Brevi dal Torino Film Festival 2015 – Primo atto
Sul finire dei suoi primi dieci anni, qui compiamo una piccola rivoluzione, abbandonando il nostro formato classico – quello del magazine culturale a cadenza vagamente quotidiana – per presentare ogni mese un solo saggio e un solo racconto. Da queste pagine 24 autori ogni anno proporranno il loro filtro sul reale, manipolando inevitabilmente la personalità di Dude mag: ed è una cosa che ci rende enormemente curiosi.
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Brevi dal Torino Film Festival 2015 – Primo atto

Anche quest’anno ci siamo ricascati.

Anche quest’anno ci siamo ricascati. Perché quando hai oltre duecento film a disposizione e una settimana per vederli, non puoi fare altro che fidarti delle trame che trovi sul programma (rigorosamente stampato su carta biblica patinata). Sai benissimo che «un grande viaggio fatto di suoni, colori, volti e incontri» è una supercazzola che sta per «niente trama, abbiamo girato finché sono finiti i soldi e il montaggio l’ha fatto la nonna di Pino che sta a fa’ il corso di alfabetizzazione tecnologica al centro diurno», ma sai anche che ci sono abstract molto più subdoli e che una percentuale di cazzate col fiocco (oltre che una di cazzate soporifere) te la becchi. È in vendita con l’abbonamento.

Abbiamo deciso di confrontare le sinossi ufficiali con le nostre impressioni quando si sono riaccese le luci in sala, per verificare quanto le aspettative siano distanti dalla realtà. Per fare gli splendidi, quest’anno abbiamo deciso di istituire un elaborato indice per aggiungere un elemento profondamente scientifico alla valutazione ogni film.

 

Interruption di Yorgos Zois
(Grecia, 2015, 109’)

Sinossi: In un teatro di Atene va in Scena l’Orestea di Eschilo in versione postmoderna. Improvvisamente si spengono le luci e un gruppo di giovani sale sul palco invitando il pubblico a prendere parte attiva allo spettacolo. Finzione e realtà si fondono in questa attualizzazione della tragedia greca, con echi di Pirandello, per parlare della drammatica attualità. Teatro nel teatro che apre molte questioni e lascia allo spettatore il compito di tirare le fila.

Se per “tirare le fila” s’intende che ci si deve arrendere all’impossibilità di capire tutti i passaggi (a meno di tenersi aperto sulle gambe un manuale di antropologia del teatro): allora ok, la sinossi non mente. Un film elegante ed essenziale, molto composto nonostante sul palco ci sia lo stesso numero di morti che ci sono in una puntata di Games of Thrones. Ed è proprio questa pulizia formale che con-sente alla tragedia di attraversare duemila anni di storia e arrivare in un cinema, alle dieci di una domenica mattina totalmente desacralizzata.

Il primo protagonista è un magnetico Signor Spok, il secondo è lo spazio scenico che viene riempito o svuotato per far risuonare il progressivo sottrarsi del pubblico al gioco (che diventa sempre meno gioco e sempre più realtà).

Indice René*: alto.

* l’indice René è frutto di un complicatissimo algoritmo che misura la quantità di elementi sacrificali (o, se proprio non crepa nessuno, mimetici) presenti in una storia.

 

Uns Geht Es Gut / We Are Fine di Henri Steinmetz
(Germania, 2015, 93’)

Sinossi: In sette capitoli, i vagabondaggi, i rapporti, gli scontri, le disillusioni di cinque adolescenti che attraversano un’estate vivendo come una famiglia, tra città e case, spiagge e foreste. Poi le relazioni degenerano. In un tempo storico misterioso, senza legami e senza aspirazioni, una storia barocca, astratta ed esplicitamente ispirata ad Arancia Meccanica di Kubric. Un esordio provocatorio e raffinato, che lascia poche speranze sul mondo futuro.

Questo è un caso da manuale di “sinossi bugiarda”: leggendo le prime righe, ti aspetti di vedere un racconto di formazione in stile Stand by me, un cavallo di razza insomma. Invece era un asino. Zoppo. Che si crede Varenne. Chiariamo due cose: non è perché c’è un po’ di violenza estetizzata, che ci si può permettere di citare Arancia Meccanica. Il film ha il pregio di essere visivamente interessante, con una fotografia che tocca la perfezione di certi spot, Candy di Prada per esempio. Ma c’era solo quello. Non è che per rappresentare la noia e l’assenza di senso devi annoiarci a morte con quella che sembra la giustapposizione di sette videoclip. E pensi pure di cavartela chiudendo con una nebbia che avvolge i cinque adolescenti e che dovrebbe lasciarci poche speranze sul mondo futuro? Hai mai fatto una vacanza in pianura Padana?

Indice René: non pervenuto, troppa nebbia sul finale. 

