Internazionali d'Italia: #3 | Cercando il badge agli Internazionali d’Italia
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#3 | Cercando il badge agli Internazionali d’Italia

Raccontare le cose è un processo composto principalmente da momenti durante i quali le cose non accadono.

Il Badge

Gli internazionali di Roma sono un evento che, nel circuito tennistico, viene etichettato col nome – un po’ oscuro – di Master 1000. Nei Master 1000 il torneo vero e proprio, con i primi 56 giocatori al mondo, inizia la domenica. Ma il sabato ci sono le qualificazioni, e in qualche modo il tennis entra ufficialmente nel foro italico.

Per accedere all’area serve un badge: il solito badge che ti dovrebbe aprire tutte le porte, più o meno. Più o meno perché i badge funzionano tramite un sistema di simboli quasi militare: più numerini e stelline decorano il tuo badge e più porte, magicamente, ti si apriranno. Si racconta di persone nei piani alti che arrivano ad avere un numero di numeretti così alto e di stelline così colorate da poter entrare negli spogliatoi a fare le trecce a Serena Williams.

Per avere il badge dobbiamo entrare negli uffici dell’organizzazione: edificio bianco, architettura razionalista epoca del fascio. Appena entrati la mia attenzione è rapita da una scritta presente all’ingresso:

 

In this house We are REAL We make mistakes

We say I’m sorry We gives second Chances

We have FUN We give HUGS We FORGIVE

We do really LOUD We LOVE

 

 

E mi convinco, un po’ sollevato, che qualsiasi cazzata farò in questi giorni ci sarà sempre gente disposta a perdonarmi e a darmi un abbraccio. (E se non sarà così sarò costretto a rinfacciargli questa scritta).

Saliamo al primo piano, chiamato simpaticamente «piano bunker», dove incontriamo Matteo – il nostro referente – per avere gli ultimi ragguagli per la giornata. La temperatura nel bunker è tra i 32 e i 36 gradi, l’aria è elettrica, tipica di un posto dove si ultima l’organizzazione di uno degli eventi più grossi dell’anno; un misto di eccitazione, allegria e terrore puro. Sono tutti indaffaratissimi e schizzano a velocità incredibili da un ufficio all’altro. Io mi avvicino al bagno, messo in un corridoio secondario e, mentre sto per entrare, noto una targa vicino alla porta accanto che recita «sala dei presidenti». Incuriosito (e spaventato come i goonies nella grotta) mi affaccio timido: dentro l’atmosfera sembra decisamente più serena, appare come il distaccamento meditativo degli uffici, il posto dove si prendono decisioni capitali per le sorti dello sport mondiale. Vedo delle enormi sedie rivestite in velluto blu e delle persone che lavorano silenziose su montagne di documenti.

Prima che la gestapo ci venga ad arrestare torniamo indietro e andiamo a ritirare i nostri badge. È la prima volta che ho un badge in vita mia. Entro al parco del foro italico, vagamente ubriaco di potere.

 

Come si vestono al foro italico

Che il tennis sia cominciato te ne accorgi dall’eterogeneità della gente che inizia a popolare il parco del foro italico: famiglie, staff vario, giornalisti più o meno importanti, allenatori e, soprattutto, giocatori. Gente che gioca a tennis a un livello sovrannaturale.

Da poco entrati, giro la testa a sinistra e vedo Goran Ivanisevic. Ivanisevic. Il tennis è arrivato. È sui nuovi campi open space che allena Marin Cilic. È bello, abbronzato, in forma, sembra più giovane di quando giocava. È a massimo 10 metri da me. Infatti su questi nuovi campi non c’è nessuna rete o protezione, è come stare al circolo vicino casa, ma a giocare c’è Ivanisevic.

L’eterogeneità delle persone intorno è bella da vedere. Mi incuriosiscono soprattutto i tanti uomini in abbigliamento tennistico, con tanto di borsone porta racchette. Mi chiedo se fanno davvero tutti parte di qualche staff tecnico o se sono semplici appassionati vestiti così per entrare meglio nel mood. Credo più a questa seconda ipotesi. Restando sullo stile colpisce soprattutto l’eleganza dei giudici di linea che, nonostante un sotto “pigiamato”, sfoggiano un abbigliamento tipo Hemingway seduto al tavolino di un bar di Corfù. Maglione ‘a V’ Australian, polo rossa e addirittura l’azzardo di un panama bianco.

