Per Facebook la Cina è vicina (ma forse si sbaglia)
Sul finire dei suoi primi dieci anni, qui compiamo una piccola rivoluzione, abbandonando il nostro formato classico – quello del magazine culturale a cadenza vagamente quotidiana – per presentare ogni mese un solo saggio e un solo racconto. Da queste pagine 24 autori ogni anno proporranno il loro filtro sul reale, manipolando inevitabilmente la personalità di Dude mag: ed è una cosa che ci rende enormemente curiosi.
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Per Facebook la Cina è vicina (ma forse si sbaglia)

Quando si parla di Google e Facebook come di due monopoli del web, ci si dimentica sempre della Cina. Per 700 milioni di cinesi, che come gli europei e gli americani si collegano ogni giorno a internet, i due colossi californiani praticamente non esistono, perché la rete in Cina somiglia in realtà più a una […]

Quando si parla di Google e Facebook come di due monopoli del web, ci si dimentica sempre della Cina. Per 700 milioni di cinesi, che come gli europei e gli americani si collegano ogni giorno a internet, i due colossi californiani praticamente non esistono, perché la rete in Cina somiglia in realtà più a una intranet che a internet: il governo, tramite il Golden Shield Project, ironicamente ribattezzato Great Firewall da Wired, impedisce l’accesso a tutti i siti su cui non può esercitare un controllo. Questo isolamento ha permesso la crescita di motori di ricerca e social network alternativi, e a volte sorprendentemente originali.

Il principale motore di ricerca in lingua cinese è Baidu, seguito da Sogou; mentre WeChat è un social network che permette di fare una quantità di cose davvero impressionante: immaginate Facebook, Instagram, Tinder, Amazon, Paypal, Uber e Tripadvisor nella stessa app. Invece Google è inaccessibile, così come Facebook, che è stato bloccato a partire dal 2009, e Instagram, dal 2014. Mark Zuckerberg, però, è fortemente determinato a tornare nel mercato cinese: in gioco c’è quasi un miliardo di potenziali nuovi utenti, e relative opportunità di advertising. Per molti analisti la domanda non è tanto se, ma quando questo avverrà. Il problema è che gli ostacoli non mancano.

 

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Trova le differenze

 

Ritagliarsi una fetta di mercato in Cina è tutt’altro che facile, e lo sanno bene Microsoft e Uber. Le console straniere sono state bandite per 14 anni dalla Cina, e quando nel settembre del 2014 il colosso di Redmond ha ottenuto il via libera per distribuire Xbox One c’erano grandi aspettative: sembrava che il settore dei videogiochi, con oltre 500 milioni di giocatori, potesse essere un facile terreno di conquista, sul quale infatti non avevano tardato ad arrivare anche i giapponesi di Sony, con PlayStation 4, nel marzo dell’anno successivo.  I dati di vendita hanno però raccontato un’altra realtà: i cinesi, ormai abituati a giocare su PC, non si sono affatto precipitati sulle due console di nuova generazione, anzi, in tutto il 2015 ne hanno comprate, in tutto, poco più di mezzo milione di unità.

Uber non ha ottenuto risultati migliori: fino a qualche mese fa era sulle strade cinesi che offriva un terzo delle sue corse, e questo faceva della Cina il suo principale mercato, conquistato del resto a caro prezzo: un miliardo di perdite solo nel 2015, soldi in gran parte spesi in una corsa al ribasso per offrire le tariffe più convenienti e sottrarre utenti al più diffuso servizio locale Didi Chuxing; perdite nella stessa misura erano previste per quest’anno, quando è arrivato invece l’accordo per una meno sanguinosa fusione societaria, con cui di fatto Uber ha ceduto tutte le proprie attività cinesi alla concorrenza, ottenendo in cambio, se non altro, molto denaro e  preziose quote azionarie.

Difficile da vincere, più che le abitudini dei consumatori o la presenza di competitor già saldamente radicati (non avere un account Facebook ed essere ancora considerati parti integranti della società è tutto sommato ancora possibile in occidente, ma provate a non essere su WeChat in Cina), è la diffidenza delle autorità cinesi. Il fatto che i media abbiano parlato delle rivolte della Primavera araba usando espressioni come  “Facebook revolution” di certo non è stato un punto a favore; e le rivelazioni di Snowden sulle attività dell’agenzia americana NSA hanno aumentato i sospetti di quanti, nel governo della repubblica popolare, vedono il social network californiano come un evidentissimo cavallo di Troia.

