Per Oxford Dictionaries la parola dell’anno è “post-truth”: la definizione proposta fa riferimento a tutte quelle circostanze nelle quali i fatti oggettivi, nella formazione dell’opinione pubblica, hanno meno influenza rispetto alle emozioni e ai convincimenti personali. L’argomento è serio, e questo è già un brutto segnale, considerato che la parola dell’anno nel 2015 fu l’emoji che piange dalle risate, nel 2014 “vape”, nel 2013 “selfie”. Hanno pesato sulla scelta, senza ombra di dubbio, il referendum britannico sull’uscita dall’Unione Europea e la campagna che ha portato Donald Trump a diventare il presidente eletto alla successione di Barack Obama alla guida degli Stati Uniti: i sostenitori del “leave” e il miliardario americano non hanno fatto proprio nulla per nascondere quanto fossero per loro irrilevanti i fatti oggettivi, e per la gioia degli amanti dei paradossi, i fatti oggettivi gli hanno dato ragione.
Il settimanale inglese The Economist aveva già dedicato a questo argomento un numero, a settembre, in cui il termine post-truth compariva in copertina; all’interno, invece, un articolo intitolato Art of the Lie proponeva una bella analisi che consente di ampliare la definizione proposta da Oxford Dictionaries, perché non si tratta solo di influenza sulle opinioni personali: come suggerisce il prefisso post-, il concetto è che la verità sia superata, di secondaria importanza. In un’epoca post-truth, l’affermazione di una falsità più o meno evidente è una strategia vincente, in politica ma non solo, per almeno due buoni motivi: per contestarla è necessario ribadirla e quindi diffonderla ancora, restando a dibattere sul campo scelto da chi l’ha diffusa; inoltre è molto probabile che la smentita raggiunga comunque molte meno persone rispetto alla falsa notizia. E la colpa è in buona parte di internet.
La bolla dei filtri

In un saggio ormai un po’ datato ma ancora fondamentale, in Italia edito Il Saggiatore e intitolato Il Filtro, l’attivista politico Eli Pariser metteva in guardia già alcuni anni fa dagli effetti che gli algoritmi di Google e Facebook avrebbero potuto avere sulla diffusione delle notizie online. La personalizzazione dei risultati delle ricerche su Google, così come la selezione dei post ritenuti più interessanti per ogni utente su Facebook, portano alla creazione di bolle: tutti noi tendiamo a visitare più spesso certi siti piuttosto che altri, pagine che propongono determinati argomenti e che su di essi prendono posizioni di un certo tipo; è probabile che la maggior parte dei nostri amici e delle persone che seguiamo abbiano i nostri stessi interessi e spesso opinioni simili, e che condividano sui social network contenuti che saranno effettivamente di nostro gradimento e con i quali ci troveremo d’accordo. Tutto il resto, gradualmente, sparisce. Gli algoritmi, si vede, fanno bene il loro lavoro, ma a chi rendono un buon servizio?
Avere accesso nelle nostre abitazioni ad una rete in cui è presente buona parte della popolazione mondiale e trovarsi in una bolla che ci tiene lontani e che ci protegge da qualsiasi visione del mondo diversa dalla nostra sembra una enorme contraddizione. In realtà non lo è affatto: lo schermo di laptop e smartphone è davvero il nostro Black Mirror, una superficie in cui desideriamo specchiarci e ritrovare noi stessi. Lo ha scoperto per caso Joseph Weizenbaum, professore del Mit, quando nel 1966 realizzò un chatbot chiamato Eliza, con l’intenzione di fare una parodia di un certo tipo di psicoterapeuta: il programma dialoga con l’utente senza capire una sola parola di quanto gli viene scritto, rispondendo semplicemente con domande generate riformulando le frasi dell’utente stesso. Weizenbaum rimase sconvolto quando scoprì che molte persone passavano ore conversando con il programma, confessandogli ogni tipo di segreto (coincidenze: “chatbot” era uno degli altri termini presenti nella shortlist di Oxford Dictionaries di quest’anno). Gli algoritmi sembrano perciò fornirci esattamente ciò che vogliamo: bolle solipsistiche nelle quali non c’è spazio per il dubbio, in cui è più naturale l’indignazione o l’insulto piuttosto che il confronto, perché tutto ciò che nell’immagine riflessa sembra fuori posto porta una stonatura, ci distrae dalla nostra comfort zone, e insomma, come si permette?
