Internazionali d'Italia: #5 | Cercando il mistero agli Internazionali d’Italia
×
×
È arrivato il momento di iscriverti
Segui Dude Mag, dai!

#5 | Cercando il mistero agli Internazionali d’Italia

Il mistero che avvolge la serata mi lascia nervoso e in tensione per qualche ora.

Avrei dovuto cogliere il primo segnale della tragedia quando ci ho messo venticinque minuti ad attraversare il primo semaforo di Tor di Quinto. Il secondo segnale è arrivato quando sul viale ho avvistato un gruppo di quattro ragazzi con la maglia di Pancaro. La certezza che stavo per vivere un incubo l’ho avuta quando i gruppi di tifosi della Lazio sono cominciati ad essere tanti e fra di loro è spuntato anche un ometto basso e pelato con la maglia di De la Pena. Sono romanista e nessuno mi aveva avvisato che all’olimpico stava per andare in scena un triangolare celebrativo dei quarant’anni dallo scudetto della Lazio: settanta mila laziali in marcia nella mia stessa direzione, con i bandieroni e le maglie con scritto «nati prima»; intorno il traffico grezzo e sud americano che nel mondo occidentale puoi vedere solo a Roma (come oggi ha potuto notare anche Roger Federer). Per quanto mi riguarda, la cosa più vicina a un’esperienza pre-morte.

Qualsiasi debole di cuore avrebbe visto nel suicidio rituale l’unica soluzione per uscire da questa situazione post-apocalittica; noi reporter di DUDE veniamo invece addestrati per sopravvivere anche in situazioni estreme, e così ho mantenuto una calma zen e ho continuato ad ascoltare il mio disco degli ABBA. Ho parcheggiato la mia macchina a quattro chilometri dal Foro Italico senza battere ciglio e mi sono avviato verso i campi. Niente può fermare il racconto di questi Internazionali.

Arrivato agli internazionali verso le 19 l’atmosfera è un po’ da fine-festa. Lo splendido arancione del tramonto romano scende a illuminare il candore neo-classico del foro, e tutti sembrano goderselo, salutando il sole che non ha dato tregua nella lunga giornata di tennis – come testimoniano le facce arrossate del pubblico.

Alcuni maniaci del tennis si annidano ancora avari su alcuni campi secondari, dove va in scena qualche allenamento, per raccogliere persino le briciole estetiche dei professionisti. In realtà se ad allenarsi sono i gemelli Bryan non si tratta proprio di briciole. Bob e Mark Bryan sono due fratelli con l’aspetto da supereroi che dominano il doppio da quando sono nato, che io sappia. Stanno facendo un allenamento specifico sulle volè, soprattutto sugli approcci da metà campo. Il risultato è una sorta di racchettoni giocato a velocità disumane. I palati fini gradiscono, come testimonia il signore accanto a me: «se vede che so’ doppisti, guarda che mano…».

Mentre mi allontano dal campo, un ragazzino mi ferma ponendomi l’enigmatico quesito: «che hai visto Borja Valero?» (centrocampista forte e pelato della Fiorentina). La domanda mi pare così decontestualizzata che non capisco se mi stia prendendo in giro. Non sapevo ancora che si trattava solo dell’inizio di una serata ricca di mistero.

Sul Pietrangeli c’è Nadal ad allenarsi. Nadal agli Internazionali di Roma è un capo assoluto. Ha vinto il torneo una cosa come sette volte e ogni suo allenamento si trasforma in una celebrazione reale. I ragazzini romani lo adorano in modo viscerale, inneggiano persino a Tony – lo zio, il suo allenatore – e accompagnano ogni suo gesto e micro-movimento con una vasta gamma di commenti vocali: «oooooooh», «oooolèè»; «aeee». Essere Nadal agli internazionali d’italia deve essere una specie di esperienza religiosa.

