Fresher week: sopravvivere alla prima settimana di college
Sul finire dei suoi primi dieci anni, qui compiamo una piccola rivoluzione, abbandonando il nostro formato classico – quello del magazine culturale a cadenza vagamente quotidiana – per presentare ogni mese un solo saggio e un solo racconto. Da queste pagine 24 autori ogni anno proporranno il loro filtro sul reale, manipolando inevitabilmente la personalità di Dude mag: ed è una cosa che ci rende enormemente curiosi.
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Fresher week: sopravvivere alla prima settimana di college

A un certo punto la sezione cultura-società delle principali testate anglo-americane ha creato una nebulosa d’interesse attorno al tag Fresher con tutte le varianti del caso: fresher students, Fresher Week, Fresher 15‘’.  Vivendo e lavorando in un college inglese, non ho potuto fare a meno di interessarmi alla questione, così, per prima cosa, ho chiesto […]

A un certo punto la sezione cultura-società delle principali testate anglo-americane ha creato una nebulosa d’interesse attorno al tag Fresher con tutte le varianti del caso: fresher students, Fresher Week, Fresher 15‘’

Vivendo e lavorando in un college inglese, non ho potuto fare a meno di interessarmi alla questione, così, per prima cosa, ho chiesto alla mia supervisor, che mi ha orientato subito nel contesto semantico adatto: fresher sta per matricola, il materiale umano “fresco di giornata”, gli ultimi arrivati al college. La fresher week è dunque la settimana di assestamento, quella in cui tutti i nuovi studenti arrivano, prendono posto, si rifanno per la prima (e forse ultima) volta il letto di fresco e attendono l’inizio delle lezioni, previste generalmente per la seconda settimana di settembre.

Fino a qui, niente di speciale. Ma ancora qualcosa restava nell’ombra. A cosa si riferiva il termine Fresher 15’’? Come mai tutti gli articoli riguardanti questa fatidica settimana delle matricole si focalizzavano per lo più su questioni legate al peso e all’alimentazione dei neofiti universitari? Fresher 15’’ è il chilo e mezzo di cui – nella prima settimana di vita da campus – uno studente tende a vestirsi appena approdato al college. Questo perché alla vigilia delle lezioni, una volta presi i posti di manovra, raggiunte le confraternite, aggiunti su Facebook i vicini di appartamento, non resta che darsi a una settimana di training al clubbing più intenso. Junk food, alcol e caffeina sono gli elementi di sussistenza di questi primi sette giorni ad alto contenuto calorico, l’assenza di orari (e di memoria, in molti casi) contribuisce a disordinare un regime alimentare che per il resto dell’anno sarà regolato quantomeno dagli orari della mensa e dalla discrezione salutista di chi la gestisce.

La Fresher Week è entrata a far parte del panorama dei riti sociali tanto quanto lo Spring Break. Buzzfeed, il calderone di tendenze sottoforma di classifica, ha stilato una lista con tutte le cose che un fresh student dovrebbe sapere in vista dell’apertura delle danze; tra i quindici punti elencati (15, guarda caso, esattamente come il peso messo su dalla media) ci sono tra gli altri: preparati a ripetere le stesse informazioni su di te per un numero illimitato di volte, fai in modo che caffè e tè del supermercato siano i tuoi migliori amici in vista delle peggiori sbronze, ricorda che non c’è nessun problema a cui Google non sappia dare risposta.

 

 

The Guardian lancia l’appello ai fresher student chiedendo loro di condividere foto della loro fresher week: la loro stanza, il nome dell’università, i compagni di camera, immagini di una serata particolarmente assurda, il panorama che vedono dalla loro finestra. Ne deriva un catalogo umano di esperienze e ingenuità che ricorda tanto i college movies americani stile American Pie. Ci si chiede allora quanto questa ritualità attinga ormai dal suo stesso mito hollywoodiano, quanto invece mantenga di genuinamente folkloristico – se per folklore si intende un patrimonio culturale relativo a un particolare contesto antropologico-sociale.

La risposta tende sempre di più verso la prima ipotesi – un evento che si sta trasformando nello stereotipo di se stesso (e allora mi domando: non sono forse i riti, una serie di azioni stereotipate?). Il Telegraph la pensa così e ci gioca sopra presentando una gallery di personaggi che molto probabilmente ogni Fresher Student si troverà a incrociare nel corso della prima settimana al campus: lo studente di lingue un po’ alternativo appena tornato dalle Hawaii, lo studente di arte che si fotografa su Instagram con i suoi libri e le sue tazze di tè, la studentessa di scienze con la maglietta della tavola periodica, lo studente di medicina che ha scelto la facoltà solo perché ha amato troppo tutte le serie di Scrubs etc.

Sempre dalle colonne del Guardian, l’opinionista Erica Buist col senno di poi ritorna alla sua Fresher Week, che in assenza di elenchi e classifiche non aveva affrontato con la scienza necessaria alla sopravvivenza. «Calorie?» – scrive – «Ne avevo sentito solo parlare da film e libri ed erano per lo più associate a personaggi stupidi, superficiali o Bridget Jones. Così in un atto di ribellione contro la misoginia dei media, ho dato libero accesso a tutti i tipi di calorie, soprattutto in forma di alcolici e cibo terribile della mensa del college, di quello che subito dopo hai bisogno di una pizza o un sandwich di supplemento». E poi ne ricava un consiglio importante con la saggezza di chi c’è passato: un drink che costa meno di un sandwich non dovrebbe essere nel tuo corpo.

La fresher week è destinata a essere esportata come fenomeno pop così come le Prom Night – i balli di fine anno – il già citato Spring Break e i super assimilati party di Halloween. Qualcosa che non appartiene alla nostra cultura ma che per imitazione ricreiamo a partire dal successo dell’immaginario pop che ci arriva da oltreoceano/oltremanica. A giudicare dai reperti fotografici e dal resto delle testimonianze mediatiche che mostrano scene di degrado e distruzione giovanile oltre i limiti della decenza, la Fresher week è assimilabile tanto a un atto catartico e liberatorio dalle costrizioni formali dell’ambiente accademico, tanto a un rito di passaggio, un test d’ingresso a sfondo sociale che determinerà la tua posizione per i semestri a venire.

Olga Campofreda
Vive a Londra, dove ha conseguito un PhD in Italian studies (UCL). Come ricercatrice si occupa di rappresentazione della giovinezza e romanzo di formazione, controcultura e culture giovanili. È autrice della monografia “Dalla Generazione all'Individuo: giovinezza, identità, impegno nell'opera di Pier Vittorio Tondelli” (Mimesis, 2020) e del reportage narrativo “A San Francisco con Lawrence Ferlinghetti. Viaggio oltre la Beat Generation” (Giulio Perrone Editore 2019). I suoi articoli sono apparsi su Doppiozero, minima&moralia, Ultimo Uomo, Zarina newsletter, La Balena Bianca, Dude Mag. Collabora con il Festival of Italian Literature in London (FILL). Lavora per la nazionale di scherma della Gran Bretagna.
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