Cinema, Tv e teatro: Luca Guadagnino racconta l’adolescenza e la scoperta di sé stessi con sensibilità e senza moralismi
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Luca Guadagnino racconta l’adolescenza e la scoperta di sé stessi con sensibilità e senza moralismi

Che teen drama guardano gli adolescenti oggi e cosa, invece, guardavamo noi millennials? Quanto hanno condizionato la nostra educazione sentimentale le vicende del triangolo amoroso Joey-Dawson-Pacey?

Sono stati mesi difficili. No, non parlo della pandemia: alla fine dell’estate, soddisfatta oltremodo dalla visione di Skam Italia, ho letto tra gli altri anche questo pezzo e incuriosita dal confronto generazionale ho deciso di rewatchare integralmente Dawson’s Creek. Poi, all’inizio dell’autunno, ho iniziato a lavorare in una scuola superiore ed è stato strano, perché mi ritrovavo con colleghi boomer pronti a spararmi in faccia come aria compressa tutto il rancore del Paese reale con la loro spontanea politica salviniana, ma avevo a che fare anche con ragazzi della generazione Z, svegli e aggiornatissimi su tutti quei dibattiti progressisti che tanto animano il web. 

Torniamo però per un attimo al mio rewatch, che ovviamente è stato lento e faticoso — ah, le care vecchie serie con puntatone di quarantacinque minuti senza ritmo e piene di ripetizioni! —, la domanda che mi ero posta era la stessa dell’articolo di cui sopra: che teen drama guardano gli adolescenti oggi e cosa, invece, guardavamo noi millennials? Quanto hanno condizionato la nostra educazione sentimentale le vicende del triangolo amoroso Joey-Dawson-Pacey? Seguire le loro vicende ha esorcizzato una buona dose delle nostre paure e lenito le ansie legate al diventare adulti o le ha amplificate? Insomma, perché noi facciamo schifo, andiamo in terapia, poi somatizziamo e ci imbottiamo pure di Gaviscon, mentre ho potuto osservare un gruppo di zoomer in un liceo scientifico di Roma aiutare una compagna di scuola a superare un attacco d’ansia con una sensibilità e una calma lucidità che posso anche sognarmi? Ed ecco che sono approdata a questa miniserie meravigliosa che è We are who we are di Luca Guadagnino.

Chiaro il percorso? No? Nemmeno a me. Ma capitemi, come premettevo sono stati mesi difficili.

Da un lato, lo ricorderete bene, ci sono un gruppo di adolescenti di provincia che parlano, parlano sempre: di grande cinema (si fa per dire), del senso delle cose, delle loro relazioni; Joey e Pacey parlano moltissimo anche della vaga possibilità di andare a letto insieme, però per farlo ci mettono tanto perché è giusto così. Jack, è gay, ma gli altri maschi del gruppo ci tengono sempre molto a fargli presente che loro proprio no, non c’è pericolo. Sua sorella Andy ha dei disturbi psichiatrici, che emergono all’improvviso e senza contesto, e che non vengono minimamente problematizzati. La più matura di tutti, Jane, ogni tanto ha — giustamente — dei piccoli breakdown, si mette a bere o esce con dei ragazzi a caso, e Dawson le dice che «è meglio di così», che non deve buttarsi via. L’importante è che ci sia sempre un forte senso morale, tante paternali, una finta accettazione delle diversità: o si è peccatori o si è redenti.

Erano pure altri tempi, direte voi. Ma tante altre serie tv anche successive non sono state da meno. Qualcuno ci si sarà pur identificato, continuerete, ma per fortuna i giovani di provincia non guardavano solo i film di Steven Spielberg, e a un certo punto è arrivato Xavier Dolan a mostrarci come i ragazzi sensibili e profondi non fossero tutti dei Dawson noiosoni e pesanti, potevano perfettamente conciliare delle buone letture con l’ascolto di hit dance anni ’90. È stato un bello scacco matto ai nostri sensi di colpa cattolici, il lasciapassare per tutti i guilty pleasures, meglio ancora se poco guilty e con molto pleasure.

