Cinema, Tv e teatro: Ruben Östlund, il regista a cui piace porre domande
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Ruben Östlund, il regista a cui piace porre domande

È finalmente arrivato in Italia The Square, il nuovo film di Ruben Östlund, fresco vincitore della Palma d’Oro all’ultimo festival di Cannes. Andare a vedere un film di questo regista svedese somiglia molto al partecipare a una seduta d’analisi collettiva: la grande qualità del cinema di Östlund è sempre stata infatti la capacità di coinvolgere […]

È finalmente arrivato in Italia The Square, il nuovo film di Ruben Östlund, fresco vincitore della Palma d’Oro all’ultimo festival di Cannes. Andare a vedere un film di questo regista svedese somiglia molto al partecipare a una seduta d’analisi collettiva: la grande qualità del cinema di Östlund è sempre stata infatti la capacità di coinvolgere lo spettatore, interrogarlo e spingerlo a una reazione. Non sono mai riuscito a vedere una sua opera senza che qualche dubbio finisse per insinuarsi nella mia testa, continuando ad accompagnarmi nei giorni, nelle settimane, nei mesi successivi; questo perché ogni volta le incertezze, le esitazioni e le pecche dei personaggi avrebbero potuto benissimo essere le mie. Cosa avrei fatto se mi fossi trovato nella stessa situazione? E fino a che punto posso biasimare le scelte e i comportamenti del protagonista, se non posso escludere che avrei fatto esattamente come lui? Sono domande che è inevitabile farsi durante e dopo la visione di qualsiasi suo lavoro.

In patria Östlund si era fatto notare per la prima volta nel 2011 con Play. La storia, ispirata da un fatto di cronaca, si sviluppa a partire dal furto di un telefono cellulare: i protagonisti però sono tre bambini bianchi che vengono perseguitati e derubati da un gruppo di ragazzini neri più grandi, e a molti questo è bastato per parlare di razzismo. Si sbaglia spesso a voler prendere posizioni così nette nei confronti del cinema d’autore, ma un sentimento di rifiuto di fronte a un’opera come Play è più che comprensibile. I ragazzini neri appaiono consapevoli sia del timore che può incutere la loro semplice presenza, sia dei pregiudizi di cui sono oggetto in quanto poveri e immigrati, e riescono in questo modo a trarre vantaggio dalle paure e dai sensi di colpa delle loro vittime, che sono poi le stesse paure e gli stessi sensi di colpa degli spettatori. Dallo spaccato di quotidianità scandinava offerto da Östlund alla fine non esce bene nessuno, e in Play, dunque, il razzismo può stare giusto negli occhi di chi guarda e si ritrova a dover fare i conti con la condotta dei personaggi: respingerla o accettarla è in ogni caso una decisione che ha delle conseguenze.

 

 

Questo meccanismo è ancora più evidente in Forza Maggiore, il film con cui Östlund ha vinto il premio Un Certain Regard a Cannes nel 2014, che offre allo spettatore ulteriori dilemmi: una coppia in vacanza sulle Alpi si trova con i due figli sulla terrazza ristorante di un albergo quando una valanga controllata sembra sul punto di travolgere la struttura; il marito d’istinto scappa per mettersi in salvo, la moglie resta sola cercando di proteggere i due bambini. L’episodio, va da sé, dà vita a una crisi coniugale nella quale vengono coinvolti anche due amici della coppia che, in rappresentanza del pubblico, prima prendono le parti dell’uno e dell’altra, in seguito arrivano a litigare tra loro parlando del comportamento che avrebbero tenuto nel caso si fossero trovati nella stessa situazione.

Il fatto che lo scenario offerto da Forza Maggiore sia così limpido, perché ovviamente la scelta corretta sarebbe rimanere al fianco di moglie e figli, rende ancora più insidioso il dubbio che resta alla fine della visione: in circostanze simili, quando è necessario cioè prendere una decisione in un lampo, e l’istinto dice qualcosa di diverso rispetto alla ragione, c’è modo di far prevalere la razionalità? Di fronte al pericolo quanto spazio le è ancora concesso? E in ogni caso, siamo davvero sicuri che l’istinto suggerisca in ogni caso la scelta più egoista e conservativa? Perché in caso contrario per fare la cosa giusta e salvare le persone amate basterebbe assecondare la reazione istintiva, e non averla potrebbe allora significare essere una brutta persona, o magari non amarle davvero. A volte quando suggerisco a qualcuno di vedere Forza Maggiore mi sento in colpa, perché non voglio compromettere la salute mentale di nessuno.

