Cagliostro e Lorenza sono stati i Bonnie & Clyde del XVIII secolo. Lui mago e lei prostituta, in viaggio per l’Europa illuminista tra eresie, massoneria, alchimia, truffe e fughe, fino alla prigionia a Trastevere, sotto il pontificio di Pio VI. Secondo la leggenda il fantasma di Lorenza si aggira su Ponte Garibaldi ogni notte, mentre l’anima di Cagliostro vaga inquieta senza sepoltura. [Foto di Elena Fortunati]
La mia permanenza qui si sta rivelando un disastro. È una settimana che sono a Roma e tutto ha preso ad andare storto sin dal momento in cui mi sono sistemato in questo appartamento in Piazza Santa Apollonia. Salta l’elettricità di continuo, la connessione internet è spaventosamente lenta, ieri sono rimasto tutto il giorno senza acqua e allora ho dovuto chiedere ai vicini di usare il loro bagno. Ci ho messo un’ora per farmi capire con il mio italiano stentato e il loro inglese inesistente. Credevano fossi l’idraulico. Un idraulico con l’accento americano venuto appositamente dalla costa dell’Oregon per buttare un occhio alle loro tubature. E invece no, molto peggio: quindici ore di viaggio, visti, mesi e mesi di ricerche tra scartoffie, cianfrusaglie, pozioni magiche e documenti su tale Cagliostro, un mago da quattro soldi di cui non me ne importa proprio niente, perché non me ne è mai importato proprio niente dei maghi e di tutte le loro faccende. E però mi sono fatto convincere dal mio editore che ora vendono solo questi romanzi e che un bel viaggio in Italia è quello che mi ci vuole e che le ultime cose che ho scritto fanno pena e che non vanno a parare da nessuna parte, come se poi lo scopo fosse andare a parare da qualche parte, e anche in quel caso non si capisce perché dovrei andare a parare in una losca vicenda di magia nera, o bianca, o fumé e però insomma eccomi qui in questo appartamento in Piazza Santa Apollonia dove ha preso ad andare tutto storto e quindi va da sé che la notte non riesco a chiudere occhio un po’ per colpa del fuso orario, un po’ per colpa del soffitto a travi che scricchiola di continuo, e se non è il soffitto a travi ci si mette l’ubriacone che vive sotto alla mia finestra che quando gli gira male può starsene a intonare per ore arie liriche, seguite da un coro di minacce di morte da parte del vicinato ancora più irritante delle arie liriche considerato che nessuno poi passa dalle intenzioni ai fatti.
Naturalmente ho scritto poco e niente, o meglio: scrivo e mi spariscono le parole. All’inizio pensavo a banali sviste, temevo che il poco sonno cominciasse a procurarmi delle allucinazioni perché io scrivevo una parola e il giorno dopo non la trovavo più, oppure rimanevano solo frasi monche senza alcun senso e gli aggettivi che mi erano costati svariati minuti di riflessione svanivano nel nulla. Poi la situazione è peggiorata e hanno cominciato a svanire interi paragrafi e così è diventato piuttosto chiaro che il mio computer si è beccato un virus. Allora l’ho presa come un segno. Tutta questa faccenda dei maghi forse mi sta dando alla testa, sta di fatto che a un certo punto ho pensato che Cagliostro volesse dirmi che le diavolerie della tecnologia moderna possono tradirti sul più bello, come una perversa forma di alchimia artificiale fuori dall’umano controllo e così ho cominciato a prendere appunti su un quaderno, insomma non che voglia regredire in tutto e per tutto agli usi di fine Settecento, però in effetti mi è sembrato più onesto tornare alla carta e penna per scrivere di stregonerie, guarigioni, eresie e così via. Se non fosse che stanotte notte qualcuno ci ha rovesciato sopra del vino. Dico qualcuno, perché di certo non sono stato io. Tanto per chiarire, non sono uno di quegli scrittori che si mettono lì alla scrivania col loro bicchiere di vino in cerca di ispirazione e se proprio devo bere mi faccio un goccio di rosso a tavola, da persona civile, e non mi verrebbe mai in mente di spostare la bottiglia dalla cucina al mio studio dove invece ho avuto la spiacevole sorpresa di trovarla insieme a quella macchia inaudita che copriva i miei appunti.
