Cinema, Tv e teatro: Non si esce vivi dal 1992
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Non si esce vivi dal 1992

Il peggio in “1992”, s’insinua lento, appena nascosto sotto primi piani obliqui. Una serie che dice molto della nostra incapacità di raccontarci.

31 Mar
2015
Cinema, Tv e teatro

L’hanno definita serie evento e non hanno tutti i torti. Le promesse non mancavano: il ritorno del figliol prodigo Stefano Accorsi (nonché ideatore della serie, nonché il macho, stropicciatissimo Leonardo Notte nella serie), una schiera di nuovi, giovanissimi attori (da Tea “sbiascica” Falco a Miriam Leone, passando per Domenico Diele) come protagonisti assoluti assieme agli ultimi anni – i più bui – della nostra misera, così polentona, così affamata prima repubblica: e allora Mani Pulite, il sesso, il Biscione, l’arrivismo italiano al suo massimo splendore, il Partito Socialista che è in noi – tutto quello che ci ricordiamo, tutto quello che non volevamo essere.

Il tutto condito da una campagna pubblicitaria alquanto invasiva, perlomeno dalla presentazione al Festival di Berlino in poi. I modelli cui ispirarsi, poi, lasciavano ben sperare: si parlava di HBO, BBC e compagnia cotanta. Ed effettivamente dentro 1992 c’è tutto, il meglio e il peggio della fiction italiana; e vi prego, sì, continuiamo a definirla fiction nonostante la connotazione prettamente negativa che la parola ha acquisito (perlomeno in Italia) negli ultimi tre lustri – il tutto naturalmente grazie soprattutto alla guerra a colpi di Rivombrosa, Braccialetti di tutti i colori e Garko vs Fiorellino (o Arcuri vs ElenaSofiaRicci, come preferite) che Mediaset e Rai hanno intrapreso senza esclusione di bassezze narrative, registiche, ontologiche, umanissime. E sì, 1992 è molto più simile a un qualsiasi biopic interpretato da Beppe Fiorello che a Gomorra – la serie. Solo più sboccata, con i colori giusti, la musica giusta. Nulla di più sbagliato, nulla di più sfiancante.

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Il peggio in 1992, s’insinua lento, appena nascosto sotto primi piani obliqui, sovrastato da carrellate inutili ai fini narrativi (Sorrentino sta facendo scuola), dialoghi stereotipati a esser buoni nel definirli e un sottobosco di trame avvinghiate inutilmente su se stesse – come a voler raccontare tutto, subito, come a voler guidare per mano lo spettatore italiano verso il baratro di una storia impossibile, incredibile, fintissima – spiegando dove non c’è da spiegare, guardandosi allo specchio, compiacendosi quando c’è bisogno di realismo non di semi di reality. Che dire della sigla inutilmente auto-celebrativa, tra dissolvenze, giochi di trasparenze, ghiaccio bollente (brrr): inutile magnificenza.

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L’intento narrativo tutto (raccontare un mondo che sta deflagrando su se stesso) risulta alquanto raffazzonato – sovraccaricato da luoghi comuni nemmeno riportabili – forzato (il reduce dell’Iraq che torna a casa, riempie di botte due albanesi, subito promosso candidato al Parlamento tra le file della Lega Nord, il tutto in quattro scene scollegate, anonime); laddove i dialoghi sono stereotipati la recitazione è caricaturale, i costumi inutilmente sfarzosi, debordanti quando a predominare era in realtà il grigio di quell’Italia piaciona e autolesionista, la colonna sonora sempre pronta a drammatizzare quando dovrebbero distrarre, disincagliare, riempire: insomma si ha come la sensazione che a far coagulare il tutto manchi una direzione artistica forte (si pensi a Gomorra, e all’idea di cinema che Stefano Sollima indubbiamente ha).

E tutto è troppo. C’è l’AIDS e la vendetta, Publitalia e il reduce da Bangkok (vi prego), i tradimenti, i continui, troppi, riferimenti a ciò che all’epoca faceva tendenza. I nudi e le macchie sulla pelle, le tette che ballano, lo sfondo di una Milano già metropoli, ancora bimba, specchi ovunque. Il tutto edulcorato da improbabili analisi sociologiche degne del Muccino del periodo d’oro (ricordate il triangolo Silvestrin/Taricone/Romanoff di Ricordati di Me?), ecco il livello è quello quanto a profondità psicologiche dei personaggi, per dire. C’è il commendatore porco, la ragazzetta aspirante soubrette mignotta, il pubblicitario bello e irrisoluto, il poliziotto testardo, impaurito, c’è Tea Falco che fa Tea Falco, insomma quanto a luoghi comuni si abbonda.

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E se il dimenticabilissimo Mister Maxibon ricorda a tratti (a tratti) un Patrick Bateman (tutto scopate, sguardo sardonico, parlantine fine a stesse e stop) siamo pur sempre in Italia (benché su Sky) e dunque lo sguardo del padre disadattato («Papà, hai la cerniera abbassata!», dice la figlia sorridendo, già adorandolo) che lento si trasforma nell’Accorsi addolcito dalla visione della sua ragazzetta in preda a spasmi danzerecci e sullo sfondo l’immancabile soft-pop-porno di Non è la RAI. Eppure nonostante la pochezza della suddetta scena che dovrebbe trascinare il pilot in un pozzo senza fondo, all’improvviso quasi si trova il registro giusto e da lì in poi quasi tutto rinasce, scivola via in un vortice, bozzettistico certo, sempre troppo citazionistico, ma illuminante e sì, arriva il meglio del meglio, s’assiste a dieci minuti quasi degni, che quasi travolgono.

La sigla di Casa Vianello (e in sovraimpressione… «assassinato Salvo Lima») e l’illuminazione dell’Accorsi venditore, e via di «ritratto di famiglia con punkkabestia» con la Falco ad ansimare (ma dai?), Everybody Hurts sullo sfondo a cementificare il tutto, finalmente, a cesellare, incanalare ciò che di buono potrebbe rappresentare 1992 per la fiction italiana tutta – la verità nella nostra storia, esagerata indimenticabile vile, e tanti saluti al melò, da sempre, l’unica verità della nostra storia. Per poi ritornare sempre lì, dalla soubrettina puttana che ringrazierà della raccomandazione con «il miglior pompino della tua vita», e ci ricascano. Commedia sexy, veleno sociologico, inutilità conclamata del tutto. E tutto crolla, di nuovo. Quello siamo stati: un miraggio, quello siamo rimasti. Incapaci di raccontarci. Di guardarci allo specchio, pure.

Federico Pevere
Federico Pevere
Nato in Friuli tempo fa, ora vive in Emilia. Scrive per Sentireascoltare e Nazione Indiana. Tifa per Beckett. Pensiero debole.
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