Internazionali d'Italia: #6 | Cercando la notizia agli Internazionali d’Italia
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#6 | Cercando la notizia agli Internazionali d’Italia

Noi cronisti di DUDE Mag arriviamo agli Internazionali insieme al sole.

Noi cronisti di DUDE Mag arriviamo agli Internazionali insieme al sole. Deve esserci un nesso di casualità tra le due cose, ma siamo troppo eccitati per notarlo: da oggi si inizia a salire di colpi, il tabellone si scolpisce nella memoria collettiva disegnando match sempre più gustosi. Proprio così, manna degli sport ad eliminazione, sei consapevole che il giorno successivo ti riserverà più emozioni di quello precedente e più circoletti rossi da segnare sull’agendina.

Prima di avventurarci tra il pubblico del Foro passiamo dagli gli uffici per salutare l’organizzazione e controllare come vanno le cose nella zona accrediti, alla quale oramai siamo molto affezionati. Dovete sapere che nella sala lavora un certo numero di hostess molto gentili nei loro tallieur rossi che viene da giorni di super lavoro. Fanno parte di quel gruppo di persone per cui gli Internazionali iniziano prima e che poi, nei giorni di gioco, ritrovano la tranquillità. Infatti nell’aria regna un clima da pausa caffè e le ragazze sono impegnate a sfogliare la rassegna stampa del giorno prima.

Stanno parlando di Fognini, «sì, ma gira voce che se la tira un sacco» dice una che evidentemente non è immune dal fascino del ligure. Un altra incalza tutti dicendo che ieri è stato fischiato dal pubblico. Dovete sapere che Fognini è il tennista italiano di riferimento e le speranze nostre, per questo torneo, erano riposte su di lui. Purtroppo è stato sconfitto abbastanza nettamente dal ceco Rosol al primo turno creando un grosso disappunto tra i tifosi italiani. È curioso notare come in questa settimana, in tutta la zona intorno al Foro, il tennis diventi argomento di discussione, non solo tra appassionati e addetti ai lavori, ma anche tra tutti quelli che sono lì per i più disparati motivi. Sembra quasi il calcio nel periodo dei Mondiali, volendo fare un paragone molto ingombrate. Comunque le ragazze sembrano interessate e intorno all’episodio dei fischi si crea una discussione etica. Una ritiene ingiusto fischiare uno che ha perso, la sconfitta va contemplata assicura; l’altra, probabilmente più informata, ricorda a tutte che Fognini è il numero 15 del ranking mondiale mentre Rosol solo il 56, per cui era lecito aspettarsi una prova migliore dall’italiano che invece ha giocato male e che come spesso gli accade, è andato fuori giri a livello mentale.

Mentre loro parlano mi viene in mente la partita tra Nadal e Rosol a Wimbledon nel 2012, una partita assurda in cui il ceco fu ingiocabile per lunghi tratti. Mi chiedo quanto i numeri riescano a spiegare il tennis.

Mi avvio per la strada con questo pensiero in testa, i numeri e lo sport hanno un rapporto bellissimo per quanto molto complicato, quando vedo una giocatrice allenarsi. Mi fermo e partecipo al giochino del «riconosci la tennista» in buona compagnia: ci sono una decina di bambini, due signori di mezza età che sembrano saperla lunga e tre quindicenni vestiti da tennisti. I Due signori di mezza età mi battono e la qualificano come Simona Halep, una tennista rumena che viene dalla finale di Madrid. Subito a me e a loro una cosa appare evidente. Io la tengo per me, ma il loro commento suona all’incirca così: «madonna gli manca un metro di tette». In questo caso i numeri ci aiutano maggiormente: i due si riferiscono alla Halep famosa nel circuito per le dimensioni del suo seno, ridotto per venire in contro a necessità tennistiche nel 2009. Nonostante siano passati 5 anni l’attenzione di tutti è lì, noi DUDE non giudichiamo e tiriamo dritti, ci sono molti 15 da vedere.