Sulle prime ho pensato a uno scherzo dei vicini. Si erano indisposti perché non ero un idraulico? Fa parte del folklore locale? Una sorta di benvenuto goliardico? Ma come avevano fatto a intrufolarsi nel mio appartamento? Avevano le chiavi? Mi stavano spiando? Ho preso il quaderno e sono andato a bussargli ma i bastardi non erano in casa e allora sono rimasto sul pianerottolo con i miei appunti sudici a elaborare raffinati piani di vendetta finché il quaderno non ha deciso di fiondarsi giù dalle mie mani e quando l’ho raccolto era aperto su una pagina con la scritta:
«Non si piange sul latte versato. Ma nemmeno sul vino. Che fai stasera? Ti aspetto a mezzanotte su Ponte Garibaldi».
E allora ci ho messo pochi secondi a risolvere l’enigma: deve essere senz’altro opera della figlia adolescente dei vicini che a ripensarci non faceva altro che guardarmi e ci mancava una ragazzina viziata ed esuberante a darmi il tormento, proprio ora che i miei sogni di gloria stanno naufragando e c’è il mio editore che continua a mandarmi email ogni giorno e francamente io non so proprio cosa rispondergli se non che tutta questa storia è per colpa sua e che ora dovrebbe togliermi dai piedi una ragazzina viziata ed esuberante considerato che non ho nessuna smania da Humbert Humbert, altrimenti il romanzo su Cagliostro non lo vedrà mai, e io non vedrò mai il resto dell’anticipo. E invece dovrò cavarmela da solo e anche al più presto se non voglio che la ragazzina mi renda la vita un inferno fintanto che sarò qui e – visti i risultati – mi toccherà starci ancora a lungo, sebbene non vorrei fare altro che scappare via oggi stesso se penso che dovrei di nuovo parlare con suo padre con quella sua faccia spaesata e perplessa – per non dire ottusa – il quale finirà con lo stabilire che l’idraulico americano ha una relazione con la figlia e io potrei rimediarci pure un naso rotto, il che potrebbe rivelarsi persino eccitante per qualcuno, una bella scazzottata nel mio soggiorno romano da rivendermi durante qualche mortifero pranzo parentale il Giorno del Ringraziamento, ma di nuovo temo di non essere io quel qualcuno, e infatti penso che sarà meglio se vado dritto al sodo parlando direttamente con lei, l’impertinente causa di tutto questo disguido. A mezzanotte, su Ponte Garibaldi, mentre come ogni notte il soffitto scricchiola e l’ubriacone canta e la gente blatera inefficaci minacce di morte e io non dormo, non scrivo, non bevo, tanto vale che prenda una boccata d’aria che non potrà certo farmi male pure quella.
Su Ponte Garibaldi non c’è un’anima, è buio e ho anche un certo freddo ed è incredibile che questa ragazzina mi stia facendo persino aspettare, dovrò fare appello a tutta la mia pazienza per non inveirle contro appena me la ritroverò di fronte.
«Lei è il signor Jeff e qualche cognome che non ricordo, insomma è lei quell’imprudente scrittore americano?» dice una voce alle mie spalle «mi presento: sono Lorenza Feliciani, moglie di Giuseppe Balsamo meglio conosciuto sotto il nome di Cagliostro. Cos’è questa faccia? È venuto fin qui per scoprire i segreti di mio marito e si spaventa per un semplice fantasma? Guardi che qui tutti sanno di me, sanno che a mezzanotte faccio una passeggiata su questo ponte, perché Giuseppe sta tornando, abbiamo un appuntamento. E lei, io ho capito bene le sue intenzioni, lei vuole screditare mio marito, proprio come tutti gli altri, dirà che è un truffatore, un menzognero, un povero pazzo eretico, non è così? E allora facciamo così, glielo dico io come stanno le cose, affinché tutti possano finalmente sapere chi erano il grande Cagliostro e la sua cara moglie. Suvvia, si tolga questa brutta faccia e si metta comodo. Mi perdoni se l’ho importunata questi giorni ma lei stava scrivendo un mucchio di castronerie. Innanzitutto io amavo mio marito e lui amava me, è sempre stato così sin da quel fatidico giorno nella chiesa di San Salvatore in Campo nel lontano 1768. Quelli sì che furono tempi felici, ce ne stavamo tutto il giorno a zonzo con i due compari di mio marito: il marchese Alliata e Ottavio Nicastro, due simpatici insolenti che non abbiamo più avuto il piacere di vedere da quando tutto ebbe inizio, intendo dire i nostri viaggi, le nostre fughe in giro per l’Europa. Insomma da principio scappammo a Bergamo con dei documenti insomma, ecco sì, falsi, e così fummo arrestati per la prima volta, dio quanto fu eccitante! Ma ancor più eccitante fu riuscire a svignarsela, a cavallo verso la Provenza come dei veri fuggitivi.