A ricordare che, sì, il tennis è uno sport sempre più popolare ma non per questo può smettere di essere elegante.

 

L’etica delle qualificazioni

Come detto, il torneo vero e proprio inizia la domenica. Il sabato – oggi – è giorno di qualificazioni, in cui una cinquantina di tennisti si giocano l’ingresso nel tabellone principale. Quello delle qualificazioni è un universo affascinante, ben descritto da David Foster Wallace in Tennis, TV, Trigonometria e altre cose divertenti che non farò mai più.

Nelle qualificazioni gioca quella che potremmo definire la “manovalanza” del tennis: giocatori che vivono ben lontani dalla dimensiona patinata e ricoperta di dollari delle prime posizioni. Nel tennis infatti vige un regime abbastanza meritocratico e spietato: più vinci -> più giochi -> più fai soldi. Se stai giocando le qualificazioni significa che ti stai giocando almeno i soldi che potrebbero rimborsarti il biglietto d’aereo fino a Roma, l’allenatore che ti ha preparato per arrivare fino a lì e cose come l’affitto di casa. Sono partite dure dove si incontrano tennisti provenienti da carriere molto diverse: ci sono i giocatori che vengono da lunghi infortuni, i gregari, i bravi-ma-non-così-tanto, i nobili decaduti.

Cosa spinge il pubblico a venire ad assistere a questi incontri, piuttosto diversi da quelli principali? Mentre ci avviciniamo ai campi incontriamo un signore vestito come un vecchio strutturalista francese: pantaloni di velluto a costine, camicia blu, cardigan beige e occhiali tartarugati. Gli poniamo il quesito. Ci risponde che gli piace il clima che si respira in questa fase ancora “preparatoria” del torneo, dove non ci sono le folle e i giocatori che le muovono; e poi lui è venuto per vedere Bernard Tomic, un tempo ritenuto la next big thing nel tennis mondiale e ora decaduto nel vortice degli «oltre 100» del mondo.

Ci avviciniamo al campo 4 e Tomic sta giocando contro Estrella-Burgos, un onesto lavoratore dei campi in terra. Ha già quasi perso e il pubblico tifa contro di lui, probabilmente non perdonandogli la pigrizia con cui sta affrontando un avversario sulla carta più debole. Perde dopo circa un’ora e mezza di gioco, stringe la mano all’avversario e si rimette su un aereo che lo porterà al prossimo torneo ATP.

Alle qualificazioni non puoi permetterti di scendere in campo annoiato e poco determinato, perché sono spesso una questione d’onore. E di sopravvivenza.

La serata

Quello che non raccontano nelle accademie frequentate da noi giornalisti di DUDE è che raccontare le cose è un processo composto principalmente da momenti durante i quali le cose non accadono.

Nella fattispecie quel salto temporale tra la fine delle partite e l’inizio della festa. Le uniche persone intorno a noi lavorano o vengono brieffate su quali bracciali faranno la magia questa sera. C’è una specie di solitudine esistenziale in quei momenti, come essere nel posto sbagliato al momento sbagliato, ma noi non ci scoraggiamo e consapevoli della lezione dei romanzi hard-boiled in cui il barista ha sempre informazioni vitali per il prosieguo della storia, ne avviciniamo una che vediamo non troppo indaffarata.

Purtroppo intervistare un barista risulta molto meno interessante di quello che si può pensare: ne esce fuori che i giovani romani non hanno una bevanda preferita, sono molto variegati, al massimo una predilezione per il Mojito. Ci viene facile pensare che questo sia dovuto alla passione dei giovani romani per Ernest Hemingway e la sua letteratura, anche perché non c’è altro motivo che l’amore per il Papa Hemingway per infilare della menta nel proprio alcool. Ce li immaginiamo mentre dicono: «il mio Mojito alla Ball Room, il mio Daiquiri all’art cafè».

Senza neanche stringere tra le mani un cocktail, ci avviciniamo alla Live Room, il punto di riferimento nostro e dei primi curiosi. Stanno intervistando una ragazza, molto bella, tratti quasi orientali, che dice di non conoscere la musica di Louie Vega, il protagonista della serata.

