Attualità: L’epica della provincia tra noia e terapia
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L’epica della provincia tra noia e terapia

  Nello scegliere le vacanze d’agosto avrete sicuramente pensato di visitare il più bel borgo d’Italia o la località sperduta della regione del Sud, godere del suo silenzio, del buon cibo, del mare o dei paesaggi. C’è chi in quel borgo o in quella località abita tutto l’anno, anche quando le macchine dei turisti sono […]

6 Ago
2018
Attualità

Illustrazione di Asia Flamini

 

Nello scegliere le vacanze d’agosto avrete sicuramente pensato di visitare il più bel borgo d’Italia o la località sperduta della regione del Sud, godere del suo silenzio, del buon cibo, del mare o dei paesaggi. C’è chi in quel borgo o in quella località abita tutto l’anno, anche quando le macchine dei turisti sono già in moto verso il mondo gremito e in movimento.

 

Un brano forse tra i meno noti dei Baustelle, risalente al loro terzo album La Malavita, titola I Provinciali e sintetizza nei pochi laconici versi del ritornello l’essenza di quella che anche Guccini definiva «la grazia o il tedio a morte di vivere in provincia»:

 

«morire la domenica/chiesa cattolica/estetica anestetica/provincia cronica»

 

Un cattolicesimo che è spesso un bigottismo culturalmente ancora troppo radicato, la noia che scaturisce dal reiterarsi costante degli stessi schemi, del vedere sempre le stesse persone (la signora che fa la spesa in piazza, i vecchi che giocano a carte al bar, il cane che dorme sotto al sole), fare sempre le stesse cose, la ricerca di una qualche via di fuga. Ma davvero non c’è altro?

Un altro cantautore che ha fatto di paesaggi desolati, campagne aride senza traffico, paesi senza la stazione il fulcro delle sue narrazioni è Vasco Brondi aka Le luci della centrale elettrica. Durante il suo tour del 2013 Con la chitarra e il computer era solito cantare una sua versione del brano dei Baustelle, introducendola così:

 

[È stato molto importante per me] crescere in un posto in cui mi annoiavo a morte: credo che la noia sia in realtà sottovalutata, che sia molto importante crescere in un posto dove non hai niente da fare, e dove non succede niente attorno e ti rendi conto che se vuoi che succeda qualcosa devi farla accadere tu.

 

Non ci sono dubbi riguardo al fatto che oggi avremmo certamente qualcosa di bello in meno da leggere se Leopardi non avesse odiato profondamente la sua Recanati, o Cesare Pavese il suo paesino tra le Langhe piemontesi.

Proprio a Santo Stefano Belbo pensava Pavese ne La luna e i falò quando scriveva: «Un paese ci vuole, non fosse che per il gusto di andarsene via. Un paese vuol dire non essere soli, sapere che nella gente, nelle piante, nella terra c’è qualcosa di tuo, che anche quando non ci sei resta ad aspettarti.»

Il suo ultimo celebre romanzo è infatti emblematico di tutto un immaginario letterario fondato proprio sull’alternanza tra il desiderio di fuga dal luogo natìo, piccolo ed opprimente, e il richiamo delle origini, il bisogno di appartenenza e di radici. Ma ha ancora senso preoccuparsene oggi, nella prospettiva di una società multiculturale e sempre più meticcia? Probabilmente no, ma l’importanza del paese per come la intendeva Pavese può collocarsi non tanto in un’ottica identitaria, quanto piuttosto “strumentale”.

Nel suo Vento forte tra Lacedonia e Candela, esercizi di paesologia Franco Arminio racconta dei suoi viaggi nella provincia italiana in Iprinia, in Calabria, all’interno del Salento, in Molise, in Sardegna fino in Friuli e nel Piemonte alpino, per i paesi che definisce della resa, ai quali assegna una bandiera bianca: desolati ed ignoti, neppure stranezze particolari, negozi di prodotti tipici o musei vi attirano visitatori. Sono luoghi «senza additivi, senza mistificazioni»: «ci sono i lampioni, ci sono i marciapiedi, c’è sicuramente almeno un bar e un piccolo negozio di alimentari, c’è un sindaco e una piazza, c’è qualche bambino, ci sono molti anziani, case nuove e un po’ più vecchie».

Oltre che arresi, questi paesi sono soprattutto malati. Inquieti, velleitari o depressi, gli individui che li abitano sono prostrati da un disagio tanto tangibile quanto ancora indefinito, perché per certi aspetti anche nuovo: se in passato si trattava di luoghi secolarmente molto poveri, nei quali si viveva di stenti, ma si faceva comunque vita comunitaria, oggi lo scarto economico pare non aver riempito quel vuoto.

Quello della solitudine e del senso di inadeguatezza non è naturalmente un quadro assente nel resto del mondo o nelle città — dove pur si è malati, ma si è in tanti, ed è più facile mascherarlo nella giostra del consumare e produrre —: semplicemente in quella che Arminio definisce essere la società della “ruralità di massa” si mostra senza filtri solo in quei posti un po’ opprimenti che sono i paesi di cinquecento abitanti.

Perché cinquecento umani che vivono in uno stesso spazio se la passano così male? Azzardo una risposta semplice: perché non riescono ad inventarsi niente. Un paese non è un luogo adatto a far transitare il tempo in maniera divertente. Qui si crea quasi naturalmente un gorgo, un peso intenso di smania o inerzia. E allora il tuo peso s’incontra con quello degli altri e ti preme addosso.

Se la vita di provincia è allora una vera e propria patologia, la creatività sembra essere l’esorcismo più efficace contro il demone della solitudine e della desolazione. Proprio a partire da queste si può dispiegare tutta la potenza narrativa di questi luoghi, ribaltando quella che inequivocabilmente pare essere un’inesorabile condanna.

Un anestetico-estetico diventa quindi l’unico possibile antidoto alla fatica del vivere, al dolore e alla noia: la letteratura, la musica e l’arte che spesso diventano la meta-narrazione del disagio stesso di chi lo vive, ma anche degli scenari, dei paesaggi, dei personaggi tutto intorno. Avremmo bisogno di più storie che parlino dei paesi, di più scrittori, musicisti, registi che vivano i paesi.

Lì ogni cosa sembra avvenire fuori dal mondo, eppure proprio per questo trova la sua ragione di essere raccontata: il tempo di questo racconto è infatti spesso lento e dilatato. Come molte malattie, quella della provincia si incancrenisce, ha le sue recidive, cronicizza; forse un paese allora ci vuole davvero, se non altro per il gusto di non sventolare solo la bandiera bianca, di cercare la propria terapia in un mondo che, alla fin fine, è pur tutto abitato da malati rassegnati.

Valeria Marzano
Valeria Marzano
Classe '95, vive a Roma e studia medicina. Cerca continuamente vie di fuga ed ama i contenuti in low qual.
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