Ho visto “Friends” per la prima volta
Sul finire dei suoi primi dieci anni, qui compiamo una piccola rivoluzione, abbandonando il nostro formato classico – quello del magazine culturale a cadenza vagamente quotidiana – per presentare ogni mese un solo saggio e un solo racconto. Da queste pagine 24 autori ogni anno proporranno il loro filtro sul reale, manipolando inevitabilmente la personalità di Dude mag: ed è una cosa che ci rende enormemente curiosi.
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Ho visto “Friends” per la prima volta

Friends rimane anche oggi quanto di più vicino alla mentalità della Generazione Y, tanto da essersi intromesso nella nostra cultura anche attraverso il linguaggio.

Sì, sta succedendo: la reunion di Friends è stata annunciata, e avrà luogo il 21 febbraio 2016  in occasione di uno speciale di due ore omaggio al regista James Burrows. La Nbc non ha ancora confermato la presenza di tutti e sei gli attori, e pare che Matthew Perry abbia già dato forfait essendo impegnato a Londra con le prove della sua nuova commedia The End of Longing, ma nonostante ciò, questa nostalgica reunion verrà tenuta ugualmente, e la reazione dei suoi fan è stata prevedibilmente euforica.

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Avendo guardato le dieci stagioni di Friends con un ritardo di circa vent’anni, mi sono ritrovata ad analizzare il successo intramontabile e sempreverde di questa sit-com americana con un certo distacco, essendo priva di quella componente affettiva che invece è tipica di chi con la serie ci è cresciuto. Mi sono ritrovata ad apprezzare ogni dettaglio della sit-com che ha consacrato il taglio alla Rachel, prima di tutto facendo un paragone con quelle più vicine alla mia generazione e deducendone l’innegabile derivazione, come quella spudoratamente visibile di How I Met Your Mother. Non solo, Friends è anche artefice di termini ed espressioni ormai pienamente accolte nel lessico della rete, come la tanto temuta area grigia in una relazione ambigua detta “friendzone”, quella che Ross ha modo di testare con Rachel nella prima stagione, o l’acronimo inventato da Phoebe “BFF”, best friend forever. Risulta veramente impossibile negare il peso che la serie ha avuto nella definizione della cultura giovanile che ormai ci appartiene, quella stessa cultura che oggi definisce noi giovani occidentali più o meno agiati con la parola millennials. Ma a distanza di dodici anni dalla messa in onda dell’ultima puntata di Friends, cos’è che rende ancora così allettante e ipnotica una sit-com degli anni ‘90, tanto da smuovere un polverone mediatico solo per l’annuncio di una possibile reunion?

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Al di là delle qualità oggettive di Friends, costruite attorno a due elementi caratteristici ed estremamente azzeccati, ovvero una scrittura sempre ironica, mai noiosa ed un cast eterogeneo e molto efficace – non tenendo conto di tutti gli elementi decorativi e accattivanti come i molteplici cameo di star del cinema, o i tormentoni dei vari personaggi come il «we were on a break» di Ross o il «how you doing?» di Joey – esiste qualcosa di più forte che lega la serie ai suoi fan, ma anche ai suoi spettatori occasionali. Friends divertiva negli anni ’90 e diverte nel 2016, creava fan nel ’96 e crea fan nel 2016 principalmente perché è un racconto fantastico che non ha mai sentito la necessità di andare più a fondo. Le vite dei suoi protagonisti sono vite impensabile nella realtà, perché una cameriera non può permettersi una casa coi mattoni a vista e il parquet nel centro di New York.

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Analizzando le storie personali  dei sei amici appare piuttosto evidente una certa mancanza di plausibilità nello scorrere degli eventi, sia futuri che passati. Eppure, Friends rimane anche oggi quanto di più vicino alla mentalità della Generazione Y, tanto da essersi intromesso nella nostra cultura anche attraverso il linguaggio. Friends mette in scena la semplicità totale attraverso ognuno dei suoi personaggi, creando un universo parallelo in cui si bevono infiniti caffè sul divano di un bar, noncuranti del proprio lavoro o degli impegni, in cui si passa dall’essere obesi all’essere perfettamente in forma nonostante si continui a mangiare come un obeso, si rimorchia con una sola frase e ci si dimentica della persona rimorchiata ventiquattro ore dopo, si fa un figlio e lo si fa sparire quando non serve più tanto ai fini della trama, si viene assunti per il lavoro dei propri sogni da un momento all’altro, si paga un affitto ad un amico a tempo indeterminato senza andare in bancarotta, si partoriscono tre gemelli affittando il proprio utero senza nessuna conseguenza, e via dicendo. Anche quando entrano in gioco situazioni più serie, comunque non ci si spinge mai troppo in là, se non con una costante vena ironica che rende tutto estremamente piacevole, sottolineando ulteriormente il patto di sospensione di incredulità tra lo spettatore e le bollette di Joey o l’aspetto post-partum di Rachel.

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Guardare Friends è dunque una sorta di immersione in un futuro dorato dove si lavora e si guadagna ma dove soprattutto ci si gode il caffè con i propri amici, senza troppi pensieri. Per questo, probabilmente, resta una delle serie più seguite della storia della tv, per la sua formula a base di semplicità e fantasia e per la sua capacità di convertire i momenti difficili in potenziale comico. E non è dunque troppo difficile da capire il perché della sua riuscita globale, espressa largamente dalla frenesia che un ritorno al Central Perk di Rachel, Ross, Monica, Joey, Phoebe e un cartonato di Chandler genera nei suoi fan. Un po’ come il fenomeno Gianni Morandi, dei suoi piccoli idilli quotidiani fatti di semplicità genuina, anche Friends ha sempre garantito una pausa divertente e intelligente dalla brutalità degli affitti a New York.

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Alice Oliveri
Nata a Catania nel 1992, studentessa a Roma dal 2011. Scrivere, leggere, suonare tanti strumenti e guardare molti film sono le sue passioni.
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