Cinema, Tv e teatro: Notturno Colombiano di Pablo Escobar
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Notturno Colombiano di Pablo Escobar

Non ci sono azzuffate di coca, né tette e culi a far da sfondo, ma quali eccessi, via, pure le sparatorie, le violenze sono quasi misurate, estremamente funzionali al racconto. Eppure si tratta di Pablo Escobar, il più grande narcotrafficante di tutti i tempi, el patrón.

17 Set
2015
Cinema, Tv e teatro

Non ci sono azzuffate di coca, né tette e culi a far da sfondo, ma quali eccessi, via, pure le sparatorie, le violenze sono quasi misurate, estremamente funzionali al racconto. Eppure si tratta di Pablo Escobar, il più grande narcotrafficante di tutti i tempi, el patrón. In Narcos – la nuova serie tv targata Netflix e già rinnovata per una seconda, immaginiamo decisiva stagione – tutto viene strozzato, deviato, portato all’essenza di una vita. L’immaginario cui Mamma Hollywood (Scarface, Blow e quanti altri) ci ha costretto per decenni viene stravolto dal racconto netflixiano di quella disgrazia sospirata, devastata, mai doma che è stata la non vita di Pablo Emilio Escobar Gaviria, il primo dei cacciatori, l’ultimo dei braccati.

Narcos è essenzialmente una storia di attese. O meglio, la definizione di attesa in una vita d’inferno. Di vite legate alla propria terra, amata comunque, devastata ovunque. In principio la Montagna di cui Escobar conosce ogni centimetro, teatro già di guerra dei giochi adolescenziali e del rapporto quasi fetale con l’amato cugino (se mai ci fosse una coscienza in questa storia, eccola) Jaime Gaviria, il primo a farne le spese, lui, il cugino, l’errore fatale. La Montagna dove nascondersi anche se non si è ricercati, come punto di partenza. E poi? Poi l’innocenza, le rincorse, il primo omicidio, la scoperta della cocaina come affare mondiale, l’avvento del patrón de la Colombia, il Robin Hood de nosotros, la Miami intossicata dalla Colombia, la perdita dell’innocenza.

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Eppure tutto – la drone camera a guidare noi spettatori verso chi insegue chi – tutto all’improvviso plana sul nulla compresso di Bogotà e delle sua comunas, proprio lì dove si concentrerà il declino dell’uomo Escobar, laddove l’epoca dello spazio dei luoghi – la sua personale, comprensiva Montagna – ha lasciato spazio all’epoca dello spazio dei flussi: la città maledetta dove tutto – la volontà di entrare in politica, la DEA, il popolo innamorato sì di Pablo ma stanco, stanchissimo – si ribella. Bogotà e Medellin dunque, dove tutto diventa trappola, intreccio e confusione, e costringe Escobar a ripiegare verso la sua personalissima prigione, la Cathedral, tra le amate montagne. Per raccontare l’uomo Escobar, Narcos innanzitutto si sofferma sull’importanza che alcuni luoghi hanno nelle varie fasi della sua vita. Li vuole immobilizzare, renderceli facilmente riconoscibili, farli nostri, santificarli ad emblemi, metafore indistinte dell’uomo Escobar. La serie tv di Josè Padilha (fra le altre cose, l’indimenticato Tropa de Elite) vuole per prima cosa essere un viaggio circolare attraverso i flussi di quell’inferno che è la Colombia degli anni ottanta con la convinzione che ce ne torneremo comunque a casa nascosti in un furgone tra prostitute, inutili elettrodomestici e politici corrotti. Per poi affondare il colpo su Pablito, e concentrarsi poi, come una pallottola vagante, sulla Colombia tutta.

