Letteratura: Angela Bubba, ritratto di scrittrice
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Angela Bubba, ritratto di scrittrice

Il mio primo incontro con Angela Bubba avvenne dopo aver letto il suo MaliNati (Bompiani, 2012): una serie di episodi che riportano la nostra Calabria come il luogo desolato, abbandonato, maledetto qual è. La incontro a Roma, in Piazza del Popolo. «Vuoi vedere la casa di Elsa?», mi chiese subito, perché «chiunque dovrebbe sapere dove […]

14 Nov
2017
Letteratura

Il mio primo incontro con Angela Bubba avvenne dopo aver letto il suo MaliNati (Bompiani, 2012): una serie di episodi che riportano la nostra Calabria come il luogo desolato, abbandonato, maledetto qual è. La incontro a Roma, in Piazza del Popolo.

«Vuoi vedere la casa di Elsa?», mi chiese subito, perché «chiunque dovrebbe sapere dove ha vissuto il più grande scrittore del nostro novecento». Così mi disse.

È più alta di quanto pensassi, ha un portamento timido ma le sue parole trasudano sicurezza, esperienza, ardore. I suoi occhi scuri e le sue sopracciglia tenui addolciscono il suo sguardo, la sua voce è sempre elegantemente controllata. Guarda spesso in basso, talvolta si perde nei suoi pensieri. È una ragazza splendida.

Oggi, Angela prosegue col suo dottorato di ricerca su Anna Maria Ortese, presso l’università di Roma La Sapienza. La sua tesi Magistrale, Elsa Morante madre e fanciullo è stata pubblicata dalla casa Editrice Carabba ed è stata catalogata presso le università di Harvard, Standford, Yale e altre.

A distanza di cinque anni dall’uscita di MaliNati, Angela pubblica Preghiera d’acciaio (Bompiani, 2017). Ho pensato fosse la giusta occasione per incontrarla ancora e designare, finalmente, un ritratto di questa affascinante e giovane scrittrice.

 

 

Avevi solo 17 anni quando, con il racconto Il matrimonio¸ hai vinto il premio Verga. L’anno dopo ti classificasti seconda al premio Campiello Giovani, con il racconto Quarto di luna, l’anno dopo ancora, secondo posto al premio Calvino.

Eri giovanissima, allora. Mi chiedo, da conterraneo e conoscitore delle terre calabre, desolate e abbandonate da tutto e da tutti: dove hai trovato gli stimoli per iniziare e continuare a scrivere?

Paradossalmente li ho trovati proprio dalla mancanza di stimoli, interessandomi di letteratura. Non avevo nessuna biblioteca, nel mio paese, né una libreria. A Crotone c’era una libreria, ma era molto limitata. Per circa diciotto anni della mia vita non avevo assolutamente idea di cosa significasse avere tanti libri insieme, però potevo fantasticarci sopra.

C’è un altro fattore poi: la scuola. Insieme a molti cattivi insegnanti, ne ho avuti anche di buoni. Buonissimi anzi. Quelli di letteratura mi hanno sempre stimolato, mi hanno sempre spinto a scrivere e a leggere. Laura Bianchi, mia maestra delle elementari, è stata la mia chiave di volta. E dopo di lei il mio professore di latino e greco, Nino Pala, a cui sono legatissima; è stato lui ad iscrivermi al concorso Novelle dal Vero, dove arrivai prima. Era il 2006. Io ero molto restia. Fu anche lui che mi spinse a partecipare al premio Calvino, dove sono stata selezionata per la finale. Devo moltissimo a queste due figure.

 

Poi, nel 2009, sbarchi nella casa editrice Elliot, che ti ha portato tanta fortuna. Pubblichi La casa, finalista fra i primi 12 al Premio Strega, e avevi solo vent’anni. Parlami della Angela di allora e del testo

L’Angela di allora era ancora molto legata alla Calabria. Aveva lasciato la sua casa ed era in cerca di qualcosa di nuovo. Tuttavia, mi ritrovavo a fare i conti con una cosa che volevo fare da tempo: dare vita a un ritratto della famiglia di mia madre. Era una storia reale, che si scontrava con qualcosa che reale non era: la lingua che volevo inventare. Non era un’operazione di megalomania. Mi sono solo resa conto che, per scrivere quei personaggi molto particolari, avevo bisogno di una lingua diversa.

 

Una sorta di Antilingua.

Esatto. Forse perché, nell’italiano dei romanzi che leggevo, non trovavo l’empatia necessaria per arrivare a un italiano coerente, che mi soddisfacesse come per l’ultimo romanzo che ho scritto, che possiede una lingua depurata, scarnificata ma vibrante, quasi elettrica nella sua essenzialità. C’è ora un’intensità che a vent’anni non avevo.

 

Nel 2012 Hai lasciato Elliot e sei passata alla celebre casa editrice di Valentino Bompiani, dove pubblichi Malinati. Ti va di raccontarmi com’è nato questo passaggio.

