Il gioco dei grandi di Matteo Salvini: il leader ed il suo facebook
Sul finire dei suoi primi dieci anni, qui compiamo una piccola rivoluzione, abbandonando il nostro formato classico – quello del magazine culturale a cadenza vagamente quotidiana – per presentare ogni mese un solo saggio e un solo racconto. Da queste pagine 24 autori ogni anno proporranno il loro filtro sul reale, manipolando inevitabilmente la personalità di Dude mag: ed è una cosa che ci rende enormemente curiosi.
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Il gioco dei grandi di Matteo Salvini: il leader ed il suo facebook

Salvini ha saputo costruire su facebook un’immagine di sè ben strutturata, facilmente riconoscibile, addirittura empatica, a suo modo autentica.

Jean H. Lee è a capo dell’ufficio nordcoreano dell’Associated Press, uno dei pochissimi giornalisti stranieri a lavorare in Corea del Nord. Nel settembre 2013 Lee ha svelato, tramite la pubblicazione di qualche screenshot su twitter, l’esistenza di una sorta di facebook nordcoreano, autarchico, utilizzabile – solo per uso interno – da insegnanti e professori universitari per farsi gli auguri, o per comunicazioni di routine, nulla di trasgressivo o particolarmente divertente, anzi, un social network ingabbiato, un nulla digitalizzato che sconvolge e che racconta molto di un paese di cui si sa poco.

Lo scorso settembre Matteo Salvini, “giovane” leader del nuovo corso della Lega Nord, ha visitato la Corea del Nord assieme al senatore Antonio Razzi («una vera autorità»), e non è stato – con qualche riserva, sia ben chiaro – avaro di complimenti: «Anch’io avevo un giudizio negativo prima di andar là. Adesso lo è meno. È importante vedere di persona». Matteo Salvini è diventato in pochi mesi il secondo Matteo d’Italia, e molto di questo successo lo deve all’uso che ha saputo fare dei social network (oltre al mezzo televisivo, naturalmente, già sapientemente assaggiato come concorrente “nullafacente” di svariati quiz nei gloriosi anni ottanta). Dove finirebbero, o meglio, potrebbero realmente esistere tutti quei roba da matti. Questi sono proprio matti. Ma dove vive certa gente. Incredibile…Avanti! Ossignur nella bisognosa e pacificata Corea del Nord? No, non esisterebbe nemmeno il suo partito, figurarsi il suo profilo facebook. Di cosa stiamo parlando su facebook quando parliamo di Salvini?

salvini-e-razzi

Salvini ha saputo costruire su facebook un’immagine di sè ben strutturata, facilmente riconoscibile, addirittura empatica, a suo modo autentica. Non possiede nè la leggerezza morandiana (gli autoscatti gelidi nella forma e definitivi nella sostanza, l’innocenza bambinescamente anziana dei pensieri espressi quasi sottovoce) né la proverbiale saccenza renziana; in Salvini non s’intravede il retrogusto serioso e fieramente politicizzato di Cuperlo, né la sconfinata baldanza di un Civati o di un Giovane Turco qualsiasi, no, nulla di tutto ciò; Salvini non aspira a diventare il Magalli della situazione, e non vuole nemmeno fare della sua bacheca un manifesto programmatico, un luogo di condivisione e proposte, lui vuole essere, o meglio, finge di essere il mezzo, il megafono, termometro continuo e febbricitante (tanti sono i suoi post giornalieri, frenetici quasi, al ritmo di un Gasparri) degli umori del suo pubblico. Lui è il suo pubblico e i suoi post sono finalizzati esclusivamente a suscitare una certa reazione, auspicata e proverbiale, atta a soddisfare l’ego del leader leghista, sebbene lui aspiri – e ne ha fatto una bandiera – a non possederne; il taglio delle domande che pone quotidianamente sono banali eppure funzionali, diventano cassa di risonanza invincibile. Non si propone, nè si contesta, nessuna discussione anima il tutto – addirittura gli infiltrati della pagina si limitano a canzonare il Salvini, evitando la facile polemica, talmente è tutto così surreale; il tutto si risolve con i soliti commenti compiacenti e lucidanti (immaginateli, suvvia): nel migliore dei casi le solite foto di un Salvini istituzionalizzato sottopanciato dal proverbiale e immancabile: «il mio presidente del consiglio», ogni giorno, continuamente, indipendentemente da ciò che scrive il giovine Matteo; nel peggiore con fotomontaggi decisamente concilianti:

mussolini vs. pd

Ma andiamo con ordine. La foto profilo lo ritrae come un novello Chicco Lazzaretti (su, I Ragazzi della Terza C) più rotondetto, la cravatta stravolta dal doppio mento, la barba di qualche giorno, sofferta e proletaria: è il vicino di casa bacchettone e saccente, uno da canti ultrà vagamente razzisti alla sagra di paese, veracemente bonario, ma di cui ci si può fidare perché il noi viene prima di tutto: ce lo immaginiamo Matteo infuocare le riunioni di condominio col solito ghe pensi mi risolvi-tutto. Su facebook i suoi attacchi contro tutto (dai tostapane alla legge di stabilità) e tutti (da Pennacchi a qualsiasi sinistrorso si metta sulla sua strada) sono riconoscibili, immediatamente condivisibili, «SOLO VITA REALE», ci tiene a ribadire. I suoi stati sono dei generatori automatici di commenti perlopiù populisti, velatamente razzisti, al limite del censurabile, evidenziati continuamente. A proposito di sottolineature, i passaggi più importanti sono di solito enfatizzati da un uso alquanto confuso del caps lock:

