(oltre)cinema • Il mondo di Jan Švankmajer • Cap. I
Sul finire dei suoi primi dieci anni, qui compiamo una piccola rivoluzione, abbandonando il nostro formato classico – quello del magazine culturale a cadenza vagamente quotidiana – per presentare ogni mese un solo saggio e un solo racconto. Da queste pagine 24 autori ogni anno proporranno il loro filtro sul reale, manipolando inevitabilmente la personalità di Dude mag: ed è una cosa che ci rende enormemente curiosi.
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(oltre)cinema • Il mondo di Jan Švankmajer • Cap. I

«Animazione non significa muovere oggetti inerti ma farli rinascere, più precisamente riportarli alla vita. Prima di cercare di riportare alla vita un oggetto cerca di comprenderlo.»

«Usa l’animazione come atto magico. Animazione non significa muovere oggetti inerti ma farli rinascere, più precisamente riportarli alla vita. Prima di cercare di riportare alla vita un oggetto cerca di comprenderlo. Non comprendere il suo ruolo utilitario ma la sua vita interiore. Gli oggetti, in modo particolare quelli vecchi, sono stati testimoni di qualsiasi tipo di evento e di vita e ne portano le tracce.» (Jan Švankmajer, Decalogo, punto n.3)

Partiamo da lontano, prima dell’unione d’argilla di Dimension of Dialogue con cui si concludeva il precedente (oltre)cinema. Con quest’articolo inizieremo un percorso in più parti all’interno del mondo di Jan Švankmajer. Nella realtà virtuale i concetti di spazio e di tempo sono ormai anacronistici e fuori luogo. Non esiste una consequenzialità – né una continuità – esistono dei puri, semplici salti (o rimbalzi) attraverso i link, teletrasporti istantanei in uno spazio-tempo non lineare ma caotico. La rete è il regno di un eterno, subitaneo, accessibile presente storico. Eccoci allora proiettati in un’altra Praga, più magica e antica, priva di automobili e tecnologie elettriche. Siamo vicini all’imperatore Rodolfo II che riunisce presso la sua corte artisti e talenti straordinari. Mecenate, collezionista e alchimista, la sua Praga si presenta come una grande, prodigiosa Wunderkammer (camera delle meraviglie, ovvero stanze di legno che raccolgono alcuni degli oggetti più disparati provenienti da diverse parti del mondo: ai naturalia si affiancano gli artificialia n.d.a.) La sala, come il suo re, è indice visivo di un’idea di possesso, di collezionismo e di amore di (e per il) catalogo.

Quest’ossessione di raccolta enciclopedica, di comparazione-esposizione si è evoluta finché l’oggetto non si è fatto virtuale rendendosi invisibile e provocando così quello strano fenomeno del collezionismo immateriale di file su hard-disk esterni. Quello che è gradualmente appassito è stato invece il senso di ammirazione, di meraviglia che può suscitare un oggetto. La sacralità della cosa e il suo spettro metafisico si sono inariditi e gli uomini hanno perso progressivamente il legame con la materia e con la vita sotterranea e tumultuosa del mondo inanimato. Da una certa prospettiva, il villaggio organico e globale (per rimanere nella terminologia di McLuhan) di Internet è, a tutti gli effetti, una Wunderkammer 2.0, stanza delle meraviglie dal corpo virtuale e numerico. La differenza è che se le Wunderkammer cinquecentesche erano riservate a personaggi di altissimo rango, quelle 2.0 sono democratiche e aperte a tutti, perché direttamente disponibili a portata di click. Si viene a perdere, oltre al senso di meraviglia, il concetto stesso di possesso e di proprietà, ipotesi inaccettabile per qualsiasi villaggio.

È proprio su Youtube (stanza ipertrofica per eccellenza) che ritroviamo la maggior parte dei cortometraggi del grande regista ed animatore Cecoslovacco Jan Švankmajer, altrimenti quasi invisibile in Italia (se si eccettuano le edizioni RaroVideo). Suona strano perché si tratta in fondo di un artigiano della materia, straordinariamente legato al corpo e ai sensi sovrani del tatto e dell’olfatto. La celluloide, per il maestro di Praga, è materia prima su cui imprimere sogni, paure e desideri. Eppure le sue opere dilagano in rete su supporti immateriali che raccontano la materia. L’autore ha sempre considerato i suoi lavori derivanti più che dalla corrente surrealista da quella manierista dell’imperatore Rodolfo II: perché Švankmajer è prima di tutto un costruttore di stanze delle meraviglie e un collezionista con la smania della tassonomia. Prendiamo Historia Naturae (1967) cortometraggio profondamente manierista nel suo rappresentare, e dunque, combinare forme diverse per far emergere istanze allegoriche.

