Kyle e Annie sono sposati e hanno due figli; lei ha un lavoro in ufficio e uno stipendio sicuro, lui scrive sceneggiature per il teatro e non può contare su un’entrata fissa: in compenso si occupa dei bambini e della casa. Cena fuori a casa di amici, si chiacchiera ed esce fuori una ricerca secondo la quale l’attrazione sessuale è minore in una coppia che non rispetta i ruoli tradizionali di genere. Kyle comincia a pensare che forse la moglie lo desidera meno perché è lei che porta a casa più soldi ed è lui a fare il casalingo.

Jeff ha un lavoro che non lo soddisfa per niente; si riavvicina a suo fratello Matt quando quest’ultimo decide di aprire un birrificio illegale. Tom e Lucy sono una coppia: quando per caso scoprono Tinder rimpiangono di non aver mai usato una dating app per conoscere altre persone e decidono di recuperare il tempo perduto. Jacob, un autore di graphic novel che usa spesso le proprie esperienze personali con le donne come materiale di partenza per disegnare e scrivere le sue storie, finisce a letto con una sua giovane ammiratrice.
Queste sono alcune delle storie messe in scena negli otto episodi di Easy, nuova serie di Netflix scritta e diretta da Joe Swanberg. Autore giovane che ha già una corposa filmografia alle spalle, qualcosa come sedici film negli ultimi dieci anni, ma soprattutto uno dei registi più in vista del cosiddetto mumblecore, probabilmente il genere cinematografico più amato e più odiato, sicuramente il più discusso, dai primi anni duemila ad oggi. Il termine venne coniato al South by Southwest Film Festival del 2005 per descrivere ciò che avevano in comune tre pellicole presentate in quella edizione: The Puffy Chair di Jay e Mark Duplass, Mutual Appreciation di Andrew Bujalski e Kissing on the Mouth, proprio di Swanberg. Ad accomunare i tre film, naturalmente, il fatto che tutti i personaggi non facevano altro che parlare in continuazione.
Come è accaduto per molti altri movimenti, ad esempio la Nouvelle Vague o Dogma 95, lo stile del mumblecore è in origine fortemente condizionato dalla necessità di coniugare le esigenze espressive di alcuni autori giovani e sconosciuti con la loro totale mancanza di mezzi e di finanziamenti. I primi film sono tutti low-budget, girati sempre in ambienti reali e non ricostruiti in studio, compresi interni come bar e appartamenti, con attori non professionisti: eppure l’imbarazzo di fronte alla macchina da presa, le esitazioni, le insicurezze, oltre a dimostrare la mancanza di tecnica recitativa, si dimostrano anche funzionali a rappresentare i desideri, le aspirazioni e i sentimenti di quel tipo di personaggi che il mumblecore è interessato a raccontare. Che sono quasi sempre americani di classe media tra i venti e i trent’anni, che hanno appena finito gli studi e si preparano ad affrontare la vita: sotto questo profilo, il cinema coming-of-age per eccellenza dei nostri anni.
Il mumblecore non ci mette molto a finire sotto i riflettori di blog e festival indipendenti; non ci mette molto nemmeno a guadagnarsi un buon numero di detrattori, che iniziano ad usare il termine in senso dispregiativo e accusano questo cinema di autoindulgenza, falsa profondità, hipsterismo, eccessiva nonchalance. Spesso a ragione: non è facile girare un film privo di una vera struttura narrativa, farlo ruotare solamente intorno alle relazioni sociali dei personaggi e ai loro dialoghi, e dargli comunque un senso di compiutezza. Ma è facile invece tirare fuori un’opera davvero interessante quando queste cose funzionano alla perfezione, e allora si chiamano pure in causa antesignani tra i più prestigiosi e disparati: Shadows di Cassavetes, Manhattan di Woody Allen, Stranger Than Paradise di Jim Jarmush, Clerks di Kevin Smith.
Il movimento è anche una fucina di talenti: Greta Gerwig si fa conoscere proprio recitando in molti film mumblecore, tra cui tre diretti da Swanberg — scrivendo insieme a lui la sceneggiatura in due casi (Hannah Takes the Stairs e Nights and Weekends) — e uno dai fratelli Duplass (Baghead), prima di diventare musa e compagna di vita di Noah Baumbach e di arrivare al grande pubblico con Frances Ha e Mistress America, titoli che hanno poi molto in comune con il genere di cui stiamo parlando. Negli ultimi anni il mumblecore ha inoltre iniziato a mostrare una certa influenza sul cinema europeo, a volte con ottimi risultati, come nel caso di Oh Boy, primo lungometraggio del regista tedesco Jan-Ole Gerster, girato a Berlino in bianco e nero, colonna sonora tutta jazz: bellissimo, leggero e disperato.

Nel senso di marcia contrario, diversi attori famosi hanno cominciato a fare la loro apparizione nei cast di film mumblecore: i fratelli Duplass hanno avuto l’opportunità di lavorare con John C. Reilly e Jonah Hill in Cyrus e con Jason Segel e Susan Sarandon in Jeff, Who Lives at Home. Anche in Easy, del resto, Joe Swanberg dirige molti volti conosciuti (Dave Franco, Elizabeth Reaser, Orlando Bloom, Emily Ratajkowski); trova inoltre nei 30 minuti di durata di ogni episodio una dimensione ideale e sfrutta in maniera molto intelligente una struttura antologica impura, con personaggi ricorrenti e linee narrative riprese all’occorrenza, con la città di Chicago a fare da cornice comune.
Easy appare insomma non solo una delle migliori serie televisive dell’anno, ma anche un’ottima occasione per riscoprire un intero genere (buona parte della produzione di cui stiamo parlando non è ancora stata distribuita in Italia e non è mai stata oggetto di retrospettive complete: per chi si vuole cimentare, c’è una bella lista su Rate Your Music da cui partire), contribuendo allo stesso tempo, perché no, a rivitalizzarlo e a indicare possibili vie da percorrere in futuro. A cominciare, magari, dalla prossima stagione.