Cinema, Tv e teatro: Capitalismo, perché non ci mancherai
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Capitalismo, perché non ci mancherai

E del perché quando ci sarà da colpire non ti mancheremo.

Ken Loach ha da poco compiuto 84 anni, ma la lucidità con cui documenta l’evoluzione dello sfruttamento e la caparbietà con cui non lascia respiro a quest’ultimo, sono qualità che evidentemente non l’hanno abbandonato.

Sorry we missed you si svolge a Newcastle, dove vivono i Turner, una famiglia della working class dai valori ben saldi. A seguito del fallimento dell’istituto bancario Northern Rock con cui aveva stipulato un mutuo, Ricky, il padre, diventa corriere di una grossa azienda di logistica e consegna stile Amazon, nel tentativo di afferrare quella possibilità che svolti la vita della famiglia.

«I’d rather work on my own now, be my own boss»

Abby, la madre, fa assistenza domiciliare e sarà costretta a complicare la sua vita per permettere a Ricky di «cogliere quest’opportunità». Mentre i due figli, la minore Liza Jane e Sebastian, vivono in maniera antitetica il loro rapporto con i genitori, preoccupati della messa in discussione dei valori con cui sono cresciuti, dall’ascolto alla condivisione, dall’assidua presenza alla dignità.

Mahoney: «Have you ever been on the dole?»
Ricky: «No. No, no, no. I’ve got my pride. I’d rather starve first»
Mahoney: «Music to my ears, Ricky. You are a trooper»

Con lo scorrere degli eventi, inesorabile si mostra la natura cinica e cannibale del capitalismo. La famiglia viene consumata fino ad essere privata della propria umanità, depredata del tempo (perfino quello di pisciare), dei soldi, dell’equilibrio psichico e attentata negli affetti (dal figlio che non riesce a dichiararsi a una coetanea, alla perdita di controllo prima fisico di Ricky e poi verbale di Abby).

«Don’t fuck with my family, fuck you, fuck your fuckin’ device and your fuckin’ phone put it up your fuckin’ arse! Sorry I don’t swear, I’m really sorry I’m a carer and I care for people.»

Seb da bravo adolescente, rifiutandosi di sottomettersi alle regole imposte, ma soprattutto allo stato delle cose, sembra insistentemente essere l’innesco del cataclisma. I suoi atti di disobbedienza però, per quanto istintivi, sono il potenziale germoglio di una rivolta: un cataclisma quindi auspicato e necessario in una condizione di malcelata miseria come quella in cui si ritrovano impelagati i Turner. Seb non vuole fare la fine del padre, non vuole prestare il fianco ad ipocrite dinamiche liberali che non possono che portare alla schiavitù contemporanea, sotto l’obbligo di gioire del superfluo nell’autoconvinzione di una non ben chiarita felicità. Per Seb, come per noi, al boicottaggio non può che seguire la ribellione.

Loach non perde l’occasione di sottolineare quanto questo sistema distorca la percezione comune distruggendo alla base la coscienza di classe, riuscendo a creare sempre una guerra tra poveri (da una disputa calcistica tra il protagonista e un cliente, fino all’assegnazione di un diverso percorso scatenata dal boss di Ricky, Mahoney). Il titolo stesso del film fa riferimento al biglietto lasciato dai corrieri ai clienti in caso di assenza. La voluta ambiguità del «ti abbiamo mancato/ci sei mancato» vuole far passare l’azienda come un caloroso familiare, sottomettendo il corriere non solo a un doppio lavoro, ma anche alle scuse per una mancanza non sua e di contro a felicitarsi di un’eventuale consegna avvenuta.

