Attualità: Institute of Sexology – confessare in una mostra tutto quello che pensiamo (veramente) sul sesso
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Institute of Sexology – confessare in una mostra tutto quello che pensiamo (veramente) sul sesso

Al primo piano del Wellcome Building di Euston Square, a pochi passi dallo shopping di Tottenham court road e Oxford street, tra il binario 9 e ¾ e la Britsh Library, una folla colorata ed eccitata di persone, a coppie, aspetta di essere ammessa alle sale dell’Institute of Sexology.

Institute of Sexology

Al primo piano del Wellcome Building di Euston Square, a pochi passi dallo shopping di Tottenham court road  e Oxford street, tra il binario 9 e ¾ e la Britsh Library, una folla colorata ed eccitata di persone, a coppie, aspetta di essere ammessa alle sale dell’Institute of Sexology. L’edificio prende il nome da Sir Henry Wellcome,  uno strano signore appassionato di medicina e di marketing e al quale è dedicata la galleria di mirabilia a sfondo antropologico/scientifico. Un aneddoto che non dimenticherete mai non è forse il fatto che lui sia stato il primo a introdurre l’assunzione di medicine in pillole (1884), quanto il fatto che abbia curato la campagna pubblicitaria dell’inchiostro invisibile (esatto, semplice succo di limone).

La mostra è aperta dallo scorso novembre e sulle prime non mi sarei aspettata tanta calca all’ingresso.

Ci sono coppie di fidanzati che si lanciano sguardi maliziosi, come se l’esibizione dovesse valergli da preliminari. Ci sono improbabili coppie madri/figlie (categoria pedagogica) o padri/figli (categoria complicità). Ci sono assembramenti strani come nuvole di nerd con gli adesivi “Open day – visitor” attaccati sul taschino della camicia.  Metà settembre: le università di Londra stanno reclutando nuovo materiale umano, e la mostra sulla scienza della sessualità, a pochi passi dagli edifici accademici, lo raccoglie tutto.

Per ammazzare il tempo in fila una signorina passa  con una brochure che spiega in breve quello che dobbiamo aspettarci una volta ammessi in sala. Non si tratta di una mostra sul sesso, quanto piuttosto sul discorso nato intorno alla sessualità a partire da un certo periodo storico, il XIX secolo.

Quattro gli ambienti principali: la “library”, dove si raccoglie materiale dei primi collezionisti; “consulting room”, una sorta di confessionale, dove in particolar modo si raccoglie materiale relativo alle ricerche freudiane, lettere originali sul tema dell’omosessualità e dell’isteria, immagini degli esperimenti di Charcot con l’ipnosi; si passa poi alla sezione chiamata“tent”, la tenda, a simboleggiare i viaggi di antropologi che hanno studiato sul campo la libera sessualità di alcune tribù del Pacifico; in “classroom”, troveremo la sessualità ricercata in ambienti scolastici tra gli adolescenti e in “Laboratory”, si presentano i famosi esperimenti sull’orgasmo e il piacere sessuale da Virginia Johnson e William Masters alla Washington University nel 1960.

 

Piacere mio

L’approccio scientifico al tema del sesso, al discorso sul sesso, non si perde mai di vista nel  breve percorso che si articola in tre ambienti principali. Di fatto, la cosa più interessante di questa mostra, sono le domande che ci si pone nel passeggiare attraverso i pannelli e i tavoli/vetrina, tra lettere di Freud e prime edizioni di testi come Married Love, l’Amore coniugale di Mary Stopes. Il libro, spiega didascalia, andrebbe annoverato accanto i testi di portata rivoluzionaria quali L’interpretazione dei sogni di Freud, la Relatività di Einstein o Il Capitale di Marx. Nel trattato la Stopes per la prima volta afferma l’esistenza scientifica del piacere femminile, coincidente con il periodo che precede il ciclo mestruale, e l’importanza fondamentale di una distribuzione equa del piacere in entrambi i coniugi, per la buona riuscita di un matrimonio. Era il 1918, 750 mila copie e diciannove edizioni in pochissimi mesi.