Ora dovete sapere che Louie Vega è un DJ di musica house. Mi sono informato bene e posso dire con sicurezza che non c’entra nulla con il tipo che cantava Mambo N°5, che invece si chiama Lou Bega. Mi trovo ad essere parecchio dispiaciuto per la cosa. Decido di dare comunque una chance a Vega e, parlando con un gruppo di giovani dall’aspetto curato, scopro che è famoso anche per una rilettura in chiave moderna di Figli delle Stelle di Alan Sorrenti. Dagli amici, ma non solo, viene chiamato Little Louie Vega, e noi possiamo raccontarvi il perché.

Con fiuto dei veri cronisti d’assalto ci rechiamo all’interno del privé consolle un po’ per capire dagli astanti l’aria che tira, un po’, semplicemente, perché possiamo. Proprio mentre siamo lì, arriva lui, Louie Vega, e constatiamo con i nostri occhi che è effettivamente piccolino e quindi, immaginiamo, da ciò derivi il soprannome. 

Grandi strette di mano per il dj che ha la faccia portoricana, una maglietta nera e un cappello che definirei da musicista jazz. Quando sale in consolle guarda la folla in basso, il biancore notturno del neoclassicismo romano, i pini mediterranei che circondano la Ball Room e sì: è visibilmente emozionato.

Lasciamo il nostro amico Louie ad emozionarsi e a fare il suo lavoro e veniamo immediatamente attratti da quelle figure, centrali soprattutto stasera, che hanno il compito di portare in giro, sopra la testa, grandi vasche trasparenti piene di ghiaccio e enormi bottiglie di vodka o champagne. Spesso, ma non sempre, in queste vasche sono presenti dei giochini pirotecnici che allietano la folla ma soprattutto creano grande eccitazione al tavolo che le riceve. Vi consiglio, quindi, se dovete ordinare una di queste vasche di farlo con giochi pirotecnici compresi perché l’effetto scenico che avrete è assicurato. Queste figure professionali, i trasportatori di vasche, devono aver studiato dal maestro Miyagi del film Karate Kid perché la loro abilità a sgusciare tra la folla con le braccia alte e piene di peso è notevole. Noi tenteremo di fotografarli per tutta la sera fallendo miseramente: in quanto privi dell’istruzione necessaria, veniamo respinti dalla folla che stasera, se possibile, è ancora maggiore rispetto ai giorni precedenti.

Colmi di stimoli visivi e con le orecchie gonfie dei bassi che pompa il nostro piccolo amico Louie torniamo verso gli uffici per iniziare a buttare giù il pezzo. Insieme a noi ci sono i ragazzi che monteranno il video report della giornata e che hanno un lungo lavoro davanti a loro e le hostess che staccano dalle loro fatiche (il capitolo hostess è a parte, ancora non abbiamo approfondito la loro valenza sociale, ma promettiamo di occuparcene).

L’atmosfera stride con quella dalla quale ci siamo appena allontanati: la calma regna assoluta sovrana e l’unico che ha voglia di parlare è la guardia giurata. Stendiamo una rapida scaletta, ci dividiamo i compiti e ci avviamo all’uscita dove troviamo campale sopra di noi la scritta: «GREAT MINDS DISCUSS IDEAS. AVERAGE MINDS DISCUSS EVENTS. SMALL MINDS DISCUSS PEOPLE». 

Passiamo del tempo cercando di capire la logica di questa frase senza riuscirci. Ci sembra comunque una frase adatta a chiudere questa serata, ancora una volta sopra le righe, durante la quale abbiamo incontrato menti che discutevano di tennis, altre che discutevano di eventi e soprattutto tante persone, anche se queste non potevano discutere perché la musica, come pare sia uso in queste manifestazioni, copre tutto con le sue lunghe braccia sonore.

A cura di Emanuele Atturo e Marco D’Ottavi | DUDE Mag

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DUDE è un manuale di sopravvivenza per gentiluomini e gentildonne, dal momento che ne sono rimasti pochi e vanno salvaguardati. Nel periglio della rete, Dude è l’atlante per orientarsi tra il guazzabuglio della produzione culturale telematica e le piccole zone d’ombra, alla ricerca di preziose gemme, conversazioni, galanterie che troppo spesso si nascondono ai margini delle strade più battute. Dude lavora a una cartografia esclusiva — facendosi lente d’ingrandimento sul dettaglio perduto — racconta i massimi sistemi in formato leggero.
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