Mi allontano dal Pietrangeli perché c’è un’altra serata della Ball Room da raccontare e io non so ancora di cosa si tratta. Il foglio che ho in mano con il programma recita Dinner show ma, nonostante le strane ipotesi che mi vengono in mente, non riesco a immaginarmi di cosa stiamo parlando. Cerco di captare qualche informazione, mi rivolgo ai miei referenti ma tutti rimangono piuttosto criptici. Tutta questa reticenza è interrotta solo da qualche «voce» indecifrabile. C’è chi parla di cinquanta ballerine spagnole in abiti succinti. C’è chi parla di uno spettacolo burlesque. Chi di cabaret brasiliano – con tutto ciò che questo può significare.

Il mistero che avvolge la serata mi lascia nervoso e in tensione per qualche ora.

Decido di non pensarci e vado al centrale, dove è da poco iniziato il serale. Tsonga contro Dolgopolov, una roba per amanti del tennis circense. Tsonga è un tennista molto forte trapiantato nel corpo di Mohammed Alì, con il quale condivide anche una certa attitudine pugilistica applicata al tennis; un tennis fatto di esuberanza fisica, di rapidi uno-due: servizio e dritto, servizio e volè, servizio e basta, tutto molto forte e imprevedibile. Dolgopolov è invece l’equivalente tennistico di Denilson, uno scellerato ucraino che gioca un tennis pieno di tricks e colpi ad effetto inutili.

Nel tennis c’è sempre un singolo punto su cui gira l’inerzia di un match. In questo caso si tratta di uno scambio giocato nel tiebreak del secondo set. Tsonga ha vinto il primo e nel secondo si è sul sei pari e 4-3 per Dolgopolov al tiebreak. L’ucraino sbaglia due smash semplici (con l’aiuto di Tsonga che recupera due palle mostruose) e affloscia il terzo sulla rete. Serviranno altri quattro punti al francese per portarsi a casa un match che stava per riequilibrarsi.

Scendo le scale e mi avvio verso la Ball Room. 

Quando arrivo alla Ball Room la situazione è inedita: la pista è occupata dai tavoli e l’atmosfera è quella di una cena elegante ed esclusiva. Ammetto di essere di natura piuttosto paranoica e inizio a interpretare il tutto come la manifestazione di una calma solo apparente. Nell’ora successiva ho come l’impressione di trovarmi nell’occhio di un ciclone, in attesa che accada qualcosa di imprecisato.

Quel qualcosa arriva quando una ragazza con un bastone da passeggio e una bombetta sale su un tavolo e inizia a ballare il tip tap. Poco dopo viene seguita da un ragazzo dai tratti brasiliani che la accompagna con un tamburo e un fischietto. Altre persone iniziano a battere ritmicamente le mani sui tavoli. Le luci si abbassano. Spunta una ragazza con la pettinatura afro che canta Aretha Franklin. Poi un uomo nero vestito – lunga coda nera e pantaloni leggermente a zampa – conquista la scena con tre minuti di flamenco che fanno vacillare la mia eterosessualità. Non capisco moltissimo di quello che sta succedendo, ma so per certo di non aver fumato e inizio a sospettare della salsa che mi hanno messo nell’hot-dog.

Nel frattempo scopro che un pittore sta passando per i tavoli degli invitati, raccogliendo tovagliolini su cui ha disegnato dei ritratti degli ospiti. Tutto vero: giuro.

Quello che non è vero di questa storia è che non ne sapevo niente. Vi pare che un reporter addestrato di DUDE – capace di resistere al traffico di Roma e a settanta mila tifosi della Lazio – non riesce a ottenere informazioni sulle trame esoteriche della Ball Room?

