Anche quest’anno ci siamo ricascati. Perché quando hai oltre duecento film a disposizione e una settimana per vederli, non puoi fare altro che fidarti delle trame che trovi sul programma (rigorosamente stampato su carta biblica patinata). Sai benissimo che «un grande viaggio fatto di suoni, colori, volti e incontri» è una supercazzola che sta per «niente trama, abbiamo girato finché sono finiti i soldi e il montaggio l’ha fatto la nonna di Pino che sta a fa’ il corso di alfabetizzazione tecnologica al centro diurno», ma sai anche che ci sono abstract molto più subdoli e che una percentuale di cazzate col fiocco (oltre che una di cazzate soporifere) te la becchi. È in vendita con l’abbonamento.
Abbiamo deciso di confrontare le sinossi ufficiali con le nostre impressioni quando si sono riaccese le luci in sala, per verificare quanto le aspettative siano distanti dalla realtà. Per fare gli splendidi, quest’anno abbiamo deciso di istituire un elaborato indice per aggiungere un elemento profondamente scientifico alla valutazione ogni film.
As mil e uma noites (volume 1, o inquieto – volume 2, o desolado – volume 3, o encantado) di Miguel Gomes (Portogallo/Germania/Svizzera, 2015, 125’ – 131’ – 126’)
Sinossi: La trilogia di Miguel Gomes che incarna Le mille e una notte nell’oscurità europea della crisi portoghese. Tre film per un unico percorso tra l’incanto delle narrazioni di Sherazade e la prosa della verità sociale. Nel primo, il regista, incapace di filmare la chiusura di un cantiere navale, fugge nel mito per deridere con ironia buñueliana i potenti dell’economia globale. Nel secondo intreccia storie di vita selvaggia e condominiale con le pene infinite di un giudice pietoso. Nel terzo, infine, trova nei sobborghi di Lisbona nuove libertà e possibili racconti nel canto degli usignoli allevati dal popolo. Geniale e inafferrabile: l’evento della stagione festivaliera internazionale.
Sei righe e mezzo di sinossi non possono rendere la complessità di un film come questo. Comunque, visto che ci provano, va detto che lo fanno male. Anzitutto, non è che il regista non sappia filmare la chiusura del cantiere, perché il problema non è proprio raccontare la crisi. C’è di mezzo una scelta stilistica precisa. Infatti, l’apparizione di Gomes sullo schermo – mentre i registi del cinema impegnato lo seppelliscono – gli permette di “dichiarare” il gioco che sta per giocare: da qui in poi il film sarà tanto più immaginifico e rarefatto quanto più parlarerà realmente della crisi portoghese. L’uso che Gomes fa della camera ci lascia sempre senza parole: dà l’impressione di cogliere la realtà mentre la realtà avviene, anche se basta guardare poco sotto il fluire naturale dei fatti per notare l’impianto finzionale del film. Da una trilogia di più di sei ore, è difficile scegliere di segnalare solo alcuni capitoli (capitoli, avete letto bene, e la simmetria con Le mille e una notte ci regala anche un sommario e i minuti al posto dei numeri di pagina) ma il gallo processato per eccesso di canto, i grandi potenti divenuti impotenti (stiamo parlando di piselli), la giudice fissata con la verità e costretta dalla verità stessa a capitolare, il magnifico Simao “senza trippa” e il cagnolino Dixie spiccano sul resto e non sfigurerebbero nemmeno come singoli cotrometraggi.
Indice René: sepolto (ti pare che una fiaba possa sottrarsi alla legge del mimetismo?)
Moonwalkers di Antoine Bardou-Jacquet (Francia, 2015, 96’)
Sinossi: 1969: il governo americano ha bisogno delle riprese di un falso allunaggio per battere sul tempo i russi e manda a Londra un agente della Cia traumatizzato dal Vietnam perché convinca Kubrick a girarlo. Ma si mette in mezzo lo spiantato manager di un gruppo rock, e finiscono per ingaggiare un auteur sperimentale. Citazioni non solo kubrickiane ed equivoci per l’irresistibile parodia di una celebre “teoria del complotto”. Con Don Perlman e Rupert Grint (il rosso di Harry Potter).