E che se ne dica in giro non c’è nulla di romanzesco nella vita del più grande narcotrafficante di tutti i tempi. Certo, gli incastri narrativi sono fin troppo oliati, puntuali, ma ovunque, in ogni inquadratura traspare dal viso pattufello e perennemente imbronciato (sì, col broncio fisso) di un immenso Wagner Moura tutta l’insoddisfazione di una vita incompiuta, quasi sorniona. Il mi amor continuo, la carezza facile e comprensiva per chiunque, il rapporto con la madre miope (la divina Paulina Garcia di Gloria), fijo mio, mama un basito, una madre sola e un bambino solo, solo una madre, solo un bambino per sempre. E l’amata Tata, tradita e amata, mai violata. Un uomo andato, innanzitutto vittima della sua pazzia, del suo gigantismo e che poi si è fatto, col pretesto di salvarla, carnefice di un’intera nazione. Una Nazione diventata Escobar, Escobar e basta, una nazione di proprietà.

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Narcos questo travaglio lo racconta meravigliosamente così ben supportato dai puntuali inserti di filmati d’epoca (comizi, funerali, trasmissioni tv, tutto vero che vi credete…) e ben raccontato dalla fin troppo whiskyosa voce fuori campo di Steve Murphy (interpretato dal baffuto Boyd Holbrook), l’agente della DEA che dedicherà la sua vita alla cattura di Escobar dimenticandosi così della sua. Dalla fisicità di Pedro Pascal (interpreta Javier Pena, compare di Murphy) alle musiche lente, che abbracciano lo spettatore verso il dirupo canticchiando Tuyo di Rodrgio Amarante, sorridendo quasi. Ed eccolo il sorriso tagliente di Escobar immortalato nella sua unica foto segnaletica. Il momento fatale. Dalla Montagna alla città, da vittima di se stesso a carnefice, da un semplice e gangeristico «plata o plomo?» al devastante «la guerra è solo il mezzo per raggiungere la pace». Una guerra certo, non ce ne siamo dimenticati, che vede protagonisti pure gli Stati Uniti, vedi alla voce estradizione. Ma è contorno, per una volta. È solo voce narrante, lo sguardo è tutto di Escobar, perso fra le sue montagne poco prima della tempesta. La dichiarazione di guerra, lo stato di assedio. Una serie indistinta di en culo, puta madre. Uno sguardo che è solo ferocia. Fermissimo, ad un passo dal dirupo.

E non è da tutte le serie tv raccontare tutto ciò (forse solo I Soprano e Breaking Bad sono stati capaci di raccontare il male come mai prima, sezionando la metamorfosi che il male ha avuto ai giorni nostri), soffermarsi su tutto questo senza appesantire la fluidità di un racconto avvincente (credetemi, non c’è altra parola per descriverlo, mi perdonerete). Raccontando semplicemente una vita, eliminando ciò che l’immaginario collettivo ha creato negli ultimi lustri su un personaggio maledetto, controverso, malato (e questo si sapeva), ma che nessuno ha raccontato con questo taglio quasi neorealista, debordante, vivo, equidistante eppure lucidissimo. Sì, una vita come forse nessun’altra mai, ma senza orpelli stilistici e narrativi inutili, si va dritti all’essenza. Senza romanticherie, pietismi, concessioni. Un uomo che credeva realmente di poter salvare la sua terra.

Raccontando la vita di Escobar come se fosse la vita di un colombiano qualsiasi, prima di tutto vittima, e poi di nuovo vittima, sempre vittima di qualcun altro. Un uomo combattuto capace di combattere. Con un’unica differenza: li amava tutti, li possedeva tutti; ecco la sua idea di Colombia, la sua Montagna. «Voglio salvare la Colombia», dice Pablito al cugino. Prima l’ha posseduta, per poi distruggerla. Il suo gioco preferito. E il nostro? Narcos, già droga.

Federico Pevere
Federico Pevere
Nato in Friuli tempo fa, ora vive in Emilia. Scrive per Sentireascoltare e Nazione Indiana. Tifa per Beckett. Pensiero debole.
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