salvini tostapane

C’è tutto nella sua pagina, l’operazione svuota edicole (tutti in posa col Oggi col Matteo provocante in copertina, poveri piccoli costretti da genitori salviniani a fare i primi selfie padani) e l’ipad sempre acceso («sono sempre fra la gente»), la doppia felpa (qui è già Emilia o ancora Romagna? Devo cambiarmi), De Andrè ok, «ma anche i Modà non mi dispiacciono» e giù di applausi. La torta di mele («mi riuscirà?») poi, ma pure «il vetro me lo lavo da solo, cazzo», segue foto di rom al semaforo. Pure mio figlio lo capirebbe, dice sempre Salvini, per dire, lo capirebbe pure il figlio di Salvini… Immancabile infine, il selfie strabico.

facce-da-invidiare

Tralasciando alcuni post seppur memorabili, antichissimi, quasi teneri nella loro innocenza da social («perché noi siamo quello che mangiamo»),

Schermata 2015-01-30 alle 09.13.21

quasi tutti hanno la medesima struttura, la stessa formula magica: riportare un esempio, vago, molto spesso non verificabile («decine di milanesi mi chiamano per segnalarmi…», segue dramma), per poi arrivare alla soluzione incontrovertibile, dura ma necessaria, e quindi il gran finale: «Avanti così!». Salvini lancia l’amo, beandosi la butta in caciara, i seguaci chiudono il tutto con delle opinioni irriferibili. La sua sicumera, il suo essere così diretto, popolano e contro, aizza a suon di like folle di sostenitori destrorsi orfani di un leader carismatico e giovane (suvvia, i casting berlusconiani modello X-Factor delle settimane giorni non valgono).

C’è poi la variante morandiana, il fermo immagine infinito, la rappresentazione di un gesto che nasce già finto perché immobilizzato a favore di camera, e tanti saluti alla genuinità del nostro Matteo – lui che punta tutto sulla genuinità; ad esempio l’omaggio acchiappa like alla memoria di Pantani (seguono battutacce sulla “posizione” di Salvini): 

slavini pantani

Si passa poi alla scopiazzatura vera e propria dello stile del buon Gianni; il tutto fra le mani ruvide del buon Matteo vorrebbe essere professionale, da uomo di mondo, ma alla fine risulta quasi raffazzonato, improvvisato, insomma, bello, onesto, emigrato Russia sposerebbe compaesana illibata.

matteo-in-russia

Le citazioni poi, il solito pensiero da buonanotte su cui riflettere, sono fra le più disparate, da Luigi Tenco a Shakspeare, passando per Rathenau (!) e la casalinga di Abbiategrasso, oltre all’immancabile Giorgio Gaber («Libertà è partecipazione», naturalmente, utilizzata per sensibilizzare la donazione di sangue). Da Bossi, passando per Grillo, non è così inusuale l’uso che alcuni leader spiccatamente populisti hanno fatto del soprannome ridicolizzante, la canzonatura, la presa in giro atta a sminuire il ruolo del malcapitato avversario. E proprio qui Salvini trova la sua ragion d’essere su facebook, tutto è declinato all’iperbole, all’esagerazione, eccessi di parole da bullo in libera uscita nel mondo dei grandi, la politica da sfrattare come missione. Ne ha una per tutti, Salvini, e di diverse gradazioni poi, dallo sberleffo da bar all’ammicco facile acchiappa like, ma «Marino ci è o ci fa?». E giù una valanga di commenti da caserma, e ancora, «ma chi è Alfano?», e tutti: ahahah. Laura Boldrini diventa “la sciura”, altera e distante dai problemi del Paese. Pennacchi diventa “questo scrittore” e quel “questo” rilancia di rimando la solita, abusata accezione, il sottinteso che il popolo leghista ben sa cogliere: noi siamo la gente, cosa vorrai mai questo scrittore, pensi a lavorare piuttosto. Il problema è sempre quel questo. Inutile poi ribadire la levatura culturale dei leghisti lanciando l’offensiva mediatica “che libro leggiamo” (in seguito alla polemica con Renzi presso il Parlamento Europeo) se c’è di mezzo quel questo.