Commedia strappa risate dove le risate sono forse un po’ facili (leggi: va tutto bene, anche se i meccanismi narrativi fanno leva su alcuni cliché fin troppo conosciuti). Tutti interpreti di livello, una trama costruita così bene che diventa quasi prevedibile: infatti gli equivoci succedono quando devono succedere (per esempio quando Perlman deve dare un senso ai suoi muscoli con una sana fraccata di botte o quando assume per sbaglio stupefacenti vari), la progressione narrativa è scandita con il metronomo, i personaggi farebbero felice Vogler.
Indice René: troppo complottismo soffoca il mimetismo.
Iona di Scott Graham (UK, 2015, 90’)
Sinossi: Un ragazzino uccide in uno scatto d’ira il compagno della madre, Iona, mentre la stava picchiando e violentando. Per proteggerlo, lei lo porta nell’isola remota della sua infanzia, dove deve confrontarsi con il suo passato. Un film che ha al suo centro personaggi dolenti e luoghi silenziosi: composto, limpido, asciutto, empatico e mai enfatico. Opera seconda di Scott Graham, già vincitore con Shell del TFF 2012.
Per un film che fa della sottrazione la sua arma principale, la sinossi dice troppo e ci svela anche quel motore narrativo che, proprio in virtù della poetica della sottrazione, non è mai mostrato esplicitamente da Scott Graham. Il pericolo dell’effetto sonnolenza di un film che “ha al suo centro personaggi dolenti e luoghi silenziosi” (ovvero: interminabili silenzi, primi piani asfittici, dialoghi col contagocce) viene dribblato con maestria: attraverso una sequenza di gesti eloquenti eppure delicati la storia corre verso l’epilogo senza torturarci nell’attesa, con levità. Notevole, come già in Shell, il ruolo centrale del paesaggio, specchio dalla psicologia più profonda dei personaggi. Bella la citazione da Heidi: il personaggio di Sarah è modellato su quello di Clara, l’amica inferma, anche senza la carrozzina.
Indice René: matrioska mimetica.
Lamb di Ross Partridge (USA, 2015, 96’)
Sinossi: Un uomo di mezza età in crisi esistenziale – ha appena perso il padre e il suo matrimonio sta andando a rotoli – incontra casualmente in un parcheggio una sfrontata undicenne. Quello che nasce come uno scherzo – un finto rapimento per spaventare gli amici di lei – diventa un’occasione di incontro tra due persone diversamente sole. Seconda regia dell’attore Ross Partridge, anche interprete e sceneggiatore, che sfida con ambigua consapevolezza uno dei più grandi tabù dei nostri tempi.
L’undicenne non è sfrontata: è solo una ragazzina intelligente come certi personaggi di Salinger (Franny, per esempio). È vero che i protagonisti sono diversamente soli, ma il film va ben oltre e diventa una riflessione sul tempo che scorre, sulla difficoltà di rendersene conto, di capirlo e di non riuscire ad accettarlo. Quando il signor Lamb scoppia a piangere davanti a Tommie e le dice qualcosa come “tu diventerai grande e io sarò solo un ricordo” arriva la terribile consapevolezza di essere una parte di qualcosa che scorre e non un assoluto. In un divario così grande, solo l’amore (o la sua illusione) può fare da ancora per aggrapparsi al proprio tempo. Che finisce. Un film che è una piacevole sorpresa, specialmente dopo l’introduzione di un Ross Partridge (che è regista, sceneggiatore e interprete) bello e impossibile per gli scatti dei fotografi.
Indice René: se in gioco c’è la sopravvivenza, anche l’amore sa scegliere chi sacrificare.