 

 

Nel nuovo The Square, il film più divertente e visionario di Östlund, i temi non cambiano: il regista sembra anzi voler riprendere i precedenti a beneficio di un pubblico più ampio, e così fiducia, pregiudizi e paure trovano ancora largo spazio nella narrazione. Le differenze più marcate riguardano invece lo stile: se in Forza Maggiore e soprattutto in Play c’era un uso insistito di inquadrature fisse che mi ricordava il cinema di Ulrich Seidl, ora la macchina da presa è molto più spesso libera di muoversi, senza che questo voglia dire meno perfezionismo nel voler trovare ogni volta l’angolazione migliore, se è vero che il suo metodo di lavoro continua a prevedere, come ha raccontato, una giornata intera di riprese, a volte persino quattro, per ogni singola scena.

 

 

Un’altra novità è che nel cast figurano due volti piuttosto noti agli amanti delle serie televisive: Elisabeth Moss, ossia Peggy Olson di Mad Men, e Dominic West, l’indimenticabile Jimmy McNulty di The Wire. Il protagonista è invece Claes Bang, che interpreta Christian, curatore capo del museo di arte contemporanea di Stoccolma, dove sta per essere inaugurata un’opera intitolata proprio The Square, «un santuario di fiducia e amore al cui interno abbiamo tutti gli stessi diritti e doveri»; è un uomo divorziato, padre di due bambine, affascinante, sicuro di sé, progressista e animato dalle migliori intenzioni, ma è anche un individuo distante dalla società in cui vive, distante e incapace di comprenderla, proprio come il mondo in cui lavora, quello dell’arte contemporanea, preso di mira più volte per il linguaggio inaccessibile e auto-riferito. Christian finisce così col cacciarsi in un sacco di guai senza mai capire veramente perché, rivelandosi un personaggio ideale per Östlund, che si diverte a costruire intorno a lui e al suo ambiente una serie di situazioni surreali; sono innumerevoli le occasioni in cui, alternativamente, il reale irrompe nel mondo dell’arte, o l’arte si fa elemento di disturbo del reale: spicca tra tutte l’iconica performance dell’uomo scimmia, che Luis Buñuel avrebbe di certo apprezzato.

Credo però che il modo migliore per vedere un film come questo sia arrivare in sala sapendone il meno possibile, e quindi eviterò di entrare nel dettaglio delle singole sequenze o delle domande poste da The Square — domande che riguardano le élite, le disparità di reddito, l’impoverimento delle città e l’indifferenza dei suoi abitanti — ma penso che un’ottima sintesi dell’umorismo, della profondità e delle tematiche di questo lavoro potrebbe essere la brevissima scena nella quale un’attivista per strada chiede «Volete salvare una vita umana?» e uno dei passanti risponde «No, grazie».

Nella messa in scena di una società in cui l’ipocrisia e l’incapacità di comunicare la fanno da padrone, Östlund trova poi il colpo da maestro nel proporre la figura del mendicante come unico trait d’union tra la città e il museo d’arte contemporanea: sono diversi i barboni e i senzatetto di Stoccolma in cui Christian si imbatte nel corso del film, mentre una bambina mendicante destinata a esplodere senza senso è la protagonista dell’improbabile e demenziale video ideato da due giovani creativi per generare clamore e visualizzazioni in vista dell’inaugurazione di The Square. L’operazione di marketing raggiunge il suo scopo e fa finire il museo su otto pagine di un quotidiano nazionale, ma porta Christian, considerato responsabile di una comunicazione così inadeguata, a rassegnare le dimissioni. E quando un giornalista in conferenza stampa lo attacca chiedendogli se, lasciando il suo incarico di curatore, non si stia anche arrogando il diritto di decidere quale sia il limite della libertà di espressione — lo ripeto, stiamo parlando di una bambina mendicante che esplode — la critica sociale di Östlund appare più a fuoco che mai.

Gilles Nicoli
Gilles Nicoli
È nato a Roma sette giorni prima che Julio Cortazar morisse a Parigi. Scrive di videogiochi su Ludica. Ama il cinema, la buona letteratura e la frutta.
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