Attualità: Il tempo di Morandi: Gianni e gli altri
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Il tempo di Morandi: Gianni e gli altri

Sono andati i tempi del berlusconismo capace di dividere tutti su tutto (dopotutto con il renzismo dilagante, così confortante, già ci si annoia), eppure all’improvviso: fortissimamente Gianni. Negli ultimi giorni si è letto sui giornali che mai si sarebbe pensato a Gianni Morandi come ad uno capace di dividere gli italiani. Ma proprio qui sta […]

24 Apr
2015
Attualità

Sono andati i tempi del berlusconismo capace di dividere tutti su tutto (dopotutto con il renzismo dilagante, così confortante, già ci si annoia), eppure all’improvviso: fortissimamente Gianni. Negli ultimi giorni si è letto sui giornali che mai si sarebbe pensato a Gianni Morandi come ad uno capace di dividere gli italiani. Ma proprio qui sta l’errore. Un suo semplice e ingenuo e tenerissimo post sull’immigrazione ha semplicemente rivelato gli italiani (o perlomeno una parte così rumorosa) per quello che realmente sono. Tediosi fino all’imbecillità, più qualunquisti di un Salvini qualunque, orgogliosamente piccati, dotati di una violenza verbale disarmante. Dei voltagabbana, fautori del «ma Gianni», del «ti preferivo quando» e del «non ti riconosco più, Gianni». Cosa diavolo è successo? Qual è l’unica cosa che fa arrabbiare l’italiano qualunque? Ci vuole ordine.

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In principio Morandi era l’idolo delle folle. I suoi selfie così quadrati, classici, di un altro mondo, meravigliosamente post-apocalittico. Le parole contenute, dosate raccontano di un luogo a parte, di cui non facciamo parte, di cui vogliamo sapere tutto. Genuino, quasi indifeso nel suo mondo soffice, misurato, Morandi si rivela come autore di piccoli miracolosi bozzetti quotidiani del tutto innocui. Innocui. La chiave è tutta lì. Gli italiani amano l’innocuo, in principio lo accudiscono. Lo canzonano (benevolmente, sia mai, «Gianni ti voglio bene!»), poi lo usano per specchiarcisi, infine lo giudicano – si ritengono migliori, più svegli (o meglio, più smart, per dirla con i tempi nostri). Morandi non è Salvini (ecco, cos’altro piace agli italiani, essere convinti, Salvini a quello serve), no no, Morandi è la caricatura fuori moda, da preservare, la striscia quotidiana sui tempi andati. Insomma: da amare consapevolmente col sorriso sulle labbra, tenendolo a bada col sorriso sulle labbra. Ma poi l’apparente passo falso del Nostro.

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Segue il pandemonio. In una frase: Morandi da esempio è diventato la preda, il bersaglio. Chi lo amava si ricrede. Quel ma Gianni diventa il leit motiv, l’elemento disturbante, rivelatorio di quello che siamo. C’è la boria dei politicanti più populisti in quel così semplice “ma”; dal «ma pensa a cantare» all’immancabile, di leghista memoria, «ma allora ospitali a casa tua visto che c’hai le ville». Il campionario è completo. Ossessivo. Perché l’italiano medio ti ama, ti sostiene, ti accudisce finchè non ti politicizzi (o meglio, finchè non dici la tua), poi “no”, poi “ma”. E quale argomento, oggi, più divisivo dell’immigrazione? Così capace di raggruppare il peggio dell’internet in pochi taglienti, offensivi consigli al povero Morandi («fatti mandare dalla Mamma a fanculo», tipo).

Dei bozzetti che rasentano l’incongruità, spazzolando alla bell’e meglio dal repertorio più becero (più becero) di una certa destra. Una sorta di generatore automatico di idiozie, luoghi comuni, frasi campate in aria (il vecchio trucchetto – ora salviniano – di esaltare l’esempio, il caso, non verificabile, e farlo passare per il tutto). Pure del razzismo puro, delle volte. Odio. Il tutto per un pensiero. Sincero. Esposto con una certa eleganza, per non turbare nessuno, per non dividere, per riflettere (e difatti una parte consistente ringrazia, si commuove, è quasi felice, condivide). Povero Morandi. Come reagirà a tutti questi attacchi inaspettati. Rivelerà rabbia inedita. Si zittirà. Dopotutto siamo anche quei commenti così cattivi?

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Ma sono le risposte di Morandi a salvare la patria. Seriose ed esilaranti, precise, dalla sintassi semplicissima e fluida. Devastante. Fedele a se stesso. Parte vera verace viva di un contrasto tra due mondi opposti accomunati solo dall’utilizzo dello stesso mezzo. Non è cinismo (perché il mondo di Morandi è tutt’altro che nichilista), neppure ironia. È altro, non semplice canzonatura del malcapitato che pensava di fare il bullo social con il più sprovveduto (all’apparenza) dei mattatori del web. È sarcasmo della miglior specie.

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C’è la commedia all’italiana più tagliente. L’ovvietà che diventa parola di fuoco. L’indignazione per l’assurdo dei commenti. Lo sbigottimento trattenuto a fatica. C’è la delicata violenza nell’utilizzare quel un abbraccio ogni volta che qualcuno ti offende. Punzecchiature felicemente feroci, candide e innocenti, perché «magari qualcuno di questi messaggeri, ha famiglia, figli e la domenica va anche a messa. Certamente non ascolta però, le parole di Papa Francesco». Ci vuole buon senso, ci ricorda Morandi. Senso civico. Ci vuole ordine di pensieri.

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Ciò che rimane è uno spaccato di evoluzione antropologica assurda e tragica, dalla pacatezza di quel piccolo morandiano mondo antico alla confusione e alla volgarità di una parte di mondo, così incapace di allargare un ragionamento, così incapace di ascoltare, fare suo un pensiero semplice-semplice, magari non condivisibile, ma perlomeno un pensiero proprio. Dopotutto, per chiuderla con Ennio Flaiano, «l’Italia è il paese dove sono accampati gli italiani».

Il problema è che non siamo più i soli, dobbiamo ri-pensarci, ragionare su di noi, infilarci in questo mondo nuovo. Morandi (in)consapevolmente ce lo ricorda. E quasi tutti gli altri (italiani come lui, così diversi da lui) a rivendicare tutt’altro. Qualcosa che non esiste.

Federico Pevere
Federico Pevere
Nato in Friuli tempo fa, ora vive in Emilia. Scrive per Sentireascoltare e Nazione Indiana. Tifa per Beckett. Pensiero debole.
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