Generation War
Sul finire dei suoi primi dieci anni, qui compiamo una piccola rivoluzione, abbandonando il nostro formato classico – quello del magazine culturale a cadenza vagamente quotidiana – per presentare ogni mese un solo saggio e un solo racconto. Da queste pagine 24 autori ogni anno proporranno il loro filtro sul reale, manipolando inevitabilmente la personalità di Dude mag: ed è una cosa che ci rende enormemente curiosi.
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Generation War

Tra stasera e domani Rai Tre trasmetterà le cinque ore di Unsere Mütter, Unsere Väter (in italiano Le nostre madri, i nostri padri),

 

Tra stasera e domani Rai Tre trasmetterà le cinque ore di Unsere Mütter, Unsere Väter (in italiano Le nostre madri, i nostri padri, Generation War è il titolo usato per la distribuzione negli Stati Uniti), ambiziosa miniserie tedesca, epico tour de force che racconta la Seconda Guerra Mondiale seguendo le disavventure, le rese, le crisi di coscienza, gli amori di cinque amici. 

Quando nel giugno del 1941 in un bar di Berlino brindano sorridenti alla rapida, scontata vittoria della guerra, sicuri di ritrovarsi proprio lì insieme il prossimo Natale, la fiducia nell’impero costruito dal Führer non è stata ancora scalfita; e questo lo si legge nello sguardo glaciale di Wilhelm, leader spirituale del gruppo, giovane e promettente ufficiale, il Siegfrid della situazione insomma; lo si legge in quello di Charlotte, che da fanatica del regime ha il coraggio di partire come crocerossina ma non quello di dichiarare amore eterno al bel Wilhelm, e in quello di Greta, aspirante cantante con il mito di Marlene Dietrich. Negli occhi di Viktor invece, sarto apprendista ebreo, già s’intuisce la convinzione dell’imminente catastrofe, mentre gli occhi misteriosi di Friedhelm, fratello minore e nemesi di Wilhelm, tradiscono tutti i dubbi che lui – l’intellettuale di famiglia che in trincea invece di combattere legge il Demian di Hesse – nutre sulla condotta politica e morale del suo popolo. 

Sono proprio loro, i due fratelli dagli occhi azzurri e dal portamento teutonico, a dominare indiscussi la scena, entrambi arruolati nella Wermacht, entrambi in marcia nello stesso battaglione verso la presa di Mosca. Uno eroe e soldato modello, l’altro palla al piede, vergogna e “Giona” dell’intera divisione. Inutile dire che il fato e la guerra mischieranno i destini e le carte in tavola, mettendo a dura prova le convinzioni, i principi, e a volte l’identità stessa dei vari personaggi che una sapiente e ispirata scrittura muove al di qua e al di là del fronte sovietico come le tempeste sballottolavano i personaggi dei romances Shakespeariani da un capo all’altro del mondo. 

Generation War è dunque testimonianza di una generazione tradita dalla cieca fiducia nei padri e da questi mandata al massacro.

Costruito come una sorta di versione tedesca di Band of Brothers, Generation War è in realtà molto di più. D’accordo, non è cinema o “televisione” d’autore come lo furono Berlin: Alexanderplatz di Fassbinder,  Heimat di Reitz, oppure A Time to Love and A Time to Die di Sirk; qui e là la sceneggiatura a dir poco esagera con le coincidenze, ma ci troviamo comunque di fronte a un romanzo d’appendice che non solo funziona alla perfezione – si rimane letteralmente incollati alla sedia e senza fiato per tutte e cinque le ore – ma che soprattutto obbliga lo spettatore a interrogarsi continuamente sul valore, sul significato, sulla responsabilità e sul funzionamento di ogni narrazione storica. E proprio la trama che in apparenza sembrerebbe allontanarsi colpevolmente dalla fedeltà ai fatti rappresenta invece l’elemento chiave che definisce tutto il valore sociale e storico del film. Il verosimile del melodramma infatti non deforma mai il reale della rappresentazione oggettiva. Coup de théâtre e documento storico sembrano tutto sommato coesistere. Anzi, la narrativizzazione degli eventi messa in azione da una trama che unisce agli elementi ispirati dal feuilleton ottocentesco quelli classici della tragedia, permette allo spettatore di leggere nuovi significati e scoprire altre verità in un passato che la Germania ha sempre fatto fatica non solo a ricordare ma soprattutto a raccontare nel modo giusto. A dire il vero le rappresentazioni del Nazismo e della guerra non sono mancate negli ultimi anni, ma sempre in questi casi l’estetizzazione melodrammatica degli avvenimenti nascondeva la verità dietro una patina d’oblio e d’inautenticità. La narrazione romanzesca era fine a se stessa, la concatenazione degli eventi e la combinazione dei personaggi non risultava mai nella comunicazione finale di un nuovo messaggio allo spettatore.