https://www.youtube.com/watch?v=cERmx_q0rgI

L’opera è la storia dell’evoluzione divisa in otto sezioni: crostacei, insetti, pesci, rettili, uccelli, mammiferi, scimmie e, infine, uomini. Ogni segmento ha un proprio accompagnamento musicale e, nel suo essere così visceralmente enciclopedico, alterna bozzetti, disegni, stampe, animazioni ed imbalsamazioni. Nel caso dell’uomo, Švankmajer già mostra interesse per l’indipendenza e l’autonomia della singola parte del corpo piuttosto che per la sua totalità. Questo d’altronde è il cinema del dettaglio, del montaggio e della frantumazione, lontano anni luce da qualsiasi ipotesi di onnipresenza e totalità (il piano sequenza non è di questo mondo). Ogni organo vitale è vivo (ed è narrativo). Se l’oggetto, o la porzione, ha una sua funzione, essa va ripetuta costantemente: l’elemento topico svankmajeriano è infatti quello della costante, della reiterazione del movimento, del ritorno alla base stessa dell’animazione: la tecnica a passo uno (o stop motion) è, a tutti gli effetti, l’ostentazione di un trucco che consiste nella successione di fotogrammi appena diversi. Un cinema che ritorna al suo precetto fondativo (quello dell’illusione del movimento), si ritrova a raccontare il moto invisibile di tutto ciò che non ha vita: universi di cose in ebollizione, oggetti che reinventano le loro funzioni, la rivoluzione della materia è in agguato. Il dettaglio, da sempre ingrandimento magico dell’oggetto, acquista un ruolo di primo piano: l’operazione non è poi così diversa da quella del dottor Frankenstein che desiderava (ri)dare vita a un corpo esanime. Ma non è, del resto, tutta l’animazione figlia della sindrome di Frankenstein? Animare vuol dire donare la vita, tornare a un mondo sotterraneo e lasciare emergere una vitalità antica e dirompente che non può essere più sedata.

https://www.youtube.com/watch?v=-DVOJDr1uCc

Rimbalzando da un link a un altro esploriamo le stanze-film del regista: Et Cetera (1966) presenta una geografia di antiche tavole enciclopediche dove i protagonisti dimostrano, eseguono e ripetono un’azione meccanica. In Johann Sebastian Bach: Fantasia in sol minore (1965), accompagnati dalla musica, entriamo in un mondo di finestre, pareti, inferriate, muri su cui si aprono crepe, squarci ipertrofici che scoprono varchi impossibili.

https://www.youtube.com/watch?v=crg4rEWGpJI

E infine ci ritroviamo dalle parti di A Game with Stones (1965) dove riecheggia la melodia di un carillon e il ticchettio delle lancette di un orologio: in un mondo meccanico assistiamo alla danza infantile di pietre colorate, mentre sembrano divertirsi a formare semplici figure geometriche: ruotano, si riproducono e si dividono, evolvono ed involvono, si assorbono e si contaminano. Il mondo di Švankmajer svela allora la sua più intima essenza: quella di un universo in perenne mutazione, di un flusso inarrestabile dove la vita è continua, ciclica fagocitazione: non esiste creatura che non divori altra creatura. Il mondo si evolve mangiando, in un pasto ancestrale che durerà fino alla notte dei tempi. Sfamarsi e divorarsi, famelicamente, bulimicamente, finché non saremo diventati il nostro stesso cibo: è questo il cuore dell’universo.

Mi viene in mente qualcosa che ho letto molto tempo fa, sfuggo Švankmajer e cado nell’ennesimo link. Riguarda il cibo e l’universo, anche se da un’altra prospettiva. Non solo gli animali, non solo le piante, non solo gli uomini – anche se loro non lo sanno – ma anche le galassie sono delle grandi, affamatissime cannibali. Si chiama cannibalismo galattico. Quando una galassia più grande si avvicina a una più piccola, portandosi dietro tutte le sue stelle e corpi celesti, allora si passano attraverso come fantasmi spaziali per diventare poi un corpo unico e gigantesco. La più piccola non può che perdersi all’interno di quella più grande. Il più grande spettacolo pirotecnico della galassia o, se volete, la più romantica delle storie d’amore di tutti i tempi, avviene tra due masse fluttuanti nel luogo più silenzioso dell’universo. Perdersi in una galassia e diventare un tutt’uno con essa.
Questa è una fuga che mi diverte e subito mi riporta al tema dell’unione, dell’ibrido, del Dimension of Dialogue per l’appunto. Dalle galassie agli oggetti, dal macrocosmo al microcosmo. Scrive nel suo decalogo, sempre al terzo punto: «Prima devi diventare un collezionista e poi un regista». Eccoci di nuovo, Jan Švankmajer.

Il mondo di Jan Švankmajer || cap.I
Il mondo di Jan Švankmajer || cap.II
Il mondo di Jan Švankmajer || cap.III

Samuele Sestieri
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