Sport: Federer o il desiderio di non essere come tutti
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Federer o il desiderio di non essere come tutti

Semifinali di Wimbledon 2015. Si batte da sinistra, Murray si carica, ne esce il solito mugolio castrato. Sceglie il centro. Federer, illuminato dall’unico fascio di luce del Centrale, parte con un attimo di ritardo, quasi sgraziato, le gambe quasi all’aria. È già in svantaggio, respinge corto e centrale. Murray ringrazia eppure attacca svogliato, senza presa, […]

22 Lug
2015
Sport

Semifinali di Wimbledon 2015. Si batte da sinistra, Murray si carica, ne esce il solito mugolio castrato. Sceglie il centro. Federer, illuminato dall’unico fascio di luce del Centrale, parte con un attimo di ritardo, quasi sgraziato, le gambe quasi all’aria. È già in svantaggio, respinge corto e centrale. Murray ringrazia eppure attacca svogliato, senza presa, sul dritto di un Federer sempre più in ritardo, che abbozza la resa, che alza le mani e si prepara al peggio. Al peggio per Murray. Lo scozzese si mangia la rete e sventaglia sul lato più lontano a far correre lo svizzero. L’avesse mai fatto. E qui ci fermiamo un attimo e consultiamo il Foster Wallace di Roger Federer Come Esperienza Religiosa. «Il tennis agonistico richiede una mente geometrica, l’abilità di calcolare non soltanto le vostre angolazioni ma anche le angolazioni di risposta alle vostre angolazioni». Eccolo, ti pareva. È tutto qui. Murray non solo non calcola la sua di angolazione, scontatissima (Federer già gli stava correndo incontro, bastava un semplice contropiede, Andy, facile dirlo, direte voi, però suvvia), ma non immagina neppure ciò che farà lo svizzero, lesa maestà, toppando in pieno. Federer sembra sapere già tutto. Corre leggero, quasi senza affannarsi, la direzione è tutto. Eppure non ha il tempo di fermarsi, di prendere posizione, né di scivolare su quell’erbaccia violentata dai fondocampisti. E quindi continua a correre e colpisce leggero, tutto di polso, che neppure a biliardo. Incrociato strettissimo, lento lento. È un movimento completamente innaturale, illuminante. Da lasciarci il polso, secco.

Quasi si sente il suono del movimento. Ecco, quel colpo aveva un suono tutto suo. Il suono di una palla così tesa – uno stoc così violento nel silenzio del Centrale – ma che rimane troppo in aria, il suono del 15 dell’anno. Il suono del saltello di Murray pronto a colpire comodo sulla difesa dello svizzero e che si rivela per quello che è un saltello inutile, esausto, da conviverci per delle settimane. La palla cade leggera, rotola lenta fra le mani dei raccattapalle. La regia non indugia sulla faccia che immaginiamo esterrefatta di Murray. In lontananza scorgiamo il pugnetto timido di un Federer dall’espressione strana sul volto austero, di uno che non pensa; c’è un’ombra che lo perseguita nonostante la luce della Londra meravigliosa di questo luglio così meraviglioso. Inquadrano Murray: sta letteralmente boccheggiando. La partita finisce in quel momento. Un attimo di vuoto nella telecronaca di ESPN, poi tutti scoppiano in un «Oh my God, are you kidding me?». Sì ci sta prendendo in giro, ci sta scherzando. Murray non smette di sudare, Federer a malapena respira.

Nel tennis tutto è decisivo. Ogni punto, leggerezza, riga sfiorata, urlaccio, colpo ha un peso specifico enorme nell’economia della partita. Il tennis tira fuori il peggio da ogni giocatore: la sua proverbiale discontinuità. Ecco perché tutto è maledettamente importante. È tutto nervi, sfiducia e coraggio. Diceva a tal proposito John McPhee in Tennis: «Il tennis ti manda al manicomio. Nessun altro sport, o disciplina, è capace di tirare fuori istinti primordiali e sconosciute attitudini interiori, fino a diventare ossessione». È carne nonostante l’eleganza del gesto. È debolezza (le lacrime della Pennetta e della Williams, in quale altro sport?), sproloquio solitario (praticamente tutti), autolesionismo (il sangue delle racchettate in faccia di Mikhail Youzhny), paralisi improvvise (vedi sotto il file Fognini e Benoit Paire). Ogni singolo 15 può portare a tutto. Ecco perché a quel punto del match – 0-15 sulla battuta di Murray, 5-4 Federer al terzo set dopo aver vinto con le unghie i primi due – con l’aria che tirava di break decisivo tutto poteva prendere una certa piega. Ogni punto stimola, demoralizza, distrugge e santifica. Ogni punto è tutta la partita. È tutto. E in quel momento quel punto ha buttato fuori definitivamente Murray. Murray si è eclissato, non è stato più in grado di lottare e la sua ossessione è svanita. E poi c’è il fattore Federer.

