Cinema, Tv e teatro: La medium e la personal shopper
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La medium e la personal shopper

A quasi un anno dalla presentazione al festival di Cannes 2016, dove ha vinto il premio per la miglior regia a pari merito con Un Padre, Una Figlia di Cristian Mungiu, Personal Shopper di Olivier Assayas viene finalmente distribuito nelle sale cinematografiche italiane. La filmografia del regista francese è una delle più sfuggenti e inclassificabili […]

A quasi un anno dalla presentazione al festival di Cannes 2016, dove ha vinto il premio per la miglior regia a pari merito con Un Padre, Una Figlia di Cristian Mungiu, Personal Shopper di Olivier Assayas viene finalmente distribuito nelle sale cinematografiche italiane. La filmografia del regista francese è una delle più sfuggenti e inclassificabili nel panorama contemporaneo: l’unica sua costante sembra essere la volontà e la capacità di reinventarsi sempre, di fare ogni volta qualcosa di diverso; la vera cifra del suo cinema è forse solamente un’estrema libertà, che lo rende così incompatibile con Hollywood, ma anche così propenso a prendersi rischi enormi. Se Demonlover resta probabilmente la sua proposta più estrema, Personal Shopper è senza dubbio l’opera più rischiosa che abbia girato finora, perché consiste in due film allo stesso tempo: una storia di alienazione postmoderna e una storia di fantasmi, veri e presunti.

 

 

Assayas, che già nel precedente Sils Maria aveva lavorato con Kristen Stewart, torna a dirigerla e le ritaglia stavolta un personaggio su misura, quello di Maureen, medium e, appunto, personal shopper. Mentre la Valentine di Sils Maria era una figura tutto sommato monodimensionale, che pure le era valsa un premio César, per la prima volta assegnato a un’attrice americana, Maureen è un ruolo più complesso, perfetto per l’interpretazione minimalista di Kristen Stewart, che negli anni ha affinato non solamente quella che potremmo definire una notevole poker face, ma anche tutto un set di movimenti – arricciare o mordersi il labbro, passarsi le mani tra i capelli, guardare in un certo modo verso il basso, o lontano e nel vuoto – che le garantiscono una sempre maggiore profondità espressiva, emotiva e introspettiva, anche perché eseguiti con una consapevolezza tale da cancellare la distanza tra performance attoriale e gesto abitudinario. Non viene mai da chiedersi tanto cosa pensi, quanto chi sia Maureen, ed è questa la domanda giusta da porsi durante la visione di Personal Shopper.

 

 

Maureen vive a Parigi aspettando un contatto con il fratello gemello Lewis, anche lui medium, deceduto a Parigi a causa di una malformazione cardiaca: si erano promessi che il primo a morire avrebbe dato all’altro un segno dall’aldilà. Nel frattempo fa un lavoro che non le dà soddisfazione, un lavoro stupido, che consiste nello scegliere i vestiti per Kyra, una modella esigente, capricciosa, che la mette spesso e volentieri in difficoltà e non è mai facile da incontrare. Maureen, immersa nel vacuo mondo della moda, sembra quindi aspettare anche un’altra cosa: poter disporre nuovamente della propria vita.

Assayas gira dunque due film contemporaneamente: quello su Maureen medium e quello su Maureen personal shopper. Sembrano due storie difficili da conciliare senza trovarsi in mano del materiale confuso e imperfetto. È proprio così, ma il rischio è calcolato: la narrazione procede grazie al continuo confronto tra le due storie, ma anche tra due generi e due stili, e come vedremo, in un certo senso, tra due epoche differenti. Così ci troviamo di fronte a materiale sì confuso e imperfetto, ma anche potente e affascinante come può essere solo il cinema meno razionale e più sensuale.

 

 

Il film su Maureen medium è una classica storia di fantasmi. Ci sono effetti speciali, c’è suspense; c’è oscurità, in una casa vuota e disabitata, ameno dai vivi; c’è silenzio, e a un tratto ci sono rumori sinistri. Il cinema francese non ha una grande tradizione in questo campo, ma qui Assayas evoca senz’altro i misteriosi interni di molti film di Rivette. Maureen inizialmente non capisce se ci siano davvero delle presenze, e in seguito farà fatica a distinguere Lewis da altre entità, e a riconoscere la natura benevola o malvagia degli spiriti con cui entra in contatto. Kristen Stewart, dal canto suo, sostiene benissimo sequenze non facili, misura ogni gesto ed evita tutti i cliché in cui si può cadere interpretando una medium. Il film su Maureen personal shopper è invece un classico film d’autore francese, una pellicola che parla essenzialmente di solitudine. Maureen è un’americana sola a Parigi. Non conosce quasi nessuno, gira per la città in motorino, fa un lavoro alienante e aspetta un contatto con il fratello.

