Cinema, Tv e teatro: The nest of Nicolas Winding Refn
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The nest of Nicolas Winding Refn

L’unica volta in cui io e Nicolas Winding Refn siamo stati nella stessa stanza era il marzo del 2016. Più che di una stanza si trattava di una grande sala all’interno del Maxxi, e l’occasione era quella di una Masterclass con intervista al regista danese, proiezione del documentario My life directed by Nicolas Winding Refn, […]

L’unica volta in cui io e Nicolas Winding Refn siamo stati nella stessa stanza era il marzo del 2016. Più che di una stanza si trattava di una grande sala all’interno del Maxxi, e l’occasione era quella di una Masterclass con intervista al regista danese, proiezione del documentario My life directed by Nicolas Winding Refn, diretto da sua moglie Liv Corfixen, e solita coda con le domande del pubblico, domande, come sempre accade in questi casi, tutte sbagliate, o imbarazzanti, o lunghissime e per qualche motivo autobiografiche. Tutto considerato, una cosa divertente che rifarei anche domani.

I documentari sui grandi autori del cinema sono puntualmente brutti e deludenti, o forse sono stato sfortunato io a non averne ancora trovato uno che non lo fosse. Woody Allen: A Documentary o David Lynch: The Art Life sono ad esempio visioni che non raccomanderei neanche ai più accaniti appassionati dei rispettivi registi, se non in ossequio ai princìpi di quello che mi piace definire consiglio-vendetta: consiste nel far sì che più persone possibili buttino via 90 o 120 minuti della loro vita, in modo da non restare indietro e rimettersi subito in pari con loro. Com’è evidente, la cattiva e sleale pratica del consiglio-vendetta è molto diffusa tra i critici cinematografici, e spiega molte delle cose che capita di leggere in giro.

Non fa eccezione nemmeno My life directed by Nicolas Winding Refn, una visione tutt’altro che imprescindibile, nonostante abbia il merito di offrire uno sguardo intimo e profondamente onesto sulla vita del regista, coprendo in larga parte il periodo trascorso in Thailandia per le riprese di Only God Forgives. Molto più che il documentario, è stata la chiacchierata a permettere al pubblico di farsi un’idea di Nicolas Winding Refn come uomo e come regista. Se dovessi riassumere la mia con una sola parola direi: innamorato.

Sì, la mia impressione è stata che Nicolas Winding Refn sia soprattutto un uomo innamorato di sua moglie, della sua famiglia, della sua opera e del cinema in generale. Non mi sono dunque sorpreso troppo quando ho scoperto che è anche un collezionista di vecchi film di exploitation. Di più: ne acquista i diritti e si occupa del loro restauro. Ha iniziato a farlo con l’intenzione di organizzare degli eventi in cui proiettare queste pellicole e farle riscoprire al pubblico, ma dopo aver valutato diverse opportunità ha deciso di lasciar perdere, di rinunciare a monetizzare e di offrire questo materiale online e gratuitamente: il mese scorso ha lanciato byNWR, il suo Netflix personale.

Con un articolo apparso su The Guardian, il regista ha voluto dare alla sua iniziativa una valenza politica: il mondo dell’intrattenimento offre contenuti sempre più banali e illusoriamente perfetti, scrive Nicolas Winding Refn. Ma di fronte alla distopia dell’America trumpiana occorre uscire dalla comfort zone, e servono gli stimoli che solo un cinema eccessivo e persino di cattivo gusto può dare. È probabile che argomenti di questo tipo lascino un po’ freddo il pubblico italiano, che la distopia del presidente milionario l’ha già vissuta, e sa che bene o male è qualcosa a cui si sopravvive. Chissà quale risposta immaginerà il regista danese quando scoprirà la distopia successiva, quella di un capo del governo in totale debito politico ed esistenziale nei confronti dei suoi vice; per adesso Nicolas Winding Refn non si rivolge a noi, ed esclude l’italiano dalle lingue in cui vengono offerti i sottotitoli.

Ma byNWR resta un’iniziativa di grande interesse artistico e culturale, non solo per via della selezione dei film (verrà aggiunto un nuovo titolo ogni mese) ma anche per il magazine che ne costituisce parte integrante: una serie di ottime firme collaborano infatti al progetto, e c’è molto da leggere a proposito dei contenuti proposti. Anzi, si riscontra una piacevole indifferenza nei confronti delle tradizionali convenzioni dell’offerta culturale sul web: l’articolo principale che accompagna quella che al momento è forse la punta di diamante del catalogo, The Nest of the Cuckoo Birds di Bert Williams, ha un tempo di lettura stimato di 89 minuti. Alla faccia del longform.

The Nest of the Cuckoo Birds a un certo punto è diventato famoso principalmente in quanto perduto: sembrava che non ci fosse più alcuna possibilità di vederlo. Poi ne è stata ritrovata una copia completa, ancora conservata in una sala americana. Come Hot Chills and Warm Thrills e Shanty Tramp, gli altri due film ora presenti, si tratta, in termini assoluti, di un brutto film: girato male, recitato male e montato anche peggio. Ma è comunque una visione interessante, per la forza di alcune idee e di alcune immagini, per la bellezza della colonna sonora realizzata da Peggy Williams, la moglie di Bert Williams, e soprattutto per quello che è in grado di dirci sul suo autore.

 

 

Bert Williams nella sua vita è stato molte cose, tra cui un tuffatore di alto livello, un ottimo disegnatore e il proprietario di una catena di centri fitness. Da attore, nonostante non sia mai arrivato a ottenere ruoli importanti, ha recitato in più di 100 film, partendo da John Ford, avendone sposato in primo matrimonio la nipote, fino alla sua ultima apparizione ne I Soliti Sospetti, passando per un cospicuo numero di altre pellicole che avrete probabilmente visto pur non ricordando la sua presenza, come Serpico o Tutti gli uomini del presidente. Nelle sue intenzioni girare The Nest of the Cuckoo Birds doveva essergli utile proprio a proporsi come attore di primo piano e, fiducioso nei propri mezzi, per finanziare quello che sarebbe stato il suo primo e unico film vendette i suoi centri fitness.

Come un novello Orson Welles, fece quasi tutto da solo: il suo nome compare ben nove volte nei titoli di testa. The Nest of the Cuckoo Birds fu un totale insuccesso, e la sua realizzazione maldestra e approssimativa, oltre all’improbabile mix di detective story, horror e cinema d’autore europeo, non avrebbe potuto portare a esiti diversi. Ma resta anche l’incredibile testimonianza di un’ambizione e di uno sforzo creativo che per un certo periodo furono il fulcro della vita di un uomo fuori dall’ordinario. Tenendo ben presente che il consiglio-vendetta è sempre un rischio, il link è questo: bynwr.com.

Gilles Nicoli
Gilles Nicoli
È nato a Roma sette giorni prima che Julio Cortazar morisse a Parigi. Consiglia musica su Movimenta e ha organizzato concerti e festival. Ama il cinema, la buona letteratura e la frutta.
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