Intermezzo #1
«Era convinto che gli eventi mondiali fossero orchestrati da complessi e duraturi complotti. Tirò fuori una banconota da un dollaro per farci vedere come gli Illuminati comunicavano fra loro.
— Ma perché una società segreta dovrebbe spiattellare i propri piani su una moneta di uso comune? — gli chiesi.
Lui annuí come se si aspettasse la domanda. – Per mostrare quanto è ampio il suo potere.»
[Emma Cline, Le ragazze]
I morti sono vivi

Internet non è solo un enorme contenitore di argomenti a supporto di ciò di cui siamo già convinti, ma anche un formidabile suggeritore di tesi alternative a ciò in cui non vogliamo credere. La quantità di materiale disponibile è soverchiante, e mentre si è alla ricerca della prova decisiva di questo o quel complotto si rischia di perdere il contatto con la realtà; vengono spesso immaginati scenari che pongono questioni molto più serie rispetto a quelli messi in discussione: avete presente, centinaia di video, foto e articoli volti a dimostrare che a colpire il Pentagono il 9/11 sia stato un missile e non un aereo, senza preoccuparsi troppo di spiegare che fine abbia fatto l’aereo che non si sarebbe schiantato sul Pentagono. Nelle teorie cospirazioniste la logica cede volentieri il passo al desiderio, fino alla negazione ultima, quella della morte; un chiaro esempio lo offre la cultura pop, dato che ogni fan vorrebbe il proprio idolo vivo per sempre. Così Elvis non è morto, del resto si dice che il premio per la sua assicurazione sulla vita non sia mai stato riscosso, è l’FBI che lo tiene sotto protezione da quando si è incontrato con Nixon e alcuni hanno iniziato a sospettare che fosse in realtà un agente federale. Michael Jackson forse era addirittura in tv il giorno in cui era previsto il suo funerale, forse era presente al funerale stesso, in ogni caso è ancora vivo. Jim Morrison ha messo in scena la sua morte e potrebbe spassarsela alle isole Seychelles, o fare il barbone a New York. Andy Kaufman si è preso gioco del mondo un’ultima volta e ora vive in New Mexico. Mentre chi è morto davvero è di certo stato ucciso da qualche agenzia governativa: Bob Marley dalla CIA, Albert Camus dal KGB. John Lennon dalla CIA per mezzo non tanto di Mark Chapman, quanto di Holden Caulfield. Se anche voi avete letto Il giovane Holden, la vostra mente potrebbe ormai essere sotto il controllo dell’agenzia di intelligence americana, per la quale Salinger avrebbe lavorato durante la seconda guerra mondiale, pronta ad attivarvi da un momento all’altro. Attenzione.
Intermezzo #2
«Per quanto mi riguarda, il mio problema con i teorici della cospirazione è che, se gli dai un dito di porcherie accertate, loro si prendono tutto un braccio di fantasie. O peggio. Come ai suoi tempi il senatore McCarthy, usano con la più assoluta disinvoltura voci e insinuazioni.»
[Mordecai Richler, Un mondo di cospiratori]
La scomparsa della verità

Una cosa va detta: negli ultimi decenni i politici se la sono guadagnata eccome, la sfiducia della gente. La manipolazione della realtà è uno strumento di potere il cui uso non viene lesinato da nessuno, e che ritroviamo al centro della politica internazionale e degli affari interni di paesi in ogni parte del mondo: Hypernormalisation, un documentario di Adam Curtis prodotto dalla BBC, ne ha fatto quest’anno un lungo e dettagliato resoconto. Ed è a partire dalla politica che sono stati messi in discussione, a cascata, gli istituti finanziari e le comunità scientifiche, spesso per semplice calcolo, alla ricerca di voti e consensi. Quando però non sembra esistere più una sola autorità i cui studi e i cui risultati non possano essere messi in dubbio con un post su un qualsiasi blog, la situazione comincia a essere preoccupante: il riscaldamento globale, i terremoti, gli uragani, i vaccini, l’olio di palma, l’immigrazione, l’uomo sulla Luna, le cure contro il cancro, la moneta unica. Sono tutti temi molto più delicati rispetto al destino di una pop star, e tante persone rischiano di prendere decisioni importanti per la propria vita, o di modificare le proprie intenzioni di voto, sulla base di informazioni ugualmente approssimative e non verificate. Accettare passivamente un’idea come quella di post-truth in un simile contesto sembra una follia, un passo avanti e nel vuoto fatto laddove sarebbero necessari diversi passi indietro.