Advertisement for the Institute of Sex Research (c) The Kinsey Institute

Supero lo studio di psicanalisi, passeggio nella zona esplorazioni, poi mi fermo nell’area dedicata alla “classe”, dove si mostra un video di accoppiamenti fra diverse specie animali, maschio e femmina di ciascuna specie, più due maiali dello stesso sesso. Si tratta di frame catturati dal famoso sessuologo americano Alfred Kinsey, interessato particolarmente ai confini tra eterosessualità e omosessualità. Secondo i suoi studi esisterebbe l’omosessualità anche negli animali, i quali, all’occorrenza, non esiterebbero ad accoppiarsi con un esemplare dello stesso sesso, proprio come i porcellini della Nuova Guinea che ci danno dentro sotto i nostri occhi. Queste teorie furono aspramente osteggiate dai conservatori americani degli anni Cinquanta, che rinfacciarono a Kinsey il fatto che le sue ricerche, lungi dall’avere valore scientifico, servissero solo a dare una risposta alla sua personale confusione sessuale.

 

Resistenze

In Institute of Sexology ci sono mappature di genitali e algoritmi di accoppiamenti, questionari e interviste interessanti che attestano quanto la curiosità sul sesso sia aumentata nel corso degli anni da parte della scienza e della società, mascherando con un linguaggio formale e specifico il costante imbarazzo che resta nel trattare determinati argomenti.

Perché il progresso può trovarsi nell’aumento delle misure di igiene e contraccezione, nella prevenzione, nelle cure mediche alle malattie veneree, ma di fatto quello che resta uguale è l’ambiguità, il non detto, la malizia degli sguardi dei visitatori della mostra, nient’affatto diversi per atteggiamento dai lettori scandalizzati di Married Love, nel 1918.

Packet of Anti-baby condoms, German, 1980s (c) Science Museum, London

La resistenza a parlare di sesso, il giudizio morale della società ancora troppo puritana, sono atteggiamenti con cui ancora dobbiamo fare i conti.

Fifty Shades of Grey è del resto pur sempre una storia d’amore, perché le casalinghe non sono andate in massa, piuttosto, a vedere un film come Shame, quando uscì nelle sale?

 

Sadomaso: sì/no

Alla fine del percorso della mostra capisco una cosa fondamentale: la genialità dell’allestimento non sta tanto nella portata informativa del materiale selezionato, quanto nel processo del percorso stesso. Passeggiamo da una sala all’altra, siamo a contatto con altri visitatori, ne studiamo gli atteggiamenti, ci riconosciamo/non ci riconosciamo in essi. Ci chiediamo perché sorridiamo a determinate risposte delle adolescenti intervistate da Kinsey e perché un po’ ci turbano alcune lettere di Freud. Io per esempio, dopo aver superato la prima sala, non ho fatto altro che pensare a una cosa sola: un sondaggio assolutamente arbitrario fatto da un’artista dei primi del novecento su un campione di circa cento donne, riguardo il loro ultimo partner sessuale. Dopo la chiusura della relazione con un musicista del tempo e il conseguente periodo di buio depressivo causato dall’abbandono, la donna ha deciso di entrare a fondo nel problema del rapporto di attrazione tra individui, nell’eventualità – forse – di trovare un rimedio alla sofferenza implicita in ogni relazione. O forse solo per tenersi occupata.

Le domande riguardavano la frequenza degli incontri, le posizioni, il tipo di piacere provato, il sesso anale (sì/no), il sadomasochismo e i giocattoli sessuali (sì/no), il tipo di orgasmo di lui (pianto/grida/sussurro/silenzio), il suo lavoro,  il suo aspetto fisico, le parole (prima e dopo l’amplesso), infine il ricordo che resta alla donna dell’incontro sessuale. Tra risposte come la voce/le braccia/l’energia et similia, una sola, la numero 41, ha risposto «la sua stanza».

 

Un esperimento reale

L’institute of Sexology, che verrà smantellato il prossimo 20 settembre per fare spazio a una nuova mostra, è stata un’operazione geniale e sottile: mostrare studi ed esperimenti a visitatori inconsapevoli di partecipare, a loro volta, a un esperimento.

