69, Page érotique – Preliminari di lettura.
«Avere pregiudizi spesso si dimostra cosa molto utile.» Sigmund F.
L’importanza di chiamarsi Hemingway, Anthony Burgess, minimum fax, 2008.
Avvertenze polemiche: a dispetto delle regole di questa rubrica, non ho trovato questo libro in libreria, ma allo stand della minimum fax in occasione della fiera Più Libri Più Liberi di Roma. Vorrei sottolineare inoltre che soprattutto nel periodo di Natale è difficile trovare libri del genere in vetrina: non è un’ultima uscita e poi in questo momento si vendono solo Vespa, “sfumature” e “fabi voli”.
È necessario che certe cose si sappiano. E con urgenza. Come per esempio che questo libro che ho in mano va necessariamente letto. Non puoi millantare di essere un appassionato di letteratura se non ne hai assimilato almeno una pagina per vari motivi. Cioè due:
1. Se leggi molti romanzi sei un lettore. Se leggi pure le biografie e le autobiografie sei un lettore appassionato, un fan idolatrante magari, come certe ragazzine (oggi diventate ormai milf) per i Take That.
2. Se leggi certe biografie collaterali allora sei un appassionato di letteratura e fan insieme. Ma in questo caso il livello di dignità è molto più alto (niente Take That di mezzo).
Basta chiacchere, la cosa veramente interessante è questo libro: L’importanza di chiamarsi Hemingway edito dall’ottima minimum fax nel 2008. Una biografia con un valore aggiunto, perché oltre ad avere un sacco di figure, è scritta da Anthony Burgess, l’autore di Arancia Meccanica, per intenderci. E non si tratta del racconto delle torture che Hemingway potrebbe aver subito dalle sue sorelle giganti (cazzo se erano alte!); questa biografia è un pungolo d’oro: Burgess ha un’ironia magistrale e la usa per sgonfiare il “superuomo” Hemingway strappando più volte un sorriso al lettore, talvolta una sonora risata, senza sottrarre valore alcuno al protagonista.
L’immagine che avevo di Hemingway era quella di un omone virile e strafico con la passione per lo scontro, la forza, la bellezza dei corpi e l’ebbrezza del vino; uno che dove c’era la guerra andava a suonarle di santa ragione ai cattivi, a salvare vite, a conquistare svenevoli femmine. Burgess invece cattura l’attenzione con una gomitata maliziosa e mi chiede se voglio sapere una cosa, Poi fa quello che forse non la può dire (ma si vede che muore dalla voglia) e alla fine spara: Hemingway viveva in un paesello iperconservatore del Midwest, Oak Park, e «conservò la sua verginità molto più a lungo di quanto non fece Joyce».
Nel 1926 Ernest molla la moglie Hadley per un’avvenente giornalista di Vogue: Pauline. Nel 1927 il destino gli regala il suo annus horribilis quasi a volerlo punire per le sue debolezze. In ordine, racconta Burgess, succedono queste cose: un brutto attacco di influenza mal di denti ed emorroidi pericolo di cecità quando il piccolo primogenito gli ficca un dito nell’occhio ben dieci brutte cadute in settimana bianca tornato a Parigi dopo la vacanza sulla neve, gli cade addosso il lucernario della stanza da bagno. Una ferita da nove punti. Se non bastasse questo a ridimensionare l’eroe, Burgess aggiunge anche altro per rendere veramente l’idea della vanagloria dell’uomo; certe volte ci si dimentica che anche i grandi scrittori e il papa sono fatti di carne e vanno in bagno a fare i propri bisogni. Tornato da Parigi Hemingway si stabilisce in Florida in questo posto chiamato Key West; nessuno lo conosce. «Il suo scopo non era quello di distinguersi come il Grande Scrittore in mezzo a marinai e pescatori, ma di sembrare un uomo del Nord misterioso e pericoloso, un contrabbandiere di alcolici o un pezzo grosso del giro della droga. Muscoloso, grande e grosso, con la cicatrice del lucernario sulla fronte, un linguaggio da scaricatore, si compiaceva di essere preso per chiunque tranne che per uno scrittore.» Favoloso. Risate. Applausi.