La storia di fantasmi prende in prestito al cinema di genere tutti gli strumenti necessari a raggiungere lo spettatore ad un livello primitivo e istintivo, poco intellettuale. Il film d’autore offre allo stesso tempo al pubblico le chiavi per rielaborare quegli elementi, perché non serve credere ai fantasmi per vivere con loro: i fantasmi sono nei nostri ricordi e nel nostro subconscio. Così Maureen gradualmente si renderà conto di non aver perso solo il fratello, ma pure sé stessa; e capirà che forse non sta cercando solo lui, ma anche quella parte di sé che è andata perduta. Nel corso della sua ricerca ci sarà poi un omicidio che resterà un episodio marginale nell’economia complessiva del film, ma metterà le cose in una prospettiva diversa per Maureen, proprio come accadeva in Blow Up di Antonioni.

A ben vedere, la storia di fantasmi non è quindi da prendere così tanto alla lettera, e nemmeno troppo sul serio, come Assayas appare suggerire con il divertente siparietto sulle sedute spiritiche di Victor Hugo, che ci ricordano però anche un’altra cosa: quella di Maureen medium è una storia premoderna, mentre quella di Maureen personal shopper è una storia tipicamente postmoderna.

 

 

Il regista francese ad un certo punto fa qualche esperimento interessante a tal proposito, e grazie ad uno smartphone ci porta più a fondo, nel cuore del discorso di questo film. Maureen deve andare a Londra per comprare alcuni vestiti a Kyra: il viaggio è messo in scena con una sensibilità quasi documentaristica: la telecamera segue la protagonista mentre è in stazione e fa il biglietto, mentre siede in sala d’attesa, mentre passa i bagagli al metal detector, mentre sale sulla carrozza, e naturalmente mentre si trova sul treno; intanto la narrazione prosegue sullo schermo del telefono, dove iniziano ad arrivare messaggi da un numero sconosciuto.

Con chi sta parlando Maureen? È lei stessa a chiedere in chat al suo interlocutore se sia reale o meno, se sia vivo o morto. Si tratta del fratello? Oppure di uno spirito malvagio? O ancora, di uno stalker in carne ed ossa? Qui è utile ricordare che quella di Assayas non è una narrazione tradizionale, è inutile aspettarsi risposte precise. Personal Shopper funziona proprio grazie a una continua stratificazione e dislocazione di senso, segue logiche che appartengono più al sogno che al reale. Lavora sul piano metaforico, pur non avendo il rigore di un Caché di Michael Haneke, e su quello onirico, ma senza arrivare all’illusionismo di Robbe-Grillet. Perciò, conclusa la visione del film, non potremo escludere nessuna di quelle possibilità, anzi, se ho trovato un modo per interpretare una delle scene più enigmatiche ed eleganti di Personal Shopper, quella in cui vediamo uscire da un ascensore e da un hotel prima nulla, e poi un uomo, e inizia una scena d’azione che il montaggio sfuma dopo pochi istanti, secondo uno degli stilemi tipici della nouvelle vague, direi che due delle tre ipotesi sono vere allo stesso tempo.

 

 

L’amo è gettato: il nostro quotidiano e contemporaneo uso degli smartphone e dei servizi di messaggistica ci consentono di sperimentare quello che all’inizio del Novecento era il tratto distintivo della seduta spiritica, l’esperienza cioè di essere in contatto con qualcuno che non è presente, né sappiamo chi sia, né dove si trovi, o quali intenzioni abbia. Suona inquietante, ma Maureen non può esserne davvero spaventata: a lei è sempre concesso di entrare in contatto con il mondo degli spiriti. Kyra però le proibisce di provare i vestiti che la manda a comprare; così, mentre continua a scambiare messaggi con il suo misterioso interlocutore, è proprio indossando gli abiti della modella, sulle note di Hobellied, che anche Maureen può finalmente provare paura. Non è solo un’altra scena di centrale importanza in Personal Shopper: è l’unico momento in cui i due film di Assayas si incontrano.

Gilles Nicoli
Gilles Nicoli
È nato a Roma sette giorni prima che Julio Cortazar morisse a Parigi. Consiglia musica su Movimenta e ha organizzato concerti e festival. Ama il cinema, la buona letteratura e la frutta.
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