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La faccenda si fa più chiara in chiusura della mostra, quando da uno schermo apprendiamo che «negli ultimi 168 giorni 0636 visitatrici di questa mostra si sono dichiarate omosessuali. Nello stesso periodo 0552 visitatori hanno riportato che la loro vita sessuale li rende infelici. Alla domanda: il piacere è più importante dell’amore nell’atto sessuale? 6074 visitatori hanno risposto sì, 2263 hanno detto di no, mentre per 6836 la risposta è stata “entrambi”. 16382 persone hanno pensato e scritto cose sul sesso che non sono adeguatamente rappresentabili attraverso statistiche, come per esempio:

«La cosa che mi rende più triste del sesso è l’illusione di sentire vicina la persona che mi sta accanto e scoprire poi che non siamo altro che corpi capitati vicini per caso.»

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Il lungo tavolo di legno che si incontra poco prima dell’uscita è il vero cuore della mostra. Il visitatore è invitato a sedersi e rispondere a venticinque domande («they are all about sex») mirate a stimolare in noi una relazione tra il discorso sul sesso così come la mostra ce lo ha presentato nel passato e quello invece attualmente in atto nella società contemporanea.

Ho risposto al mio questionario, poi ho pensato di rubarne uno e tradurlo per Dude.

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PARTE 1 – Domande su di te

  1. Sei in generale onesto riguardo al sesso-o hai mai sentito la necessità di nascondere parte della tua sessualità?
  2. Che cosa – riguardo al sesso – ti ha portato una maggiore sensazione di felicità o la più grande tristezza?
  3. Paragoni mai la tua vita sessuale a quella di altre persone?
  4. I tuo desideri sono cambiati col tempo?
  5. Che cosa significano per te i concetti di “liberazione sessuale” e libertà sessuale”?
  6. Pensi di doverti comportare in un determinato modo perché sei uomo/donna/transgender? Sai da dove derivano questo tipo di idee?
  7. Quali emozioni associ all’orgasmo?
  8. Quanto spesso paragoni la tua vita sessuale a quello che vedi su internet?
  9. Accetti davvero le differenze sessuali tato quanto credi?
  10. Pensi sia accettabile che una donna sia sessualmente promiscua tanto quanto l’uomo?
  11. Pensi che le fantasie dovrebbero restare tali?
  12. Cosa pensi sarebbe la vita senza sesso?

Parte DUE – Domande su di noi

  1. Questa mostra èsul cambiamento. Per esempio, pensi che il sesso nel 2015 sia diverso da quello del 1995?
  2. Pensi che la nostra società ponga troppa enfasi sul sesso?
  3. Il rapporto della famiglia rispetto al sesso ci influenza ancora? In che modo?
  4. La religione dovrebbe avere un ruolo in materia sessuale?
  5. Dovremmo cambiare l’educazione sessuale? Per esempio, informazioni sull’amore omosessuale dovrebberoessere fornite nelle scuole?
  6. La prostituzione è OK? Hai mai pagato per fare sesso? Lo faresti?
  7. Qual èil tuo punto di vista sul sesso consensuale?
  8. L’era digitale sta distruggendo il piacere sessuale?
  9. Pensi che la monogamia sia naturale?
  10. Pensi che nel 2015 ‘gay’ ed ‘etero’ (o ‘uomo’ e ‘donna’) siano etichette limitanti?
  11. Se potessi cambiare qualcosa su di te, sul tuo partner o sulla società, che cosa cambieresti?
  12. Tornando indietro nel tempo, quale consiglio ti daresti per la tua prima volta?

 

Poi la domanda più importante.

25. Se potessi porre una domanda sul sesso alle persone che visiteranno questa mostra, cosa chiederesti?

 

Olga Campofreda
Olga Campofreda
Olga Campofreda è nata a Caserta nel1987. Giornalista pubblicista, ha scritto per il quotidiano Il Mattino, occupandosi di cultura e spettacoli. È laureata in lettere moderne e collabora con diverse testate e web magazine (il manifesto, Freakout, Collater.al, Dude Magazine). L’ultimo libro pubblicato è Caffè Trieste (Giulio Perrone Editore, 2011), un reportage sulla poesia di San Francisco con un’intervista inedita a Lawrence Ferlinghetti.
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