Internazionali d'Italia: #4 | Cercando il post-moderno agli Internazionali d’Italia
×
×
È arrivato il momento di iscriverti
Segui Dude Mag, dai!

#4 | Cercando il post-moderno agli Internazionali d’Italia

Agli Internazionali d’Italia ho capito che cos’è il post-moderno.

Quando noi di DUDE Mag siamo stati contattati per curare questa rubrica per gli Internazionali d’Italia, non abbiamo subito capito ciò che stava per succedere. DUDE agli internazionali suonava un po’ come quei brutti paradossi post-moderni: tipo una canzone dei Sunn O))) suonata in chiesa, o un macaco che legge le poesie di Rilke.

In realtà ci avevano spiegato che il progetto di quest’anno – secondo una mia personalissima traduzione – consisteva nel ribaltare la stimmung tradizionale del parco del foro italico. Si trattava di portare il truceklan a roma nord, mescolare le camicie bianche con i chiodi in pelle, far ballare la drone a Gerry Calà. Insomma: ci avevano raccontato che si trattava di portare la scena culturale vera nel covo degli champagnari. Fino a stasera non ci avevamo creduto fino in fondo. Poi è arrivata stasera e, come ha esclamato, un po’ enfatico, un ragazzo – barba lunga, tatuaggi old school – sulla pista alle 3 del mattino: «avemo portato un rave agli Internazionali!».

Okay, in realtà non c’è stato alcun rave, ma la sensazione era un po’ quella di essersi presi qualcosa: di aver portato una piccola rivoluzione in un mondo ingessato e del tutto scollato dalla realtà. Quello che si percepiva stasera era l’entusiasmo di aver introdotto delle forme artistiche e dei modi di essere del tutto anti-convenzionali dentro a quello che, fino allo scorso anno, si chiamava “villaggio vip” e si reggeva ancora su dinamiche da ancièn regime.

Noi, per vederci meglio, abbiamo fatto una chiacchierata con il consulente artistico della serata – Mamo Giovenco – che ci ha sottolineato, appunto, come gli fosse stato richiesto di proporre una cosa di rottura rispetto al contesto abituale. E così sono arrivati Coez e Frank Sent Us sul palco, Touch the Wood in consolle. La scommessa, ci dice Mamo, era quella di coniugare la scena giovanile e culturale romana con il pubblico tradizionale del foro per farne venire fuori una serata che, un po’ scherzando, lui ha definito “situazionista”.

Quello che fanno i situazionisti è, come dice Wikipedia, «inventare giochi di una nuova essenza, ampliando la parte non-mediocre della vita, diminuendone, per quanto possibile, i momenti nulli».

Verso le 23 la Ball Room inizia ad animarsi: ci sono gli hipster, ci sono i pariolini, ci sono i ragazzi con la camicia bianca e quelli con la barba lunga, quelli col rolex e quelli con i teschi messicani tatuati. In sottofondo la musica di M.I.A.; l’atmosfera è particolare, bella: priva di banalità e momenti nulli.

 

La differenza tra loro e noi

Poi succede che ci chiedono di intervistare Nicola Pietrangeli e Lea Pericoli. Come Nicola Pietrangeli e Lea Pericoli? Neanche il tempo di capire la portata della cosa che arrivano?

Non vorrei sembrare eccessivamente servile nei loro confronti, ma sembrano ammantati da un aurea di “bellezza” senza tempo che supera e rimpicciolisce l’atmosfera intorno. Immagino sappiate che Pietrangeli ha 80 anni e la Pericoli, per meri motivi di rispetto, non ve lo dirò; ecco, scordatevelo. Io, ancora oggi, sono convinto che quei due abbiano non più di trent’anni. Avevo spesso sentito parlare di loro due come due campioni non solo del tennis, ma anche campioni di un certo modo di essere italiani, un modo che forse si è perso, fatto di stile ed eleganza, e devo dire che il tempo speso con loro mi ha super-confermato queste premesse. Tralasciando i contenuti dell’intervista, ammetto di essermi trovato in imbarazzo non tanto, o almeno non solo, per la distanza di competenze tra me e loro, ma quanto per lo stacco tra me e loro. Un diverso modo di stare al mondo.

Finita l’intervista (li ringrazio anche qui, se può valere qualcosa) alzo gli occhi e li rivolgo alla folla, ormai numerosa, che aspetta Coez, la vista mi rincuora: lo stacco non è tra Pietrangeli/Pericoli e me, lo stacco è tra loro e noi. Non voglio stare qui a scrivere menate su le diverse generazioni, su come stiamo cambiando, no, voglio solo farvi capire che Nicola e Lea (ormai siamo amici) mi/ci danno in culo. Lo stile, l’eleganza di due distinti signori io non l’ho vista in nessun altro presente al foro.

Tornando a noi, mi piacerebbe continuare un po’ il discorso sullo stile. Rispetto agli altri giorni, ci accorgiamo che lo scenario è cambiato. Il pubblico è un po’ meno tirato a lucido, più rilassato, è qui per godersi Coez, Frank Sent Us e Touch the wood. Infatti le vasche volanti di ieri sera sono scomparse, lasciando spazio a barbe, cappelli di squadre di sport americani, posso vedere gli onnipresenti New York Yankees, ma anche il nuovo che avanza dei Brooklyn Nets; i tagli di capelli sono più vari, i giacchetti variopinti con quale rilevanza del colore militare. Anche nei privé la situazione è cambiata: possiamo distinguere facilmente un certo numero di giocatori della Virtus Roma che festeggia la vittoria su Varese e i playoff, il clima è chill, quasi smooth. Mentre sto lì con gli occhi a capire quanto Halil Kana?evi? è più alto di me e con le orecchie ad ascoltare il concerto di Coez, arriva Noyz Narcos. Per cui potrò raccontare ai nipotini di quella volta che io e Noyz nel privé della Ball Room.