Eppure la scomparsa della verità sembra un processo inarrestabile, che va ben oltre le manipolazioni di una volta, che almeno un certo timore di essere smascherate lo avevano; la campagna presidenziale negli USA ne ha offerto un impressionante saggio. Polifact ha analizzato più di 300 dichiarazioni di Donald Trump: oltre il 51% era falsa o da “pants on fire”, cioè completamente campata in aria («liar, liar, pants on fire», dicono i bambini inglesi a chi pensano stia mentendo); affermazioni a cui vanno aggiunte tutte le false notizie circolate senza alcun controllo in rete. Buzzfeed ha preso in esame i 20 articoli affidabili e i 20 articoli privi di fondamento (cose tipo un endorsement di Papa Francesco al candidato repubblicano) che hanno generato maggiore engagement su Facebook, cioè interazioni come commenti o condivisioni, e ha scoperto che a circolare di più sono state proprio le notizie false. Facebook, come Google, si considera una semplice piattaforma e non un editore, e declina ogni responsabilità: ma i suoi algoritmi hanno il potere di indirizzare gli utenti verso certi contenuti a discapito di altri, e sono davvero in tanti a usare i social network come fonti di informazione.
Il complottismo come genere letterario
La storia non si fa con i se e con i ma, però le storie sì. In una delle sue opere più famose, La svastica sul sole, Philip Dick immaginava un mondo distopico in cui la Germania aveva vinto la seconda guerra mondiale e in cui il nazismo era arrivato negli Stati Uniti; Uccidere Hitler, un recente saggio storico avvincente come un romanzo, pubblicato in Italia da Bollati Boringhieri, racconta i numerosi complotti finalizzati a eliminare il dittatore, che tra il 1938 e il 1944 si trovò vicino a un numero davvero notevole di bombe pronte a esplodere, salvandosi ripetutamente con una buona dose di fortuna. Siamo abituati a pensare al tempo come a una linea che procede diritta, dal passato verso il futuro, e alla storia come a una narrazione in cui tutte le cause prima o poi producono i propri effetti. Il racconto del mondo è composto da un set di avvenimenti accaduti per davvero e in sequenza; il resto fa parte delle fantasie, delle probabilità scartate, dell’infinito regno dei possibili.
Se consideriamo “la versione ufficiale” come un equivalente della verità, dei fatti come sono realmente accaduti, ogni teoria del complotto è una linea narrativa nuova, tesa ad esplorare i mondi che non si sono mai venuti a creare (o che forse esistono altrove, nel multiverso), e allora l’esercizio appare innocuo, persino stimolante e salutare se preso per il giusto verso. Invece quando parliamo di post-truth parliamo di un mondo in cui questo tipo di impostazione, con le certezze che ne derivano, comincia a perdere pezzi. I possibili rientrano in gioco, esplodono tutti insieme in contronarrazioni, disinformazione, propaganda, sfruttando la complessità del mondo e alimentandola a loro volta, e la verità si fa sempre meno riconoscibile. I popoli sentono di aver perso il controllo, la capacità decisionale, la sovranità, e se la prendono con Bruxelles o con Wall Street, dove però albergano le stesse sensazioni di impotenza di fronte a un mondo divenuto troppo grande, veloce, globale e complicato per essere compreso dall’intelligenza umana (da quella artificiale, chissà): un’idea vagamente precisa della direzione verso cui stiamo andando ce l’hanno forse solo dalle parti di Silicon Valley, e non si tratta comunque del tipo di risposte che cerchiamo. La storia continua ma nessuno ne ha più il controllo. La verità la stiamo perdendo così, e solo ripristinando una narrazione del mondo torneremo a poter contare su di lei. Fate girare.