 

Il Pietrangeli come la Bombonera

Pare che giovedì si sia disputato un torneo per giocarsi le wild cards disponibili per l’accesso diretto al tabellone del torneo. Giocatori abituati a una vita di stenti tra future e challenger (si tratta di tornei della sopravvivenza) si giocano un’occasione di ingresso nel mondo patinato dei master 1000, del tennis che conta, del foro italico. È come una band che si gioca la possibilità di aprire il concerto ai Radiohead, vivere il palco con loro, assaporarne la luce riflessa.

Beh pare che a vincere il torneo, e a dimostrarsi più affamato di tutti, sia stato Marco Cecchinato: palermitano ventiduenne che un mese fa era al torneo di Santa Margherita di Pula e ora è al foro italico, dentro uno stadio Pietrangeli pieno, a giocarsi il passaggio del turno contro Sijsling – non un’impresa impossibile. Tutti gli italiani vengono fatti giocare sul Pietrangeli, che tende a riempirsi a dismisura e a ricreare un clima quasi da stadio sudamericano. Il tifo è estremo, e rompe spesso il rigido regolamento etico dell’incitamento tennistico. Si rumoreggia tra la prima e la seconda di servizio, si parla ad alta voce e si esulta ancor prima della fine del punto; lo sgravo peggiore l’ha fatto il signore che mentre Cecchinato carica uno smash non è riuscito a trattenersi e ha gridato «ammazzalo!». In realtà il tennista italiano, invece di avere un’indignazione british verso questa poca compostezza, si esalta e incita il pubblico ad aumentare la cagnara, come fanno spesso i calciatori sotto le curve. L’unico che davvero non si scompone mantenendo una flemma fiamminga è Igor Sisljing, che non è né forte e né bello. Si muove in campo con impaccio, come se avesse problemi deambulatori, ma spinge bene col rovescio ed è abbastanza lucido tatticamente, di certo più di Cecchinato. Sisljing vince in due set e lo spirito del pubblico romano è quello di chi sente di aver subito un’ingiustizia. Per un attimo provo empatia per il tennista olandese, che in patria non ha un’equivalente del Pietrangeli dove essere incitato, che ha giocato tutta questa partita sotto la minaccia emotiva di un carnaio di gente, e che ha vinto nonostante tutto, facendo il suo lavoro, che non è manco un granché.

 

L’esperienza estetica più sottovalutata nel tennis contemporaneo

Sono le 19 e 30 ed è un orario un po’ di mezzo: troppo presto o troppo tardi per tutto. La gente, aiutata da un vento freddo e da nuvoloni minacciosi, se ne torna a casa. Sul centrale c’è Bolelli ma gioca contro Raonic e noi, poco fiduciosi, lo diamo già per spacciato. Dopo pochi minuti sul tabellone leggiamo che è sotto quattro a zero nel primo set e così ce ne rimaniamo sul Pietrangeli, dove sta per iniziare Robredo contro Kolschkreiber. Oltre al nome impronunciabile, il tedesco ha anche uno dei rovesci migliori del circuito. Lo gioca a una mano, senza l’apertura esasperata di Gasquet e con più compostezza tecnica di Federer.

Visto dal vivo K. gioca benisimo, con i piedi ben piantati sulla riga di fondo comanda il gioco con gran senso dell’anticipo. Non è né alto né basso, ha un taglio di capelli molto “normale” e non fa niente di troppo significativo in campo. Ormai ha quasi trent’anni ed è forse con questa sua “normalità” che si può spiegare una carriera vissuta sempre ai margini del grandissimo tennis. K. non ha niente del personaggio e sembra poco conformarsi al circuito mediatico del tennis di oggi: durante la partita si incita una sola volta, e lo fa con un pacato «Jawohl». Niente «c’mon» o «vamos», ben più cosmopoliti. K. col rovescio fa quello che gli pare: il lungo linea lo mette praticamente in automatico, vincendoci più o meno tutti i punti decisivi del match. Vince in due set con una certa sicurezza. Ce ne andiamo a fine partita con la sensazione che il rovescio di K. sia una delle esperienze estetiche più sottovalutate del tennis contemporaneo.