 

L’aria “giusta” di Coez

Quando Coez sale sul palco sono le 23 e 30, la pista, vista da sotto, è una tappeto umano e per la prima volta capisco quanto provenire da una cultura hip-hop può aiutarti a trattare un pubblico di due mila persone come fossero i tuoi fratelli.
Coez ha l’aria “giusta”, nel senso che su quel palco sembra essere esattamente al suo posto. Non fa movimenti superflui, tra una canzone e l’altra dice le cose giuste, tutto quello che fa sembra rispondere a una logica profonda e rilassata: ti dà l’impressione che non vorrebbe essere in nessun altro posto del mondo. È un po’ come vedere l’allenamento di un tennista professionista: l’insieme di movimenti dinoccolati, la noncuranza con la quale sembrano completamente immersi e in simbiosi con un ambiente pieno di vibrazioni positive.

Sul palco a un certo punto sale Lucci, c’è parecchio fomento. Il Dj (White Trash) esce dalla consolle e continua a controllare i beat tramite un iPhone, in una strana dimostrazione zen del concetto di musica-nell’epoca-della-sua-riproducibilità-tecnica.

 

Capire il post-moderno con i Frank Sent Us

Il cut-up è una tecnica letteraria stilistica che consiste nel tagliare fisicamente un testo scritto, lasciando intatte solo parole o frasi, mischiandone in seguito i vari frammenti e ricomponendo così un nuovo testo che, senza filo logico e senza seguire la corretta sintassi, mantiene pur sempre un senso logico anche se a volte incomprensibile. È quello che faceva William Burroughs negli anni sessanta ed è quello che, per altri versi, si è tentato di fare questa sera agli internazionali: tenere insieme mondi lontani, unire il diverso, il disparato, per restituirgli un significato originale, inedito. E nessuno può sintetizzare in maniera più plastica questo concetto dei Frank Sent Us.

Famosi per i loro show incendiari e per la loro capacità di tracciare dei sincretismi tra dimensione video e audio, i Frank Sent Us hanno tradotto in musica il concetto di cut-up: per loro si tratta di “frankizzazione”. Come si legge dal loro sito: «Frankizzare è un termine usato intorno al primo decennio del 2000 con diversi significati e in vari ambiti culturali con il quale genericamente si fa riferimento al processo di scrittura musicale che parte dal rubare frammenti di audio e di video di un film per farne una canzone pop con vita propria, capace di trascendere il significato originale dell’opera d’arte da cui ha preso spunto, per regalarle nuova vita e nuovo valore artistico».

I Frank Sent Us salgono sul palco intorno all’una e ci regalano un’ora e mezza di terrorismo culturale: sullo schermo passano frammenti di Pulp Fiction, Natural Born Killers, Hulk Hogan, Ghostbuster; il beat travolge il tutto e gli restituisce un filo logico.

Agli Internazionali d’Italia ho capito che cos’è il post-moderno.

Alle 2 e mezza nessuno ha voglia di andar via e di smettere di ballare, in consolle sale il Touch the Wood: Marco e Mr. Kite, con i quali poco prima abbiamo avuto il piacere di chiacchierare. Il TTW viene dall’underground romano, dai buchi oscuri del Radiocafè, possiede un’estetica glitch, oscura: tipo la cosa più lontana da questo posto. Ma, come detto, stasera si uniscono mondi e il TTW ha tutta l’intenzione di portare uno show sotto culturale a più gente possibile. Ci dicono che non gli piace chi definisce Roma «il peggior posto al mondo», perché da tre-quattro anni le cose si muovono, cambiano. Mi guardo attorno e non posso dargli torto.

 

L’atmosfera che tira verso la fine

Complice l’atmosfera, iniziamo a rilassarci anche noi, in consolle TTW fa il suo sporco lavoro e noi ci sediamo sui divanetti della Live Room che è in pausa dopo un super lavoro. Sono passati da qui, nelle precedenti ore, Pietrangeli, Pericoli, Phil Goss capitano della Virtus Roma, Coez, Noyz Narcos, Frank sent us e tanti altri.

Dalla nostra postazione privilegiata possiamo vedere gli organizzatori, finalmente rilassati anche loro dopo giorni di lavoro intenso e continuativo, socializzare con gli artisti e i ragazzi presenti. Sembra una festa sulla spiaggia, c’è quel clima da vestitini a fiori e camice di lino; in realtà nessuno è vestito così, perché non fa ancora così caldo, ma non mi stupirei se lo fosse. C’è l’idea comune che la serata sia riuscita, iniziamo a pensarlo anche noi, anzi ci appare così chiara la cosa che non possiamo far altro che andarcene. DUDE sta qui per lavorare, non per divertirsi.

A cura di Emanuele Atturo e Marco D’Ottavi | DUDE Mag

Dude Mag
Dude Mag
DUDE è un manuale di sopravvivenza per gentiluomini e gentildonne, dal momento che ne sono rimasti pochi e vanno salvaguardati. Nel periglio della rete, Dude è l’atlante per orientarsi tra il guazzabuglio della produzione culturale telematica e le piccole zone d’ombra, alla ricerca di preziose gemme, conversazioni, galanterie che troppo spesso si nascondono ai margini delle strade più battute. Dude lavora a una cartografia esclusiva — facendosi lente d’ingrandimento sul dettaglio perduto — racconta i massimi sistemi in formato leggero.
Segui Dude Mag, dai!
Dude Mag è un progetto promosso da Dude