Ovvero trovarsi sempre al posto giusto nel momento giusto. Sapere dove finirà la pallina. Conoscere a memoria gli angoli. Federer è questa qualità. È la base del gioco di Federer, soprattutto ora che l’età non lo assiste più. Qualsiasi altro giocatore avrebbe giocato un colpo difensivo, un pallonetto raffazzonato, e andiamo, prolunghiamo un po’ questo scambio. Federer no. Ha trovato lo spazio che non c’è, eccolo il talento innato. E così incrocia senza bisogno di velocità, di altro. Degli altri. Tutti copiano, tutti desiderano. Lui no, è l’esempio, è l’avversario e l’esempio. Se il tennis è soprattutto ossessione, lui è l’ossessione altrui.

«Federer invece se la tira, ha qualcosa di non naturale. È difficile sentirlo parte integrante di tutti noi», no Jerry (Janowicz) – sorvolando sulla sua tipica austerità svizzera, tutti d’accordo – il suo è un desiderio diverso, è un desiderio che ha come obiettivo l’unicità (nemmeno la santa trinità o i fab four, perdio). È il desiderio di non essere come tutti, ma di rappresentarli tutti. Non ricordo – suvvia, nessuno ricorda – un’adorazione, meglio una venerazione così sfacciata, così devota, per un giocatore dai comportamenti così usuali, dai colpi così eccezionali. Forse ha ragione John Mcphee – un metodico nella vita lo sarà pure nel campo, un pazzo nel quotidiano lo riverserà giocando a tennis – ma se si parla di Federer preferisco rifarmi a Flaubert, «nella vita sii regolare e metodico come un borghese, così potrai essere originale e sfrenato nella tua opera». Di Federer preferisco parlare di opera, altro che carriera. Lui è l’eccezione. Un giocatore senza ossessioni, figlio monotono e noiosetto dell’odiosa Svizzera. Certo è un campione calcolatore. Non è acculturato – e qui citiamo Gianni Clerici, «ammise, con me, di non aver letto Freud, quasi certamente per paura, prima che per insufficiente cultura». Ma è un uomo che è caduto sulla terra per un semplice motivo, giocare a tennis. In lui non c’è nulla di artificioso, sa di amore naturale, quasi materno. Non c’è l’atletismo di Djokovic, il suo strabuzzare gli occhi poco prima di colpire. Il suo smandibolare quando è in procinto di perdere. Il suo ammettere candidamente, durante una semifinale agli Us Open 2011, di aver tirato il più forte possibile sul match point a favore di Federer. Gli occhi rigorosamente chiusi, o la spacca o:

https://youtu.be/O_UkfMkb4XA?t=1294

Questo è solo istinto di sopravvivenza. Non c’è lungimiranza, metafisica, genio. C’è solo cattiveria agonistica, preparazione, rischio. Federer è tutt’altro, non c’è del cattivo in lui. Tutto in lui si “riduce” a mero calcolo capace però all’improvviso di tramutarsi in intuizione, in sorpresa, chiamiamola illuminazione. Nella soluzione imprevista, nell’altro mondo. Perché questo è un mondo di fatica, è un mondo nadaliano che si basa sull’insistenza, sulla voracità fine a stessa e incapace di evolversi nel colpo a sorpresa. Federer non ha nulla a che fare con i vamos (ormai estinti) dell’eclissato Nadal, nella sua ottusità tattica.

Tornando a Foster Wallace, in questo scambio non c’è nessuna abilità nel calcolare ciò che l’avversario sta per fare. Non c’è spirito di adattamento, improvvisazione. Invece in Federer è tutto continua evoluzione. Basti pensare a come ha modificato il suo modo di giocare. Servizio solido, e poi via a rete. La partita è in fase di stallo? Uno slice e di nuovo a rete. Le percentuali di punto a rete sono edberghiane. Incute timore solo per il fatto di venire a rete, non è parte integrante di tutti gli altri, eccola l’aspirazione all’unicità. Dopotutto, «Grande Signore del Tennis, ti vengo a rendere omaggio»:

Federico Pevere
Federico Pevere
Nato in Friuli tempo fa, ora vive in Emilia. Scrive per Sentireascoltare e Nazione Indiana. Tifa per Beckett. Pensiero debole.
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