Ritorno a Spoon River di Nene Grignaffini e Francesco conversano (Italia, 2015, 104’)
Sinossi: Nel 1915 uscì l’Antologia di Spoon River, una raccolta di poesie nella quale lo scrittore Edgar Lee Masters raccontava la vita degli abitanti di una cittadina immaginaria del Midwest, sotto forma di epitaffi. Testo celeberrimo, tradotto in italiano negli anni ’40 da Fernanda Pivano. A cent’anni di distanza, gli abitanti di Lewinston e Petersburg, nell’Illinois, rileggono il testo, immersi nei loro ambienti familiari, mentre le immagini raccontano ancora una volta l’America di provincia.
Quando decidi di fare un film dovresti farti la domanda che sembra stare al cuore di ogni produzione artistica: ma è veramente necessario? Pare che i registi non se la siano fatta. Vedere delle persone che recitano poesie, nonostante il bianco e nero rarefatto che fa sempre intellettuale, non è esattamente una cosa avvincente. Da segnalare la musichetta che segna la fine di ogni poesia e ti porta tragicamente alla successiva: un evidente omaggio alla sigla di A sua immagine.
Indice René: se a immolarsi è lo spettatore, altissimo.
Te prometo anarqìa di Julio Hernández Cordón (Messico, 2015, 88’)
Amici d’infanzia e amanti occasionali, due skaters ciondolano per Città del Messico; se la cavano trafficando in sangue al mercato nero, ma quando involontariamente consegnano cinquanta persone agli emissari di un cartello della droga, il loro mondo crolla. Melodramma metropolitano che ha il colore del sangue e l’andamento laconico del piano sequenza, diretto dall’autore di Las Marimabas del infierno (TFF 2010) e Polvo. Colonna sonora vintage, dallo slow core di Galaxie 500 al pop latino di Los Iracundos.
Gli skaters ciondolanti e l’andamento laconico del piano sequenza potrebbero spingere l’incauto lettore di sinossi a immaginarsi un Paranoid Park in salsa chili. Fortunatamente non è così.
È un film tenero senza enfasi, in cui il mondo del narcotraffico non è il focus ma è solo la scintilla che permette di far venire a galla la vera natura del rapporto tra i due personaggi principali. Un legame perfetto che non può esistere nella realtà, dove non c’è spazio per la purezza di un’amicizia adolescenziale. Da segnalare un finale consuma Kleenex con Tugboat dei Galaxie 500, contraltare in musica del rapporto tra Miguel e Johnny.
Indice René: non puoi amare per sempre quello che vedi riflesso nello specchio.
Hello, My Name is Doris di Michael Showalter (USA, 2015, 95’)
Sinossi: Doris ha una certa età, si è sempre occupata della mamma, e, alla morte di questa, non sa esattamente che fare della propria vita. Perciò, decide di innamorarsi. E tanto peggio (o tanto meglio) se il suo obiettivo sentimentale diventa un collega d’ufficio che ha la metà dei suoi anni. Commedia stralunata diretta da un comedian e sceneggiatore televisivo, rimette al centro della scena una grande attrice sessantenne: la scatenata e disarmante Sally Field.
Non è che Doris non sappia che fare della propria vita, è che non ce l’ha più. E finora è riuscita ad accettarlo aggrappandosi agli oggetti, che nel tempo hanno saturato uno spazio e un tempo altrimenti vuoti, mentre rinunciava alla sua vita per quella della madre (e del fratello stronzo). Inoltre, se arriva Schmidth di New Girl non è che decidi di innamorarti, shit happens. Commedia strappa risate come Moonwalkers (vedi sopra), anche se qui gli sceneggiatori non si sono limitati a costruire una struttura perfetta, ma sono andati in profondità, creando personaggi che non ci fanno solo ridere, ma anche soffrire. Se negli ultimi minuti lo spettatore potrebbe pensare allo scontato happy end, quando Doris pigia il bottone per chiudere le porte dell’ascensore il finale rivela le grandi potenzialità della commedia: farti ridere, ma mollarti anche un paio di spunti di riflessione (senza predicozzi) a proposito di temi seri.
Indice René: quando il capro espiatorio diventa accumulatore seriale.
Leggi anche il primo atto e il secondo atto.