Che meraviglia la Provenza, c’è mai stato? Dovrebbe.
Dormivamo dove capitava, sbarcavamo il lunario come si poteva, di tanto in tanto eravamo ospiti di quel vecchio diavolo di Giacomo Casanova, ma quando ci capitava di bere forte fino all’alba lui diventava irascibile e ci cacciava via e allora trascorrevamo tutta la notte camminando sulla spiaggia fino all’inizio di un nuovo giorno che chissà dove ci avrebbe portati. Una volta di quelle camminammo fino a Barcellona, o forse qualcuno ci tirò sopra una carrozza, non ricordo con precisione. Però posso dirle che fu proprio in quel periodo che iniziai a prostituirmi. Che cosa vuole che sia, nel nostro destino c’era una vita sbandata e immorale, vuole giudicarci per questo? Lo faccia pure, non mi importa. Sta di fatto che gli amanti non mi mancavano di certo ed erano tutti uomini di un certo prestigio. Mi ricordo del marchese di Fontanar e poi il banchiere Anselmo la Cruz, con quelle loro facce pulite e i loro vestiti costosi, si trasformavano quando erano con me e io adoravo lasciarli in balia dei loro lati più perversi per poi vederli piombare nella disperazione quando mio marito si presentava furibondo – come sapeva recitare bene mio marito! – invece a me ogni tanto scappava da ridere. E insomma grida e pianti e scazzottate e alla fine li minacciavamo di spifferare tutto e quelli lì pur di non rovinare la loro reputazione ci sganciavano un bel malloppo e noi ce ne andavamo via: lasciare quegli uomini ricchi con le tasche vuote e le braghe calate era diventata una specie di droga, il nostro piccolo modo di rendere il mondo un posto più onesto e divertente, stavamo solo facendo la nostra parte. E non poteva essere altrimenti, le assicuro che per un certo periodo abbiamo provato a condurre una vita regolare e onesta, agli albori degli anni ’70, del mille e settecento s’intende, ce ne siamo andati a Londra, la grande metropoli. Pensavamo di rifarci una nuova vita lì e Giuseppe ce la mise tutta, disegnava pergamene, un lavoro onesto e ben retribuito, non era certo questo il problema. Il problema semmai è quello di riuscire a rinnegare la propria natura e noi francamente non siamo stati in grado di farlo, non era quello che volevamo. E così ricominciammo da dove avevamo interrotto: io che finivo sotto le lenzuola di qualche quacchero, mio marito che entrava in scena e così via. Poi una volta di quelle qualcosa andò storto. Fu per colpa di un siciliano, un presunto marchese di nome Vivona, non sapevamo molto di più sul suo conto e per questo non me l’aveva mai raccontata giusta, invece mio marito si fidava di lui e fu un grosso errore perché quell’ingrato ci derubò e Giuseppe finì di nuovo al fresco. Per fortuna da qualche tempo un ricco gentiluomo tontolone si era invaghito di me, povero Edward Hales, tutto sommato era una brava persona: lo convinsi a pagare la cauzione per far uscire mio marito di prigione e a sanare tutti i nostri debiti, in cambio mio marito avrebbe dovuto dipingere degli affreschi nel suo castello, ma questo non avvenne mai, anzi passò tutto il tempo a trastullarsi con la figliola del povero Edward e prima che se ne accorgesse eravamo già via, di nuovo in Francia. Vuole che le dica che mi sento in colpa per tutto questo? Mentirei. Vuole che le dica che ero gelosa se mio marito trascorreva la notte con qualche donna più giovane e bella di me? Figuriamoci, lui tornava sempre da me e anche io da lui, del resto. Al contrario di quanto si è fatto credere, io e Giuseppe siamo sempre stati complici. Anche quando avvennero i fattacci di Parigi. Quell’avvocato Duplessis non significava proprio nulla per me, fu solo, ecco, una sbandata. Può capitare, no? Fu un errore denunciare mio marito per sfruttamento della prostituzione e non lo biasimo per avermi denunciata per adulterio. Eravamo stanchi, dopo tutti quegli anni allo sbaraglio, perdemmo un po’ di lucidità ma il nostro amore rimase intatto e per questo dopo quei quattro mesi in quella topaia per prostitute, il carcere di Santa Pelagia, tutto tornò come prima, ritirai la denuncia e passammo degli anni difficili ma intensi. Sapevamo benissimo cosa avevamo combinato