Così, conta poco che Mark Zuckerberg abbia tutte le carte in regola: ha imparato a parlare il mandarino; viaggia spesso in Cina; ha una moglie cinese; escogita stratagemmi di ogni genere, e non lascia nulla di intentato. Quando nel 2014 ha ricevuto il ministro cinese Lu Wei, ad esempio, si è fatto trovare con una copia del libro The Governance of China, scritto dal presidente Xi Jinping, in bella e tattica vista sulla sua scrivania. Più audace: nel 2015, in occasione della prima visita ufficiale del premier cinese negli Stati Uniti, durante un incontro alla Casa Bianca al quale hanno partecipato molti altri CEO di prima qualità (Tim Cook di Apple, Satya Nadella di Microsoft), Mark Zuckerberg ha chiesto a Xi Jinping di suggerirgli un nome cinese per sua figlia, non ancora nata, ricevendo però dal presidente un rifiuto. La piccola Maxima Zuckerberg ha poi comunque avuto un nome cinese, scelto dai suoi genitori: Chen Mingyu.

Il problema è evidentemente un altro: non importa quanti sforzi faccia Mark Zuckerberg, o quanto siano buoni e saldi i rapporti personali. Ai cinesi preme soprattutto mantenere il controllo. Facebook da tempo rimuove contenuti su richiesta di autorità governative di tutto il mondo, ed è anche abbastanza trasparente su questo. Ma sarebbe ora in fase di sviluppo un nuovo sistema di censura, che consentirebbe di non far nemmeno apparire i post indesiderati, e senza neanche intervenire direttamente: ci sarebbe invece un software, a disposizione di terze parti (ad esempio un partner cinese), che permette di monitorare tutto ciò che viene postato e condiviso sulla piattaforma, e di decidere se può finire nei feed degli utenti oppure no. Si tratta di un sistema che comunque non è mai stato usato finora, né risulta sia mai stato proposto alle autorità cinesi. Se da una parte è normale che Facebook sperimenti nuove tecnologie, ed è fisiologico che la maggior parte di queste non venga mai davvero poi implementata sul social network, è difficile non riconoscere in un software del genere una soluzione studiata ad hoc per provare a rientrare nei parametri di controllo della repubblica popolare.

Alcuni sviluppatori che hanno lavorato a questo nuovo software hanno già lasciato Facebook, e si parla di malumori diffusi, e di dipendenti che temono un tradimento dello spirito liberal dell’azienda. Ma in Cina nel frattempo si profilano scenari molto più cupi. In alcune città è iniziata la sperimentazione di un nuovo sistema di social credit, che nelle intenzioni del governo cinese diventerà una realtà nazionale a partire dal 2020, e che funziona così: a tutti i cittadini viene attribuito un punteggio, basato sulla fedina penale, sul rispetto del codice della strada, sulla puntualità nel pagamento di tasse e rate, sull’adesione alle politiche sul controllo delle nascite, sull’affidabilità delle notizie condivise in rete ( ͡° ͜ʖ ͡°), e così via. Le loro possibilità di viaggiare all’estero, di lavorare per lo stato, di accedere a internet, a scuole e università, ai servizi sociali, a prestiti (e a quale tasso d’interesse), ecc., saranno più o meno ampie, quando non del tutto negate, in base al loro punteggio. Non è l’episodio Nosedive di Black Mirror; dovrebbe invece essere un monito per Facebook e per chiunque reputi fondamentale, per la crescita del proprio volume d’affari, una presenza nella rete cinese, da conseguire a qualsiasi costo. Non si tratta solo di quali siano i player in campo o i servizi più diffusi: è la stessa idea di che cosa sia il web, e di quali siano i margini di libertà concessi ad autorità e cittadini nel suo utilizzo, ad essere radicalmente diversa, e profondamente distante. La Cina non è vicina.

 

Illustrazione di ehsanmhr.

Gilles Nicoli
È nato a Roma sette giorni prima che Julio Cortazar morisse a Parigi. Scrive di videogiochi su Ludica. Ama il cinema, la buona letteratura e la frutta.
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