Non ho potuto fare a meno di associare questo passo a un episodio raccontato nella biografia di D’Annunzio scritta da Giordano Bruno Guerri qualche tempo fa. Si racconta di come il vate, nella descrizione del superuomo del futuro, annoverasse la calvizie nei tratti salienti: «la perfetta bellezza della linea del cranio scoperta» ecco come la definì più o meno. E non c’è bisogno di dire che questa caratteristica colpì molto presto il giovane poeta.
Sarà forse anche questo tratto che rende entrambi gli scrittori così grandi, Hemingway e D’annunzio: la capacità di dire che l’uva è marcia in un modo così favoloso e geniale, che la volpe, se lo sarebbe sognato. Un vero scrittore imbastisce involontariamente un patto narrativo così forte, pure se si tratta di cazzate dette per vanagloria; la grandezza sta tutta nelle rifiniture. C’è un’ultima cosa che voglio aggiungere riguardo la biografia scritta da Burgess, un altro episodio degno di nota. Non so se avete letto Festa mobile di Hemingway. Se non lo avete fatto, leggetelo (nutro sempre profonda invidia per chi lo sta leggendo la prima volta).
Nel romanzo c’è un fantastico episodio in cui Ernest incontra Fitzgerald, che si lamenta perché Zelda (quella stronza) gli ha detto che tra gli amanti che lei ha avuto proprio lui, suo marito, era quello che ce l’aveva più piccolo e non si riferiva al conto in banca. Quindi succede che Scott va da Hemingway, in quanto medico, per farsi visitare. Lo sanno tutti che Zelda è invidiosa e lo dice apposta per farlo stare male. Scott si porta l’amico in bagno, ma il controllo non riscontra anomalie. Mr.Gatsby non è ancora convinto, così i due scrittori fanno un tour comparativo al Louvre per confrontarsi con i nudi delle statue. Ecco, qui Hemingway descrive sé stesso come un punto di riferimento, quasi un’autorità, per l’amico romanziere, ma Burgess arriva a ridimensionare un po’ la questione. Arrivato a Parigi sulla metà degli anni Venti, l’autore racconta che Hemingway sfidasse tutti a incontri di boxe; era uno che picchiava duro sul ring, certe volte lo faceva per mettere da parte qualche soldo.
Una volta Fitzgerald cronometrò lo scontro tra lo scrittore americano e il romanziere canadese Morley Callaghan. L’avversario di Hemingway era più piccolo di dieci centimentri, più magro e fuori allenamento. Nonostante questo riuscì a schivare un affondo e colpire Ernest in piena mascella, mettendolo a tappeto. Più tardi Scott Fitzgerald si rese conto di aver commesso un errore: il round era durato quattro minuti, si era dimenticato di stoppare il cronometro. Solo distrazione?
Signore e signori, assaggiate un pezzo di pagina 69 del libro L’importanza di chiamarsi Hemingway. C’è qui riassunta tutta la maestria di Burgess nell’affrontare la storia di un pezzo grosso, un mito della letteratura, riportandolo al livello degli uomini. Comunque grandi e indimenticabili.
69, Page érotique – Preliminari di lettura.
«Avere pregiudizi spesso si dimostra cosa molto utile.» – Sigmund F. «McLuhan, a quanto racconta il suo biografo Philip Marchand, sosteneva che per capire se un libro merita o meno di esser letto basta ispezionarne una sola pagina, la 69: se lì non c’è niente di buono, è probabile che anche il resto del libro non valga granché. […] Diceva Georges Clémenceau, e lo si cita (in malafede) a ogni processo per crimini di guerra, che la giustizia militare sta alla giustizia come la musica militare sta alla musica. Ebbene, questa è una rubrica di critica militare, che è altra cosa dalla critica militante. È giustizia sommaria, disciplinata dal codice marziale, dove l’urgenza di sbrigare le pratiche assegna un ruolo sproporzionato al capriccio del giudice, al suo umore del giorno e alle sue idiosincrasie. Un’occhiata alle carte, e via incappucciati davanti al plotone di esecuzione.» – Guido Vitiello
