Le recensioni sul cibo dicono che stiamo diventando degli sfigati
Sul finire dei suoi primi dieci anni, qui compiamo una piccola rivoluzione, abbandonando il nostro formato classico – quello del magazine culturale a cadenza vagamente quotidiana – per presentare ogni mese un solo saggio e un solo racconto. Da queste pagine 24 autori ogni anno proporranno il loro filtro sul reale, manipolando inevitabilmente la personalità di Dude mag: ed è una cosa che ci rende enormemente curiosi.
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Le recensioni sul cibo dicono che stiamo diventando degli sfigati

Il professore di Linguistica Adrian Lehrer dell’Università dell’Arizona, dal 1975 al 2000, si è messo a studiare il modo in cui le persone parlano del cibo.

Partiamo da un assunto fondamentale: il linguaggio che la gente usa dice molto più di quello che possiamo immaginare. La tipica frasetta un po’ supponente del «non hai capito? Ti faccio un disegno?» è sostanzialmente imprecisa, se non scorretta. Pensateci un attimo. Un disegno è molto più ambiguo e soggetto a interpretazione di una frase con soggetto verbo e predicato. E qualora questi elementi linguistici risultassero ancora leggermente vaghi, ecco che arriva il campo semantico. In un party estremamente classista di parole che appartengono allo stesso mondo il linguaggio è senza dubbio un indicatore oggettivo. 

Partiamo da un altro assunto fondamentale: data un’università mai sentita nominare prima in un paese della provincia americana certamente pieno di rivenditori di auto usate, dato un ricercatore stravagante in cerca di fondi per comprare il cofanetto deluxe di Big Bang Theory, ecco che si viene a creare il terreno adatto per una ricerca bizarra, di quelle amate soprattutto dagli speaker logorroici di certe radio.

Il professore di Linguistica Adrian Lehrer dell’Università dell’Arizona, dal 1975 al 2000, per evitare forse il servizio militare, si è messo a studiare il modo in cui le persone parlano del cibo, in particolare il tipo di metafore utilizzate, mettendo poi in relazione tutto questo con il tipo di cibo in questione e il prezzo di menù. Ne sono risultati due filoni fondamentali: la tendenza ad attingere dal campo semantico della sessualità (un piatto da orgasmo, lussurioso, sensuale, seducente, sexy…) e quella relativa al gergo degli stupefacenti (una pietanza che dà dipendenza, una droga, avere bisogno di un’altra dose, ecc.).

Dallo studio svolto si evince anche una distinzione tra l’utilizzo delle prime metafore e le seconde: il sesso e il cibo sono associati quando si tratta di pietanze di lusso, qualcosa di esclusivo e anche – nella maggior parte dei casi – costoso; il gergo della dipendenza da droga subentra piuttosto per cibi di facile accesso, più dozzinali, spesso junk food, soprattutto fritture o dolci. Quest’ultimo caso è legato senza dubbio alla consapevolezza di quanto siano frequenti nella nostra dieta i cibi-spazzatura e quanto siano difficili da eliminare o sostituire con pietanze più sane.

Nella classifica di cibi più sexy, da una ricerca svolta su un campione molto vasto di recensioni on line, in cima alla lista c’è il sushi seguito dai dessert elaborati serviti nei ristoranti. Nell’era di Trip Advisor – dove tutti sentono il bisogno di far valere la propria voce di consumatore spingendosi fino a interpretare troppo seriamente il ruolo di critico non qualificato – una ricerca del genere è importante per tirare le somme non tanto sulla qualità dei servizi quanto sulle persone che stiamo diventando. Calorie a parte. Se la droga è associata a esperienze gastronomiche dozzinali e accessibili e il sesso invece a quelle esclusive, rare, costose, vuol dire forse che qualcuno sta passando troppo tempo su internet a scrivere recensioni piuttosto che alzare gli occhi al tavolo accanto e usare l’aggettivo “seducente” per quella bella ragazza asiatica invece che per i suoi California Roll.

Olga Campofreda
Vive a Londra, dove ha conseguito un PhD in Italian studies (UCL). Come ricercatrice si occupa di rappresentazione della giovinezza e romanzo di formazione, controcultura e culture giovanili. È autrice della monografia “Dalla Generazione all'Individuo: giovinezza, identità, impegno nell'opera di Pier Vittorio Tondelli” (Mimesis, 2020) e del reportage narrativo “A San Francisco con Lawrence Ferlinghetti. Viaggio oltre la Beat Generation” (Giulio Perrone Editore 2019). I suoi articoli sono apparsi su Doppiozero, minima&moralia, Ultimo Uomo, Zarina newsletter, La Balena Bianca, Dude Mag. Collabora con il Festival of Italian Literature in London (FILL). Lavora per la nazionale di scherma della Gran Bretagna.
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