 

Hellions di Bruce McDonald
(Canada, 2015, 80’)

Sinossi: Halloween. Una teenager scopre di essere incinta: è uno shock. Di ritorno dal dottore, rimane a casa da sola. Nella notte, i trick-or-treaters diventano sempre più macabri, mentre la stessa realtà sfuma i suoi contorni per diventare incubo. Dal regista di Pontypull, una variazione sul tema anni Ottanta di Halloween in cui l’immaginario dei traumi dell’adolescenza si associa alla paura primaria della gravidanza. Con Cloe Rose e Rossif Sutherland.

La sinossi ci porta a pensare che sia una versione sanguinolenta di Sixteen and Pregnant. Ci piace l’idea di usare il cliché di Halloween per parlare dello stigma che deriva, ancora oggi, dall’essere un’adolescente incinta. D’altronde la vocazione del genere horror è riflettere sui terrori dell’individuo e della società. Però, pur curando molto l’estetica del film, con trick-or-treaters evocativi e terrificanti, con soluzioni visive d’impatto che sconfinano nella video arte (la fotografia quasi sperimentale e il ritmo di montaggio che ci fanno piombare in un video dell’Mtv degli anni d’oro sono davvero notevoli), McDonald non riesce ad approfondire realmente il tema: è come se il precipitare della trama verso la catastrofe non riesca a farci colare addosso fino in fondo la drammaticità grottesca della paura della gravidanza. Menzione speciale per l’immenso poliziotto Mike: a essere sceriffo in America son tutti bravi, in un paesino inculato del Canada un po meno.

Indice René: over, superato il livello di guardia. 

 

The Dressmaker di Jocelyn Moorehouse
(Australia, 2015, 118’)

Sinossi: Anni ’50: Tilly Dunnage (Kate Winslet), sarta dell’haute couture parigina, si ripresenta a Dungata, paesino australiano da cui è fuggita, per occuparsi della madre fuori di testa (Judy Davis). Il suo ritorno non passa inosservato e lei ne approfitta per stravolgere il look delle donne del posto e per togliersi parecchi sassolini… Dopo 17 anni, la regista Jocelin Moorehouse ritorna dietro la mdp con una storia grottesca tratta dal romanzo di Rosalie Ham.

Sì, è vero che quando Tilly torna si prende anche cura della madre, ma il vero motivo per cui si accolla un transoceanico all’altro capo della terra è il desiderio di fare i conti con il passato. Per una volta la sinossi non mente, questa è una commedia (da manuale, in cui tutto succede quando senti deve farlo) capace di usare i toni grotteschi per portare la storia a sconfinare, a tratti, nel genere drammatico. Una Kate Winslet in gran forma – che sembra aver trovato negli anni ’50 il suo habitat naturale, come d’altronde già aveva dimostrato in Revolutionary Road – fa il paio con Hugo Weaving. A loro va il nostro plauso: non è facile passare dal dare la caccia a Neo in Matrix al cercare di procurarsi paillettes e mantelli da torero nell’outback australiano. Attenzione: il biondo palestrato appassionato di Shakespeare non è Thor, ma suo fratello.

Indice René: altissimo. Capro è arrivata, capro se n’è andata.

 

Tangerine di Sean Baker
(Usa, 2015, 88’)

Sinossi: Vigilia di Natale a Hollywood: un’irruente trans scopre che il suo ragazzo ha approfittato dei giorni che ha passato in galera per tradirla con una donna e, insieme a un’amica, si mette alla ricerca del fedifrago per punirlo. Dall’autore di Prince of Broadway e Starlet (TFF 2008 e 2012), un viaggio travolgente e talvolta esilarante nei sobborghi di Tinseltown, girato in 18 giorni con l’iPhone 5S. Irresistibili le due protagoniste e il tassista armeno che le aiuta, tormentato dalla suocera impicciona.

Una storia con questa grana (non solo delle immagini, ma proprio dei personaggi) non poteva che essere vista attraverso la fotocamera di un iPhone. Questo film è tutto così meravigliosamente sopra le righe che diventa quasi un melodramma di strada. Partendo dagli stereotipi e dalle comfort zone delle narrazioni sul mondo transessuale (vedi Transparent) Baker riesce a raggiungere l’umanità genuina nascosta sotto l’immancabile leopardato trash delle protagoniste ghetto style. Il momento in cui esplode la commedia degli equivoci potenzia il finale intimista a cui basta una parrucca per dire l’ambizione delle due protagoniste. Ambizione in normanno indica il dolore di sentirsi separati. Una parte che resiste e un parte che tende verso un qualcosa che, forse, non può essere.

Indice René: mediatori interni come se piovesse.

 

Leggi anche il secondo atto e il terzo atto.

Valentina Rivetti e Sebastiano Iannizzotto
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