Dall’altro lato, We are who we are appartiene certamente a un altro tipo di intrattenimento, per la regia e la cura dei particolari assolutamente autoriali e per la durata (è come se fosse un unico lungo film), ma non può per questi motivi non essere comunque considerata pop.

In una base militare americana nel profondo Veneto durante le elezioni del 2016 (quelle di Trump), i figli dei soldati frequentano la Chioggia High School e ascoltano Kendrick Lamar, Frank Ocean e Blood Orange. La colonna sonora è parte integrante della narrazione, e anche se non tutti gli adolescenti oggi ballerebbero ubriachi a una festa Emilia Paranoica dei CCCP, tutto nelle atmosfere della serie parla della nostra contemporaneità. Se vorrete obiettarmi che la scelta dell’ambientazione è tutt’altro che comune, che nelle basi militari americane non ci sono coppie di generalesse lesbiche progressiste, accoglierò il vostro argomento a braccia aperte, ma continuerò a difendere a spada tratta questo ennesimo ben riuscito prodotto HBO per i suoi due temi cardine: il desiderio e il conforto. 

Il punto è che nei teen drama “classici” non c’era nessun realismo: i giovani avevano sempre quel senso morale posticcio che qualche autore adulto aveva deciso di appiccicare loro addosso. Oggi, i teen drama sembrano parlare davvero al cuore di quella ragazza o quel ragazzo che si spara in cuffia la sua playlist triste ogni mattina in autobus nel tragitto verso scuola.
Gli adolescenti di We are who we are sono macchine desideranti, che non rispondono a nessun Super-io e non sono spinti da altro se non dalla scoperta di loro stessi, della loro identità di genere e dei loro sentimenti; anche delle loro fragilità. In loro c’è tanta spiritualità quanta leggerezza, c’è fluidità e curiosità, ma anche volontà di rispettare un proprio “giusto tempo” senza che sia un adulto a predicarlo da sopra un ambone. Il balletto di Fraser e Caitlin/Harper sulle note di Time will tell li rassicura dolcemente su questo: «Time will tell if you can figure this and work it out / No one’s waiting for you anyway, so don’t be stressed now». 

Poi c’è anche il lutto, la solitudine, le dipendenze, il dolore. Mai confondere il conforto con la salvezza: i due protagonisti non hanno nessun bisogno di salvarsi a vicenda, la loro amicizia è accettazione profonda, cura, apertura e respiro: come ogni giovane sanno che dovranno aspettare, ma non per questo devono smettere di desiderare e desiderarsi, come nel richiamo «Come into my bedroom» che alla fine del brano diventa quasi cantilenante.
Ma questi adolescenti dalla loro camera da letto sanno anche uscire e affrontare il mondo, anzi ne sono già usciti meglio di noi, che della cameretta abbiamo fatto quasi un feticcio, come dei noiosi Joey e Dawson con solo le videocassette e i popcorn. Forse perché nessuno al liceo ha saputo dirci che qualunque cosa avremmo combinato, qualsiasi cosa avremmo detto, anche la più inopportuna, alla fine sarebbe stata solo parte della nostra crescita, e non ci sarebbe stato proprio niente di male.

Suggerimenti per il periodo natalizio? Finito di fare l’albero, basta inutili nostalgie, basta riesumare roba invecchiata malissimo. Se siete un po’ tristi, non fate il mio stesso errore: siete ancora in tempo per una maratona sensata, se avete un pianoforte potreste persino vestirvi di bianco e provare a ballare e cantare.
Sarà pur vero che c’è un’età per desiderare e una per pontificare, e quando di pontificare non ci va, non ci resta altro che raccontare la contemporaneità con giovanilismo ridicolmente entusiasta, certi di aver perso ormai il nostro treno…

Vabbè, spero arrivino mesi migliori.

Valeria Marzano
Valeria Marzano
Classe '95, vive a Roma e studia filosofia. Cerca continuamente vie di fuga ed ama i contenuti in low qual.
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