Fin qui l’aspetto folkloristico. Ma è sui grandi temi d’attualità che Salvini dà il meglio di sé, esacerbando la sua politica social fatta di stoccate a sensazione e piacionerie per i nostalgici di una certa idea di società. Salvini è sempre sul pezzo, sì, «siamo tutti Charlie Hebdo», è vero, ma l’occasione è ghiotta – anche se non si sfiora nemmeno lontanamente i proclami invocanti la pena di morte della LePen – e dunque:

salvini1

Il tutto alternato a momenti di una fragilità assoluta, a tratti paterna.

salvini2

Il successo di Salvini è racchiuso tutto qui, nel saper cogliere l’attimo dello sproloquio. L’uso che ha fatto dei social non ha fatto altro che seguire pedissequamente la sferzata (amplificandola) che il politico milanese ha dato alle politiche della Lega Nord, focalizzata com’è ora sulla questione immigrati, archiviata com’è la questione Padania. La strage di Charlie Hebdo? Ci dispiace, certo, ma io lo dicevo tempo fa, «CHIUDIAMO LE FRONTIERE», e via dicendo. Salvini è sempre sul pezzo, sa coinvolgere il popolo ansioso di prese di posizione, forti e imprudenti, ma necessarie.

L’altro cavallo di troia con cui scompaginare, sorprendere, impaurire tutto e tutti Salvini l’ha trovato con l’annosa vicenda delle due ragazze rapite in Siria e liberate poche settimane fa.

Innanzitutto ponendo l’accento quasi esclusivamente sulla questione riscatto pagato/non pagato (le evidenziature sono dello stesso Salvini):

salvinimax

E se da un lato, con la questione Charlie Hebdo, Salvini ha fatto la parte del salvatore della patria contro gli integralisti islamici indicando la retta via, qui, cavalca gli umori della folla inferocita e maschilista che si è accanita contro le due ragazze. Devono chiedere scusa, le ragazze, lavorare gratis per ripagarci, le ragazze. E se il padre di Vanessa sospira che sua figlia non ha nulla di cui scusarsi, eccolo il Salvini a dire la sua: «GODITI TUA FIGLIA E TACI». Imperioso, superiore. Netto e deciso. Caps lock definitivo.

La guerra dei due Matteo, poi, sempre e solo, fortissimamente Matteo. E via di Renzi col koala «mentre qui affoghiamo», Renzi il chiacchierone, e poi “Sua Maestà” (Renzi l’altezzoso in contrapposizione alla veracità del vero Matteo), e ancora il Renzel (nomignolo di derivazione chiaramente grillesca). Ancora una volta i due Matteo, i due predestinati (per manifesta superiorità comunicativa rispetto agli altri contendenti, ancora aggrappati al fedele comunicato stampa, o al messaggio video agli italiani con calza sull’obiettivo a smussare i toni, i colori della realtà). E proprio sul campo dei social si giocherà la partita più importante per quanto riguarda le prossime elezioni politiche, perché è da lì che tutto viene e verrà ripreso, amplificato, elogiato e mai mortificato. Uno scontro totale e prevedibile nei toni e nei contenuti, che si giocherà due piani totalmente diversi, due modi totalmente opposti di intendere la vita politica, i rapporti umani e tutto ciò che ne consegue, cioè tutto. Tutto è racchiuso nel fuori onda pizzicato dal Tg4 qualche giorno fa, poco prima di una puntata di Quinta Colonna. Renzi l’accomodante che insiste per salutare il futuro avversario, e la freddezza e lo sguardo titubante di un Salvini decisamente non a suo agio, bonariamente diffidente.

salvini-renzi

Subito dopo il leader leghista ammetterà, «questo mi sta proprio qua», non lo digerisce mica. Il primo, Renzi, apparentemente brillante e sicuro di sé, capace qualche giorno dopo di prendere in giro Salvini e citare Dante nella stessa frase (al Parlamento Europeo, poi…) e l’altro sempre pronto nello sfoderare la macchiettistica diffidenza leghista, un po’ sborona (scusate il termine, ma rende bene), «Renzi continua a insultare ma non accetta nessun confronto. Che dite, paura?», quest’ultima naturalmente affidata a facebook, solamente facebook. Oppure:

salvini3

 

Ma facebook è implacabile e capace di far emergere la nostra vera natura. Come l’insicuro «sono soddisfatto, penso di essere riuscito a parlare chiaro, che ne dite?», subito dopo la tanto attesa partecipazione a Che tempo che fa, il grande palcoscenico, così ambito, così diverso da Salvini. È il bimbo che vuole sentirsi dire bravo, dare una carezza sul volto, l’approvazione unanime così da dormire sereno. I commenti sono entusiastici, le ovazioni si sprecano. Matteo va a dormire con la pancia piena di ego e rassicurazioni, fiducia e AVANTI COSÍ a cascata. Siamo tutti suoi Amici, con la maiuscola, così li definisce, così si sentono i suoi fan, i suoi oltre 600.000 mi piace, «Buonanotte Matteo». C’è del tenero, dell’antico in quell’ostinato Amici. «Amici, sogni d’oro». «Amici, fatemi compagnia in tv». «Amici che ne pensate?». È «bello sapere che ci siete, Amici», dice Matteo. Amici, dove siete?

nottesalvini

Federico Pevere
Nato in Friuli tempo fa, ora vive in Emilia. Scrive per Sentireascoltare e Nazione Indiana. Tifa per Beckett. Pensiero debole.
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