l’affacciarsi di un linguaggio che attinge dal campo semantico della politica, giustificato a sua volta da un’ipotetica mitologia che ne fonda le basi; la seconda novità è un concetto che pure sarà fondamentale a partire dal 2004, data ufficiale della nascita di facebook e, di conseguenza, della rete sempre più fitta di social network. Si tratta del verso we all born superstars. Il mostro a due teste della musica commerciale contemporanea,il pop-marketing, è riuscito a unificare il target dei “diversi” (quelli che si percepiscono come tali) e della cosiddetta “maggioranza” (caucasica, occidentale, eterosessuale, canonicamente bella, benestante, ecc.).

Questa mossa è riuscita attraverso l’omologazione del pubblico ai parametri che qualificano tutt’altro tipo di diverso: il divo. Con l’utilizzo dei social siamo tutti sulla bocca di tutti, ci autopaparazziamo, rivediamo le nostre vite a ritroso come sui rotocalchi o sui magazine patinati, le rivediamo in tempo quasi reale come in un reality.

 

Fase 4: Femminismo (siamo tutti femministi)

Il pop si è appropriato definitivamente del linguaggio della politica la scorsa estate. In particolare il giorno degli Mtv VMA, quando Beyoncè si è esibita sul palco lasciandosi alle spalle una scritta di enormi proporzioni: FEMINIST. La performance riguardava una canzone fortemente caricata di senso sociopolitico e non solo in modo allusivo o mimetico, come nel caso di Lady Gaga, ma in modo diretto. Il singolo in questione è Flawless e parte del testo è una campionatura diretta dal discorso tenuto dalla scrittrice nigeriana Chimamanda Ngozi Adiche nel dicembre del 2012, meglio conosciuto con il titolo «Dovremmo essere tutte femministe».

Nel discorso il focus si concentra sul tema del matrimonio, sull’ambizione personale delle giovani donne, sul modo in cui queste vengono educate a ricercare un completamento, un fine nella propria vita all’interno del matrimonio. Donne che competono per l’attenzione di un uomo, piuttosto che per altri obiettivi, per altri tipi di realizzazione. Nella parte iniziale della canzone i versi di Beyoncè sottolineano che I took some time to live my life But don’t think I’m just his little wife.

Non sono dunque solo una semplice moglie, dice, riferendosi alla sua vita privata e all’inevitabile qualifica che da qualche anno la vede non solo quale artista ma anche come compagna di Jay-Z (notizia per altro interessante principalmente perché il marito in questione raggiunge pari livello di notorietà della moglie). Una presa di posizione importante che tuttavia andrebbe valutata attentamente nel contesto dal quale viene enunciata. Nel recente discorso di Emma Watson alle Nazioni Unite la giovane attrice, portavoce della stessa battaglia neo-femminista, apprezza il testo della canzone e tuttavia si sofferma sull’emittente del messaggio e sul mezzo, la telecamera, attraverso cui il messaggio è registrato e diffuso: si tratta di uno sguardo maschile, uno sguardo che ancora ha sapore voyeuristico e ancora non riesce a eliminare il processo di reificazione e desiderio nei confronti del corpo della donna. Qualsiasi cosa stia cercando di trasmettere.

La vera domanda da porsi arrivati a questo punto riguarda il valore del messaggio stesso. L’abuso della parola Femminismo sta diventando l’equivalente della diffusione delle magliette di Che Guevara tra gli adolescenti. Uno svuotamento di senso che è proprio della cultura pop quando si appropria di linguaggi ed immagini appartenenti ad altri mondi, moltiplicandoli come la Marilyn di Warhol fino a svuotarli completamente del loro significato. Quello che resta è il marketing, l’algoritmo del successo che va riempito di volta in volta di contenuti differenti e sempre appetibili.

 

Fase 5: Icone (siamo tutti)

Sembra proprio che il neo-femminismo stia in questi mesi vivendo il suo momento più fecondo. Beyoncè insieme a Nicki Minaj(ne abbiamo parlato qui n.d.r.), Iggy Azalea, Emma Watson, appunto, e l’onnipresente Lena Dunham sono alcuni dei volti principali che ne hanno sottocritto la causa. Tirando le somme, attraverso uno sguardo d’insieme, quello che però non sembra ancora essere stato notato è che tutte queste donne hanno in comune una caratteristica fondamentale: la fama. Si tratta di donne di successo, ricche, affermate e dalla forte personalità.

Sono numerosissime le critiche rivolte alla recente svolta politica dell’icona Beyoncè, molte riguardano il rapporto con la cultura afroamericana, molte altre riguardano l’uso e l’esposizione che la star fa del proprio corpo. Di fatto basterebbe salire un po’ più su nel testo di Flawless, prima del discorso campionato della scrittrice per trovare questa strofa:

 

I know when you were little girls

You dreamt of being in my world

Don’t forget it, don’t forget it

Respect that, bow down bitches

I took some time to live my life

 

Sognavate di essere come me, di vivere nel mio mondo. Ma portate rispetto, c’è voluto tempo per arrivarci.

Non si ammira Lena Dunham perché riesce a sfoggiare la propria nudità serenamente pur senza rispondere ad alcun canone di bellezza. La si ammira perché è una ragazza di successo in un mondo che preclude il successo alla maggior parte delle ragazze che lo desiderano. Non si ammira Iggy Azalea in quanto donna bianca che fa rap (discutibile) rispondendo per le rime alle battute misogine di Snoop Dogg. Questo fa parte del gioco retorico. Chi ammira Iggy lo fa soprattutto perché è bella, giovane e famosa e aspira al suo modello non in quanto donna bianca che … eccetera ma in quanto celebrità.

Non si ammira Beyoncè come icona femminista, né come donna fiera di essere donna nella sua diversità biologica dal sesso maschile. La rivoluzione è questa: il vero passaggio alla parità dei diritti fra uomini e donne lo rende possibile la fama, la macchina cromata sulla quale Beyoncè e Jay-Z attraversano Houston e sono da tutti osservati in parata mentre sembrano dire «guardate, potete riuscirci anche voi. Siamo uguali, siamo ricchi e famosi. Siamo divini.»

Ogni ideologia, ogni atteggiamento politico o discorso di genere, una volta fagocitato dai meccanismi della cultura pop (e digerito, e assimilato) tornerà sempre e comunque alla matrice della suddetta cultura, quel sogno americano su cui il pop fonda le proprie radici alimentandosi alla leggendaria fonte dell’eterno ottimismo.

Olga Campofreda
Vive a Londra, dove ha conseguito un PhD in Italian studies (UCL). Come ricercatrice si occupa di rappresentazione della giovinezza e romanzo di formazione, controcultura e culture giovanili. È autrice della monografia “Dalla Generazione all'Individuo: giovinezza, identità, impegno nell'opera di Pier Vittorio Tondelli” (Mimesis, 2020) e del reportage narrativo “A San Francisco con Lawrence Ferlinghetti. Viaggio oltre la Beat Generation” (Giulio Perrone Editore 2019). I suoi articoli sono apparsi su Doppiozero, minima&moralia, Ultimo Uomo, Zarina newsletter, La Balena Bianca, Dude Mag. Collabora con il Festival of Italian Literature in London (FILL). Lavora per la nazionale di scherma della Gran Bretagna.
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