Lavorare oggi diventa sempre di più un ricatto tra condizioni contrattuali e salariali miserabili, uno Stato che demanda in maniera esponenziale l’assolvimento delle sue funzioni di tutela del lavoratore e intere generazioni senza uno straccio di prospettiva futura. A rendere ancora più inaccettabile questa situazione è la totale immobilità di aspettative. Si parla ancora di pensione, di fare figli, di relazioni stabili, di convivenze e di mettere su famiglia. Ma come può essere possibile in un contesto in cui la programmazione non è plausibile? È lodevole come alcune famiglie che conosciamo e come la famiglia Turner del film, nonostante le avversità, provino a elevare il proprio livello di vita, ma è altrettanto rabbiosamente triste rendersi conto della quasi impossibilità di riuscirci in un contesto dove vige la preminenza assoluta del profitto.

Come ben specifica Loach commentando una scena del film, l’inserimento dell’idea imprenditoriale in categorie lavorative altre, è una pericolosissima truffa che libera dai loro naturali obblighi gli accumulatori di capitale. Un mito, quello del self-made man, figlio di quella cultura boomer che è ancora dura a morire, anche tra chi non può essere definito anagraficamente un boomer.

La ricerca sul campo (non a caso lo stesso metodo naturalista coniato da Émile Zola) compiuta durante le riprese del film precedente (I, Daniel Blake) hanno permesso di tratteggiare con estrema perizia il personaggio che rappresenta lo snodo della vicenda, Mahoney. Una sorta di valvassore dei nostri tempi che non si fa problemi a rifiutare permessi personali davanti a tragedie familiari, perché il lucro è l’unico fine ultimo. La precarietà, la sottomissione a una tecnologia che invece di essere utilizzata per agevolare le mansioni del lavoratore, asserve quest’ultimo all’abominio dell’efficienza a tutti i costi fino a richiedere di trasformarsi in macchina lui stesso:

«Do you wanna know why I’m number one? Cos i keep this (riferito al marchingegno — “box” — che scandisce il percorso e registra i pacchi n.d.a.) happy […] Has anyone ever genuinely asked you how you are? They could’nt give a shit if you fall asleep at the wheel and go-head on into a bus. All they care about is price, delivery and the item in the hand. And all of that gets fed back into this box […] This decides who lives and who dies.»

Ci sono due scene di svolta nel film, in cui la percezione di una catastrofe stradale assalgono lo spettatore. Questa discesa negli inferi sembra poter essere attribuita in parte alla malasorte, come in una tragedia à la Iñárritu, ma Loach riesce a farci capire che non è il destino (come invece vuole indicarci Mahoney: «Master of your destiny Ricky») ma la mano invisibile tanto decantata dai seguaci di Adam Smith, la cui natura ectoplasmatica è talmente meschina da essere riuscita nei secoli ormai a narcotizzare e ad ammansire spinte ribelli, nascondendo responsabilità e responsabili sotto una coltre variopinta che renda accettabile questa nuova schiavitù.

Come farebbe dire il compianto Mattia Torre a uno dei suoi personaggi:

«Il peggior conservatorismo che però si tinge di simpatia, di colore, di paillettes […] un paese di musichette mentre fuori c’è la morte.»

Nino Rucola
Nino Rucola
L'11 Marzo 1985, mentre il compagno Michail Gorbacëv veniva eletto Segretario del CC del PCUS, all'ospedale San Camillo nasce Nino Rucola. Concidenza? Segno del destino? Negli anni della formazione, tutto ciò che c'è da sapere sulla morale degli uomini lo impara sul campo del Testaccio, sui sampietrini di Santa Cecilia e all'oratorio di San Pancrazio, alla faccia di Camus. Dopo gli studi linguistici estorico politici, vara il programma del socializmus s ľudskou tvárou e quello del samoupravljanje. Accusato contingentemente di deviazionismo dalla dottrina ortodossa del socialismo reale, deluso e incompreso, decide di dedicarsi alla musica brutta e a poesia (forma artistica che continua, comunque, imperituramente a detestare), corrispondenza epistolare e lectiones magistrales in vernacolo. Attualmente si guadagna da vivere insegnando francese e calcio alle nuove leve.
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