Prima dello show, mentre tutto era in fase di allestimento e i camerieri gridavano fra loro indicazioni in romanesco vestiti in modo inappuntabile, mi sono fatto un giro nel backstage. È lì che ho conosciuto Anna, la direttrice artistica di Vade tu, compagnia di Barcellona che avrebbe messo in scena lo spettacolo a sorpresa. Anna pare piuttosto indaffarata, ma sembra una di quelle persone che non si lasciano sopraffare dagli impegni dimenticando sorrisi e gentilezza. Ha dei capelli corti, neri e degli occhiali con la montatura grossa. Si è formata prevalentemente come attrice – in Spagna, Francia e Italia – ma poi ha imparato a fare un sacco di altre cose: è maestra di interpretazione, di scherma e di tutto quello che serve a intrattenere un pubblico. La compagnia – composta da inglesi, spagnoli, cileni, guatemaltechi – ha uno spettacolo fisso a Barcellona, ma poi ama portarlo in giro adattandolo, di volta in volta, alle esigenze della serata: da qui il nome Vade tu (all’incirca: Come vuoi tu). Lo spettacolo fisso che hanno all’Astoria di Barcellona prende il nome di Circus Cabaret e mescola danza, cabaret, burlesque e numeri circensi, sfruttando così la poliedricità dei membri della compagnia, che a quanto pare sanno fare tutto e paiono formati nella stanza dello spirito e del tempo dell’intrattenimento. Mi spiega che lo spettacolo di stasera sarà invece un crescendo di percussioni ritmate, di sbattere di tacchi (Anna le chiama «reti di tacchi»), fino a diventare una Batucata: uno sottostile del samba brasiliano, con forti influenze afro e un sacco di strumenti a percussione. Anna mi dice che a Barcellona la cosa va parecchio e i ragazzi hanno preso a farlo per le strade. Loro ovviamente – essendo dei super sayan dell’intrattenimento – ci hanno messo meno di due settimane ad allestire lo show di stasera.

Dopo lo spettacolo la serata decolla, ben oliata dalla voce suadente di Jimmy Ingrassia e impreziosita dall’arrivo di un numero imprecisato di calciatori. Fra cui BorjaValero.

Ci sono i belli: Alessandro Matri e Bernardo Corradi; ci sono gli idoli: Rodrigo Taddei e Fernando Couto. E poi ci sono Massimo Oddo, Dejan Stankovic, Alberto Aquilani. C’è Marco Cassetti, che beve un sacco di Montenegro e che da due anni è andato a insegnare ai londinesi cos’è lo swag, come possiamo vedere dalla maglietta che gli hanno tributato i suoi tifosi:

C’è anche Rudi Garcia, con cui cerco inutilmente per tutta la sera di farmi un selfie.

Roma e Lazio insieme, uniti nella Ball Room che fa trionfare l’amore.

Come si capisce bene dalla sciarpata di fazzoletti bianchi che va in scena al grido di «oi vita mia», chi dice che romani e napoletani non si vogliano bene?

Mentre sto per andare via becco Bjorn Borg e John McEnroe. È l’ennesima magia della Ball Room, che sconfigge il tempo e apre varchi spazio-temporali per non far perdere le feste neanche ai campioni del passato.

Torno alla mia macchina parcheggiata al quartiere prati. Passeggio sul lungotevere della vittoria con la mani conserte dietro la schiena, mi godo il silenzio del fiume e per un attimo cerco di sentirmi addosso la saggezza mondana e il pessimismo cosmico di Jep Gambardella.

 

A cura di Emanuele Atturo | DUDE Mag

Dude Mag
Dude Mag
DUDE è un manuale di sopravvivenza per gentiluomini e gentildonne, dal momento che ne sono rimasti pochi e vanno salvaguardati. Nel periglio della rete, Dude è l’atlante per orientarsi tra il guazzabuglio della produzione culturale telematica e le piccole zone d’ombra, alla ricerca di preziose gemme, conversazioni, galanterie che troppo spesso si nascondono ai margini delle strade più battute. Dude lavora a una cartografia esclusiva — facendosi lente d’ingrandimento sul dettaglio perduto — racconta i massimi sistemi in formato leggero.
Segui Dude Mag, dai!
Dude Mag è un progetto promosso da Dude