Se avete presente la struttura del Foro Italico, sapete che il Centrale del Tennis funge da pietra monolitica centrale intorno cui la struttura si sviluppa (chiaramente per fare questo discorso bisogna ignorare lo Stadio Olimpico lì vicino che domina tutto placidamente). Il programma prevede, tra le altre cose, un incontro serale alle ore 21. Da quel momento, fino alla fine della partita, lì il mondo si divide in chi sta dentro e chi sta fuori. Chi sta dentro fa lo spettatore, esulta, batte le mani, fischia, fa «ooooooh»; chi sta fuori ha più libertà di movimento, ma sicuramente invidia chi sta dentro. Per ovviare a ciò può fare diverse cose: mangiare e bere, le più classiche; fare un giro sul trenino. la più metafisica; giocare a paddle, la più divertente; guardare la partita sul maxischermo la più dolorosa.
Guardare la partita a 50 metri dal campo dove essa si svolge crea vari paradossi temporali e uditivi, mette in difficoltà la tua capacità di relazionarti con il tempo e con lo spazio. Eppure quando arriviamo al Foro, in attesa che l’ennesima serata batta i suoi colpi, troviamo un discreto capannello di persone davanti allo schermo. Ci sono i più attrezzati con le sedie, i rilassati col vino o la birra, quelli tutti eleganti che sono arrivati troppo presto per essere accolti nella Ball Room e poi diversi addetti ai lavori, ma non così tanto da stare dentro. In corso c’è il match tra Nadal e Murray e ben presto la gente si schiera, una battaglia di vamos contro com’on molto meno interessante di quella che si sta svolgendo sulla terra rossa, ma non per questo meno appassionata. Il match è piacevole e vive di parecchi rivolgimenti, fino all’undicesimo gioco del terzo set non è facile capire chi vincerà.
Tra appassionati facciamo caso a tre signori con un accento britannico e ci avviciniamo per scambiare qualche parola sulla situazione. In realtà scopriamo che due di loro sono inglesi, mentre un’altra ragazza è statunitense. Sono qui da stasera per i prossimi tre giorni proprio per seguire le fasi finali di questi Internazionali d’italia. Il torneo gli piace, gli piace l’organizzazione e l’atmosfera suggestiva e irripetibile di questo posto. Uno di loro ci espone una strana teoria burocratica del tifo, una cosa che fa anche riflettere sul senso degli stati nazionali. Ci dice che lui, inglese, stasera tiferà per Murray ma tra poco ci sarà il referendum per l’indipendenza della Scozia e da quel momento, in caso di scissione, non tiferà più per lui. Ben diverso lo spirito con cui la ragazza americana sostiene Nadal, una cosa che ha mlto più a che fare con l’affetto e la storia personale. Ci mostra una maglietta con scritto «Vamos Rafa» e ci spiega che sin da quando lo ha visto giocare la prima volta ha pensato che sarebbe diventato un fenomeno, il numero uno del mondo. Da quel momento ha iniziato a seguirlo, passo dopo passo, in tutte le sue vittorie (tante) e i momenti difficili (pochi), fino ai quarti di stasera, davanti a questo megaschermo.
La partita lambisce la mezzanotte, ma noi non siamo troppo preoccupati: è legge che la festa cominci dopo la fine del match (quindi in realtà siamo molto preoccupati perché vuol dire che finiremo super tardi). All’interno la pista trabocca di gioventù generica, non c’è un target specifico se non una leggera dominanza di camice bianche. Per svolgere il nostro lavoro antropologico saliamo al privé consolle, da dove c’è un onesta visuale sul palco e sulla folla; il nostro pass di tecnici ci vorrebbe lì ad allungare l’occhio sulla serata, ma il motivo vero per cui siamo da queste parti è adocchiare lo spot adatto per l’attrazione di questa sera: le ragazze del Crazy Horse.
Mentre siamo lì affacciati alla balaustra, ci sorprende alle nostre spalle uno sparuto gruppo di ragazze vestite con quelle tute color carne piene di strass e lustrini atte allo scopo di fingere la nudità. Indossano parrucche blu e rosa a caschetto e stanno facendo le bolle con l’acqua saponata. Siamo stupiti, vogliono il nostro posto per compiere il loro lavoro, che poi è anche il nostro, di intrattenitrici. Dopo un accenno di titubanza, capiamo che non c’è pass che tenga: i nostri diversi ruoli sociali ci spingono a farci da parte. Per i primi due minuti, mentre loro ci danno le spalle, siamo quasi sicuri di aver fregato il posto alle mitiche ballerine del Crazy Horse. Poi ci vengono i primi dubbi: che ci fanno lì? Che abbigliamento è? Perché parlano italiano? Soprattutto questa ultima cosa ci fa protendere per cambiare atteggiamento. Fuori la venerazione per le celeberrime ballerine, dentro lo stacanovismo del giornalista. Scopriamo che le ragazze hanno il ruolo di fomentare il pubblico prima dell’arrivo dello show principale, tipo gruppo spalla.