 

«Ballerini di parkour»

Una cosa che abbiamo imparato in questi giorni è quella di non sapere cosa aspettarci esattamente dalla Ball Room, che nel corso dei giorni ha ospitato: louis vega, hipster, pariolini, Frank Sent Us, calciatori, imprenditori, Jimmy Ingrassia e un sacco di persone provenienti da universi disparati. E anche stasera l’atmosfera sembra completamente diversa, piena di stimoli metropolitani. Sul palco un gruppo di ballerini hip hop prova una coreografia e intorno dei ragazzi si esercitano in cadute dal privè e capriole all’indietro. Stasera c’è il Parkour (PK), una cosa molto fica, che mi ha sempre affascinato ma che non ho mai provato a fare perché sono un fifone e ho l’agilità di Umberto Smaila. Ci presentano i ragazzi come dei «ballerini di parkour», ma in realtà il PK non si balla, è una disciplina metropolitana nata in Francia a fine anni ’80 (da cui ha preso il nome Parkour: ‘percorso’) e consiste proprio in un’arte dello spostamento. Nel Parkour ci si sposta dentro a uno spazio metropolitano che, attraverso corsa libera, salti, acrobazie e movimenti tecnici, viene reinventato. Mi rendo conto che messa così non è troppo comprensibile, piuttosto guardate questo video:

Si tratta proprio di ri-negoziare il proprio rapporto con lo spazio e con la materia urbana, vivendo in simbiosi con essa e ritracciandone il senso.

I due gruppi che si esibiranno stasera sono gli Innheartz e gli Street’s Phantoms, rispettivamente di Nuovo Salario e Tor Marancia, Roma sud e Roma nord.

Niccolò – degli Innheartz – ci spiega che per lui il Parkour consiste nel liberarsi della gabbia che la città gli ha costruito attorno, superandone gli ostacoli, che ovviamente hanno anche un significato esistenziale e non solo materiale. «Se non faccio Parkour per tre giorni impazzisco». I ragazzi ci sottolineano come la sensazione principale nel fare Parkour sia quella di un senso di libertà assoluto, di «pieno possesso del proprio corpo». E poi il Parkour riqualifica lo spazio urbano, riprendendoselo in maniera creativa e non banale.

Immaginandomi come verrà sconvolto lo spazio della Ball Room stasera, mi avvio verso la cena.

 

Tutta la pioggia del mondo non fermerà il nostro racconto

Il ristorante della Ball Room si chiama Open, la grafica dei menu e delle divise ha un richiamo vintage al tennis delle origini. Da quest’anno è attiva una collaborazione con Dolce, ristorante romano di zona quartiere africano che si è reinventato completamente il modo di mangiare dolci e prodotti di pasticceria. Non lo capisco finché non arriva il «cheesecake al bounty» che ho ordinato. La cosa più buona, più grassa, più schifosa, più cicciona e sopra le righe che io abbia mai messo in bocca. Non sto esagerando.

Con la botta da zuccheri più grossa della mia vita, sono in pieno fomento per la serata street, fino a che non arriva la pioggia. E il vento. E i tuoni. E poi il temporale. E tutti abbiamo un’aria depressa, e qualcuno dice «ecco, queste so’ le cose che t’ammazzano eventi come questo».

La serata viene annullata, il Parkour torna a nuovo salario e a tor marancia, tutti gli altri tornano negli uffici e a casa. La giornata di lavoro è finita in modo improvviso.

Quello che non finisce invece è il nostro racconto, perché se si interrompono le cose da raccontare e sei al ristorante Open, con intorno surfisti, sapienti p.r. della Roma più ricca, dirigenti di Mastercard e Intesa San Paolo, puoi permetterti di fare un giro e raccontare le loro storie che ti circondano.

 

Miss Wolf, risolvo problemi

Dopo cena abbiamo modo di scambiare due parole con Caterina, il cui ruolo all’interno dell’organizzazione ci è sempre apparso poco chiaro. Effettivamente, parlando, scopriamo che i contorni non sono definibili neanche per lei: sostanzialmente lei tappa buchi e risolve problemi. Ci mette una pezza, avrebbe detto se fosse stata meno graziosa e professionale. L’intrattenimento è una macchina potente e complicata che va oliata alla perfezione, e lei ha il compito di far si che i piccoli intoppi non fermino il motore. Il suo compito principale sarebbe quello di occuparsi dei tavoli riservati agli sponsor, ma questa è solo una piccola parte di ciò che accade nella vita di Caterina: è due anni che lavora in questo mondo ed asserisce che le competenze necessarie le vengono da anni di progetti di architettura che avevano sempre qualche problema all’ultimo che lei doveva risolvere. Finalmente troviamo reali abilità pratiche insegnate in quei luoghi del sapere critico che tanto amiamo.