qua e là in giro per il mondo, sapevamo benissimo di esserci guadagnati il rancore di molte persone. Per questo cambiammo nome, Giuseppe divenne Cagliostro e io Serafina. Cercammo di stare alla larga dai guai e per un po’ cambiammo aria. Con questo non intendo dire che diventammo dei buon samaritani, entrammo nel giro della massoneria: prima la loggia “L’Espérance” a Soho, poi “L’Indissoluble” nei Paesi Bassi. Continuammo a girare nuove città e a raggirare facoltose vecchiacce avide che credevano nella cartomanzia e speravano di aumentare i loro patrimoni, invece noi glieli dimezzammo: i gioielli che mi vede addosso appartengono tutti a quelle stupide vecchiacce ma stanno meglio addosso a me, no? Continuavamo a farci grosse risate e questo era l’importante: visitammo la Germania e poi la Lettonia, dove mio marito si spacciò per un colonnello spagnolo senza alcun motivo, solo perché era divertente inventare bugie sempre più grosse, come l’idromanzia con la quale fingevamo di evocare gli spiriti terrorizzando tutti. Poi andammo a San Pietroburgo e a Varsavia, qui mio marito apprese i segreti dell’alchimia e riuscì a far credere agli uomini più colti dell’epoca di poter trasformare il piombo in oro. Ma figuriamoci se era vero! Poi venne il periodo del “Rito Egizio”, sul quale si sono dette molte falsità. Semplicemente si trattava della nostra loggia di cui io stessa ero regina. Ma gli anni settanta erano finiti e le cose non tornarono più le stesse. I francesi ce l’avevano a morte con mio marito e lo travolsero con una campagna mediatica indecorosa, lui stette al loro gioco e cercò di difendersi con una lettera pubblica, ma i pregiudizi sono impossibili da cancellare e da solo contro tutti non poté nulla. L’unica cosa positiva di quel decennio fu l’incontro con quel buonuomo di Johann Wolfgang von Goethe, che comprese le nostre scelte insolite e fu nostro amico. Il ritorno in Italia fu deleterio: Palermo, Verona, Genova, Venezia, non potevamo più stare da nessuna parte perché eravamo sulla bocca di tutti e questo divenne insostenibile. Le denunce spuntavano da tutte le parti, chiunque fingeva di esser stato truffato da Cagliostro per ricevere un briciolo di notorietà, era diventata una moda. A Roma fummo arrestati. Io finii nel vecchio convento di Santa Apollonia. Dove ora sorge l’edificio in cui lei alloggia, proprio in quel luogo un tempo trascorsi la mia prigionia. A mio marito invece spettarono le gelide galere di Castel Sant’Angelo. Era l’anno della grande Rivoluzione, un inverno più caldo che mai, e quel losco Papa Pio VI ci separò. Lo ricordo bene. Non c’è nessuno che può insegnarmi a dimenticare. Non vedo più mio marito da allora ed è per questo che ogni notte passeggio qui da più di duecento anni, due come noi rimarranno per sempre, inquiete e sbagliate, ma è impossibile tenerci a bada o rinchiuderci da qualche parte, la faremo sempre franca, Giuseppe verrà a prendermi e questa volta sarà per sempre, perché i fantasmi non possono più provare dolore né morire di nuovo».
Poi da lontano una voce grida «Lorenza!», un grido che aveva attraversato secoli e guerre e terre lontane: Cagliostro era tornato. Quando Lorenza si voltò, capii che aveva mentito. Non è vero che i fantasmi non possono più provare dolore né morire di nuovo. Nell’istante in cui i loro sguardi si incrociarono finalmente tutto poté dirsi compiuto, sovvertita e abbindolata anche la morte, non c’era più bisogno di nient’altro. Vidi chiaramente Cagliostro sopraffatto da un calore che sembrava partire dal terreno e come un fiume implacabile riversarsi fuori dai suoi occhi e dal suo cuore esploso di nuovo, per poi svanire. Anche Lorenza era scomparsa senza lasciare traccia se non quella di una pace ritrovata che aleggiava palpabile su Ponte Garibaldi, in una notte qualsiasi, la stessa notte nella quale ho fatto le valigie e me ne sono andato da Roma.
“Gli amanti del Ponte Garibaldi” è tratto da “R. XIII – Trastevere, storie al di là del fiume”, monografia cartacea nella quale DUDE MAG racconta alcune tra le infinite storie del rione numero tredici di Roma.
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