In Generation War invece il racconto, persino nelle sue volute più assurde, rimane sempre al servizio della memoria ferita di un popolo, ne è anzi vera e propria cura “omeopatica” che, se non altro per cinque ore, permette alla generazione dei figli e dei nipoti di chiudere finalmente il cerchio intorno all’enigma dei padri e dei nonni: ricordarli per quello che veramente furono, raccontarne le vite “tragiche” e infine elaborarne il lutto, completare cioè a distanza di settant’anni il processo di quel Trauerarbeit incompiuto senza il quale l’identità di una nazione intera era rimasta mozzata, sospesa, irrisolta. 

Possono la memoria, il lutto e la comunicazione tra tre generazioni segnate e separate dal trauma della guerra essere sbloccate dalla trama rizomatica di un romanzo d’appendice? Sì, perché se l’accesso diretto ai fatti della storia e al loro significato “letterale” è sbarrato da un trauma che ne offusca il ricordo e li rende incomprensibili, allora ecco che la trama romanzesca li restituisce in qualche modo di nuovo fruibili e leggibili proiettando su di essi un significato figurale e “allegorico” che prima non avevano, aprendo una via alternativa, più tortuosa certo, verso la conoscenza del passato. 

È bene così andarsi a rileggere le parole di W.G Sebald nel fondamentale “Storia naturale della distruzione” a proposito della «sorprendente cecità storica» del popolo tedesco, incapace, nonostante gli sforzi, di superare il passato ed elaborare il racconto e la testimonianza della sua tragedia: «e quando volgiamo gli occhi al passato, in particolare agli anni compresi tra il 1930 e il 1950, il nostro è sempre al tempo stesso un gettare e un distogliere lo sguardo». L’accusa che Sebald rivolgeva alla letteratura tedesca del dopoguerra si concentrava proprio sul romanzo d’appendice e sui melodrammi, colpevoli di «occultare e neutralizzare esperienze che trascendono la nostra capacità di comprensione». Sebald qui si riferisce in particolare all’incapacità di rappresentare in maniera schietta, oggettiva, autentica la spietata devastazione della Germania perpetrata dai bombardamenti alleati alla fine della guerra. Il trauma della distruzione e della morte totale eccede il linguaggio, e il racconto di chi prova a descrivere ciò che ha visto e vissuto è discontinuo e pieno di ellissi. Generation War è in fin dei conti un romanzo d’appendice che in larga misura narra una tragedia molto vicina a quella di cui parla Sebald. La disfatta sul fronte Sovietico segnò, infatti, il crollo definitivo del Reich e i soldati della Wermacht che vi assistettero, ed ebbero la fortuna di sopravvivere, furono anch’essi testimoni oculari di quella stessa “irrappresentabile” distruzione totale discussa da Sebald. La visione della loro atroce esperienza svela agli occhi del pubblico uno spettacolo che fino a quel momento era rimasto tabù per la memoria del paese: lo spettacolo della propria stessa distruzione finale, dalla propria morte.  

Generation War è dunque testimonianza di una generazione tradita dalla cieca fiducia nei padri e da questi mandata al massacro. È racconto della loro inesorabile, lenta distruzione, di una morte che la generazione dei figli non ha avuto la possibilità di piangere, possibilità che ora viene restituita a quella dei nipoti. Tutto il tour de force mozzafiato tra ospedali da campo, trincee, praterie, foreste, macerie, ferrovie e villaggi sperduti trova la sua ragion d’essere nell’immagine del sacrificio finale, di una morte che rende finalmente possibile un dialogo tra generazioni distanti settant’anni. Morte tipicamente da melò e proprio per questo leggibile, ricordabile e dunque accettabile da parte dello spettatore. Non è infatti solo una morte eroica, oltre al suo significato apparente e letterale essa svela proprio grazie al suo essere il climax di un plot tragico e melodrammatico il suo senso allegorico: spettacolarizzazione della sconfitta davanti agli occhi delle nuove generazioni. La morte si trasforma così in significante, segno di una muta presa di coscienza, incomunicabile se non attraverso le deviazioni e i ricongiungimenti della trama che la traduce infine in messaggio rivolto allo spettatore: so quello che ho fatto, muoio da eroe, ma consapevole di non esserlo. Non lo faccio per particolare dedizione al Reich o per difendere la patria. Lo faccio perché la necessità degli eventi mi ha reso la persona che sono ora. Lo faccio per dimostrare a voi la vacuità assoluta di tutto ciò.

Il racconto che culmina nella possibile e verosimile presenza di questa consapevolezza nei padri al momento della loro morte, può in qualche modo farla accettare alle generazioni future e salvare un passato, altrimenti inaccettabile e quindi non-tramandabile, dall’oblio. Perché, scriveva Benjamin, «la morte è la sanzione di tutto ciò che il narratore può raccontare» e solo al momento della morte la vita vissuta di un uomo, o per esteso quella di un’intera generazione, assume una forma tramandabile. La morte è dunque l’antidoto dell’oblio e del silenzio, la prima vera parola di ogni possibile dialogo tra passato, presente e futuro.   

Riccardo Antonangeli
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