Questo suo conoscere il mondo delle serate ce la rende molto simpatica, può raccontarci tante cose che noi, figli di un intrattenimento democratico, non sapevamo. Le dinamiche, non dovrei dirlo, sembrano una versione strampalata de la darwinismo sociale: «struggle for life and death», ovvero un ambiente sociale dove per ogni trend setter dentro è necessario avere qualcuno fuori. I maschi esistono meglio se accompagnati, le donne, forse perché simbolo universale di fertilità, hanno la vita più facile. Iniziamo a delineare l’entropia che regola il luogo, un universo regolato da rigide formule matematiche dell’intrattenimento, che magari non saranno democratiche, ma che sembrano funzionare. Stiamo studiando, stiamo studiando, quando avremo un quadro pieno riferiremo anche a voi.

 

Surfing the internazionali

I personaggi intorno a noi interagiscono e si sovrappongono ad un ritmo vorticoso, e incontriamo Giorgio Pietrangeli. Dopo averlo ringraziato per l’intervista al padre, scopriamo che c’è anche lui nell’organizzazione. Dopo alcune domande di rito su l’evento, scopriamo che Giorgio è una delle figure di riferimento del surf italiano. La cosa ci stuzzica, per noi il surf è una cosa che succede solo nei film americani. Giorgio ci racconta la sua passione, che ci appare smisurata, per questa disciplina. Ora, per i non esperti, dovete sapere che nel mondo, chi vuole fare surf, deve trovare degli spot precisi, posti in cui natura, vento ed acqua si alleano per agevolarli. A lui si deve la scoperta di Banzai, una location vicino Santa Marinella, che è una delle migliori in Italia per fare surf.

Lo ha scoperto in una giornata del 1983, per caso. Inseme ad un amico si ferma per espletare bisogni fisiologici dietro le classiche fratte tipiche della natura mediterranea nei pressi delle spiagge. Mentre l’amico ci dava dentro con le sue cose, Pietrangeli ha notato delle ondine ed è entrato in acqua. Il posto si è rilevato essere perfetto perché le ondre rompevano l’acqua in un certo modo come nella Banzai Pipeline alle Hawaii (da qui il nome). Giorgio ha vinto campionati, partecipato ai mondiali, ma soprattutto a girato tutto il mondo (vi assicuro davvero tutto) con la tavola da surf in mano. Autodidatta completo si è formato sulle spiagge di Ansedonia, e oggi, anche se ha un po’ smesso, frequenta ancora le varie locations. Si nota nelle sue parole un po’ di nostalgia dei tempi che furono, di quando il surf era per i pionieri e non una moda; ammette che sì, non è possibile tornare indietro, ma che quando torna al Banzai e lo vede pieno ed ha difficoltà a prendere le onde, alla contentezza per aver contribuito si aggiunge la consapevolezza che quei tempi non torneranno e chiude, sardonico, dicendo che un surfista oggi deve vivere tre vite per surfare le onde che ha surfato lui…

Ci congediamo con questa frase in testa, la pioggia continua e torniamo in ufficio, ci viene da pensare a quante vite dobbiamo vivere noi prima di capire il tennis, le feste, Roma, ma soprattutto il nostro ruolo qui, nell’entropia della festa.

 

A cura di Emanuele Atturo e Marco D’Ottavi | DUDE Mag

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DUDE è un manuale di sopravvivenza per gentiluomini e gentildonne, dal momento che ne sono rimasti pochi e vanno salvaguardati. Nel periglio della rete, Dude è l’atlante per orientarsi tra il guazzabuglio della produzione culturale telematica e le piccole zone d’ombra, alla ricerca di preziose gemme, conversazioni, galanterie che troppo spesso si nascondono ai margini delle strade più battute. Dude lavora a una cartografia esclusiva — facendosi lente d’ingrandimento sul dettaglio perduto — racconta i massimi sistemi in formato leggero.
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