Grazie ad Elisabetta Sgarbi. Ci incontrammo a Roma, mi disse che era interessata a pubblicare qualcosa di mio. Aveva letto La Casa e le era piaciuto.

Mi ha lasciato molto spazio per mettere in piedi un progetto come Malinati, che non è né narrativa né reportage. È qualcosa di ibrido, ma sempre profondamente letterario.

 

 

È un testo molto incisivo, che parte dal degrado calabrese e trova il suo culmine su un treno da Roma diretto a Lamezia Terme. Un vecchio ti chiede «Cosa vuoi fare da grande» e tu sfoghi questa sorta di frustrazione. Penso sia il punto nevralgico del testo, dove il degrado calabrese trova la sua unificazione nell’intera Italia. Riprendiamo il punto:

«Che cosa voglio fare? È ancora lecito chiederselo se il tuo Paese ti fa crescere con la convinzione che presto te ne dovrai andare, che l’Italia non è più il nostro posto? […] Che lavoro vuole fare la mia generazione? Dimmelo tu, vecchio, solo tu. Ora che ci hanno castrato le certezze e la fantasia. Ora che ci hanno castrato la certezza della fantasia. […] Non ci ascolta nessuno, vecchio, ci macellano e ci mandano nei mattatoi e subito ci abbandonano. Non ci educano, non ci conoscono.»

 

Raccontami il retroscena di questo episodio:

Avevo preso questo treno, tornavo a casa per qualche festività. Quelle discussioni nate dal nulla con i miei compagni di viaggio, conosciuti lì per lì, mi hanno spinto a concepire un testo quasi istantaneo, antico da una parte (perché proponeva problemi atavici) e d’altra parte aveva qualcosa di fulmineo, di veloce. Nel caso del dialogo con il signore, ci rimasi male un po’, perché credo lui volesse spostarsi su un fattore generazionale.

«Scendi in piazza e valli a vedere allora, mentre fanno lo sciopero della fame o si ammanettano all’ingresso dell’università, mentre scalano i monumenti delle città italiane in nome di una cosa chiamata istruzione pubblica, valli a vedere. Segui i vermi che subito vengono arrestati e picchiati. Stavano difendendo la cultura, vecchio, ma l’anticultura ha imparato a difendersi meglio in Italia»

È la banalità del male, ma anche la forza di questa banalità, che ormai è ovunque. Ricordo un intervento di Aldo Busi, diceva che era impensabile, anche fino a 50/60 anni fa, o molto meno, che un politico arrivasse a quel ruolo senza essere un grande esperto di greco, di latino, di arte. Erano, e sono tutt’ora le fondamenta per avere una coscienza critica. Guarda come siamo ridotti oggi.

 

Tuttavia, alla fine, quando a Lamezia scendi dal treno, nel viaggio verso casa è come se il tuo sguardo fosse docile nei confronti della nostra terra.

Sì, non penso sia una terra cattiva, bensì incattivita. Così come dice Ortese, quando se la prende quasi con il pianeta terra: sappiamo che la natura non è cattiva, ci si rivolta contro secondo il modo in cui la trattiamo noi ospitati. Perché siamo tutti degli ospiti, ricordiamolo.

 

 

Dopo cinque anni dall’uscita di MaliNati, pubblichi Preghiera d’acciaio. La storia di una ragazza che impara dallo zio Cacciatore ad essere Cacciatore lei stessa, al fine vendicarsi su una terribile bestia che, anni prima, aveva devastato la sua esistenza. Parlamene un po’.

Come dice Rust Cohle, in True Detective: «c’è solo una storia… la più antica. La luce contro l’oscurità». Il mio libro è questo. Preghiera d’acciaio parla di una ragazza che diventa un cacciatore, proprio come lo zio, suo mentore. Cacciatore che tuttavia è anche un sognatore, un filosofo morale, un osservatore magnificente, un viaggiatore in molti sensi. È vero che insieme ad altre vittime decide di farsi giustizia, ma è anche vero che il tema della vendetta è un forte distruttore, volutamente inserito. La vendetta infatti non l’ho mai vista come un fine, specialmente per la protagonista. Forse è più esplicita negli altri ragazzi. Se ci può essere una meta quella semmai è il perdono.

 

E come possono questi personaggi sopravvivere con questa “colpa” e andare avanti?

Come dicevo prima, tramite un perdono. Un perdono da dare in primo luogo a se stessi, oltre che, dove possibile, al loro carnefice. E l’unico modo per perdonare è accettare. Come? Viene detto nell’ultima parte. Devi passare attraverso la tua ferita superandola. Non la devi circumnavigare, né trovare scorciatoie. Devi scavare dentro il trauma, accettarlo e perdonarti.

Marco Ceravolo
Marco Ceravolo
Laureato in Lettere Moderne, Marco Ceravolo, Calabrese d’annata 1991, vive a Bologna, dove scrive canzoni e coltiva il sogno di diventare autore di racconti visionari e reportage di viaggio.
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