La camera delle meraviglie
Lo spazio della Live Room – che negli ultimi giorni ha ospitato le interviste di personaggi tipo Nicola Pietrangeli, Lea Pericoli, Paolo Bonolis, Noyz Narcos, Louis Vega – è impreziosita dall’esposizione di alcune opere provenienti dalla galleria d’arte Wunderkammern. È uno spazio realmente anomalo per un locale all’aperto a Roma, una nicchia di bellezza astratta dal contesto esaltato e sudaticcio della pista. Passarci davanti nel bel mezzo della serata, guardarne i dipinti, suscita una sensazione di stupore. Del resto il concetto di Wunderkammer è quello di «camera delle meraviglie» (o di «gabinetto delle curiosità»). Erano camere nelle quali gli strani collezionisti del XVII secolo amavano stipare oggetti straordinari: gusci di lumaca, animali a due teste, perle deformi, monete antiche. Nella Live Room invece oggi sono ospitati i dipinti di C215, pseudonimo di Christian Guémy, francese che ama lavorare soprattutto attraverso la tecnica dello stencil.
Come ci spiega Giuseppe Pizzuto – uno dei tre direttori della galleria – lo stencil e in generale tutta quell’arte che possiamo definire pubblica trova particolare rilievo all’interno della galleria aperta a Tor Pignattara (Via Serbelloni) nel 2008. Per esempio il 29 maggio inaugura una mostra dedicata Jef Aérosol, artista urbano francese, uno dei pionieri dell’arte di strada. Giuseppe ci racconta la storia di Wunderkarmmern, fondata nel 1998 a Spello, in Umbria, da Franco Ottavianelli, Afra Zucchi and Giuseppe Ottavianelli. Dieci anni dopo la scelta di trasferirsi a Roma, in un posto di certo non banale: Tor Pignattara. Come ci dice Giuseppe, che di mestiere fa l’avvocato: «la scelta di aprire una galleria d’arte a Roma è stata coraggiosa, ma aprirla a Tor Pignattara è stata una follia». Eppure i riscontri sono super positivi, nel quartiere sono inseriti e amati, e il pubblico fa sempre meno fatica ad avvinarsi a una galleria piuttosto lontana dal centro, sicuri della sensazione di stupore che ogni volta li coglierà entrando a Wunderkammern.
La femminilità suprema
Una volta salutato Giuseppe ci prepariamo all’evento vero di questa giornata. Vedere dal vivo il corpo di ballerine francesi dalla bellezza suprema è una di quelle cose presenti in un’ideale lista di momenti-fondamentali-della-vita, uelle cose che ti fanno riconsiderare radicalmente tutta la scala delle priorità. Per avermi permesso questa esperienza io ringrazierò sempre la Ball Room e tutti gli Internazionali d’italia. Il Crazy Horse non è un semplice uno spettacolo di cabaret, ma un’istituzione non solo dell’erotismo, ma anche di classe, eleganza e anti-conformismo.
Una sorta di manifesto della sensualità francese, della femminilità sublimata. Il Crazy Horse è stato fondato nel 1951 da Alain Bernardin su Avenue George V, vicino i campi elisi. Lì è rimasto, da quando ci lavorava Charles Aznavour al piano, fino alle performance recenti di Dita Von Teese.
Davanti all’ennesima giocata sovrannaturale di Lebron James, c’è un dialogo tra Federico Buffa e il commentatore che va precisamente così:
«Vuoi un commento?»
«Eh, sei pagato»
«Li ridò indietro»
Ecco, simbolicamente, anche io, i soldi presi per carpire e divulgare il Crazy Horse, voglio darli indietro. Troppa superiorità, troppo strapotere fisico e mentale sugli altri. Lo spettacolo in sé dura 20-25 minuti durante i quali si alternano performance di gruppo (le ballerine sono sei) ed altre individuali. L’impatto visivo è incredibile, superando l’aspetto puramente erotico della cosa, loro – stando alla definizione di Wikipedia – «sono soggette a rigide norme affinché agli occhi degli spettatori, debbano risultare quanto più possibili uguali l’una alle altre. Questo porta che debbano avere la stesso aspetto, le stesse misure (in particolare) l’altezza, ma anche particolari intimi molto rassomiglianti come il seno e il pube». Effettivamente, complici le coreografie, pare di assistere ad un piccolo esercito di statue greche super sexy che si muovono sincronizzate sul palco; se fosse tennis sarebbe un unico punto infinito a tempo di musica tra due Roger Federer in giornata di grazia.
Le soliste sono due e fanno salire la temperatura, in una il complice è un divano a forma di labbra, nell’altra una semplice sedia. Le ragazze ammaliano e conquistano grazie anche alla musica di sottofondo, quella sì puro erotismo francese.
Alla fine fioccano i commenti sull’inesistenza di fondoschiena del genere nel mondo reale. Un altro le chiama «donne superiori» e noi non ce la sentiamo di dargli torto.
Dopo lo spettacolo le ragazze si rifugiano in camerino, devono essere abituate agli occhi assalitori, ma ci tengono a difendere la privacy off court. Quello che accade dopo, noi semplice bassa manovalanza del giornalismo culturale, non possiamo dirlo.
Gradiremmo intervistarle, ma ci rendiamo velocemente conto che la porta, per noi, è chiusa. Peccato.
La loro presenza si conclude con un viaggio sui divanetti della Live Room, oramai centro nevralgico della Ball Room: scambiano qualche rapida battuta con una Martina che, al cospetto di quel carico di cosce, tiene perfettamente botta.
Quando si allontanano capiamo che, anche se la serata è lungi dall’esaurirsi, noi abbiamo fatto il nostro tempo. Siamo venuti qui per cercare un filo intangibile che collegasse ogni cosa, un cambiamento nella cultura dell’intrattenimento agli Internazionali; non sempre ci siamo riusciti, ma questa sera l’abbiamo trovati ed era un cavallo pazzo.
A cura di Emanuele Atturo e Marco D’Ottavi | DUDE Mag