Ogni volta che la Victoria Line mi sputa fuori all’altezza di Highbury and Islington, che la strada sia invasa dal biancorosso indistinto dei tifosi dell’Arsenal o solo attraversata da signore in bicicletta che si riversano all’ingresso dei supermercati con i loro cani al guinzaglio, ogni volta che leggo Highbury Corner sulla piccola targa all’altezza del semaforo, io penso a un mantra lontano che dice «Highbury Bore Me». Highbury mi ha fatto nascere.
E poi sulla Northern Line, passando da Angel a Bank, «My feet are at Moorgate», ripete il mantra, così, attraversando tutta la città, in tutte le sue arterie, «London Bridge is Fallig Down», sta cadendo sotto i nostri piedi, sta cadendo da circa un secolo, ci dice il mantra, non ve ne siete accorti? Per chi arriva verso sud, per quegli esploratori metropolitani che si spingono vicini al meridiano, a quelli che attraversano le insenature del Tamigi – Sweet Thames – il mantra racconta di Isle of Dogs, l’isola dei cani, che si riflette nelle acque torbide insieme alle insegne dei pub della costa – O City, o City, I can sometimes hear beside a public bar in Lower Thames Street the pleasant whining of a mandolin. Quando rientro o vado via da Londra, diretta o reduce dalla stazione, percorro la bottiglia nei sotterranei della District allora è Richmond, è la fine: «Richmond and Kew undid me», ripete la voce.
Chi l’ha letta anche una sola volta ne sentirà l’eco per sempre tra quelle pareti concave e i corpi accaldati dalla fretta. C’è tutta Londra nei versi della Terra Desolata di T. S. Eliot e T. S. Eliot, le parole di T. S. Eliot, sono in Londra presenti e allacciate come tendini tra muscoli e ossa. L’eccezione di questa viscerale corrispondenza non sussiste solo nella sua effettiva realizzazione, ma è resa ancor più unica dal fatto che il maggior poeta inglese della modernità fosse in effetti americano.
Negli ultimi giorni è stata rilasciata la prima biografia ufficiale del poeta, nato a St. Louis nel 1888 e impiantato in Inghilterra solo in piena maturità, per gli ultimi anni del percorso di un dottorato all’Università di Oxford. C’era da aspettarsi forse questo rinnovato interesse della critica per questa figura, a cinquant’anni dalla scomparsa e cento anni dalla prima volta che il mondo conobbe la grandiosa potenza dell’immagine di un paziente anestetizzato sopra un tavolo, in attesa di un’operazione che percepiamo solo poter essere brutale (like a patient etherized upon a table). La canzone d’Amore di Alfred Prufrock, pubblicata nel 1915, traccia decisiva di un nascente modernismo letterario, è l’inizio della carriera di Eliot come poeta, ma anche l’approdo metaforico e fisico di un letterato che è stato emigrante e poi volontariamente esiliato, nell’eleggere quale patria l’Inghilterra negli anni del secondo conflitto mondiale.
Young Eliot non è solo la prima biografia ufficiale, è anche un documento inestimabile di testimonianza diretta, perché l’unico a riportare citazioni da lettere e scritti privati dell’autore. La ricostruzione di questi primi trentaquattro anni di vita, svelano quanto nascosto di T. S. Eliot prima di T. S. Eliot, quando ancora dietro quelle iniziali il suo nome – Thomas Stearns – veniva pronunciato per intero. Robert Crawford, allievo di quell’Ellmann già biografo di Joyce, restituisce il ritratto che dagli anni della formazione, dalla famiglia ad Harvard, lo porteranno ad attraversare l’Atlantico. La biografia racconta dell’incontro che avrebbe cambiato la vita del letterato, quello con Ezra Pound, episodio talmente decisivo che avrebbe giocato fortemente sulla scelta del poeta di non fare più ritorno in America. Si raccontano poi gli anni del tormentato matrimonio con Vivienne Haigh-Wood e l’ambiguo triangolo con Bertrand Russell, col quale Eliot fu più volte tradito dalla compagna, si riportano aneddoti riguardo l’amicizia con Virginia Woolf e il suo circolo di intellettuali londinesi. Tutto fino agli esordi. Young Eliot è il prequel di una vita che non è stata certo quella di un avventuriero, eppure anche solo in quella piccola porzione di mondo, Russell Square, dove gli uffici della casa editrice Faber&Faber erano situati, si è lasciata attraversare dalla storia lasciandoci sopra una firma.
«I grow old, I grow old» dice il poeta attraverso la voce di Alfred Prufrock. Invecchio, sto invecchiando. Già nel 1915, anno della pubblicazione di questi versi, Eliot tendeva a relegare dietro di sé la giovinezza, archiviarla come qualcosa di passato o mai avvenuto propriamente. L’alfiere del modernismo che sceglie il vecchio continente e volta le spalle al nuovo è anche l’uomo dell’avanguardia che non ha avuto bisogno di rompere con la tradizione o distruggerla per affermarsi. Come ricordano le meravigliose pagine di Tradition and Individual Talent, ogni scrittore, nell’atto di tracciare un segno di inchiostro su un foglio bianco, non può non pensare a quanto la propria opera andrà a inserirsi nell’affollato pantheon dei grandi maestri che lo hanno preceduto nel corso dei secoli, a ritroso. Nel farlo, dovrà assumersi la responsabilità di modificare l’ordine nella scacchiera: la presenza di una nuova opera letteraria si inserisce tra le precedenti e le modifica. Una responsabilità talmente grande che dovrebbe fungere da deterrente per chiunque si approcci alla letteratura senza riconoscerne il peso universale.
Young Eliot è la storia di queste contraddizioni e del mondo in cui arrivano a trasformarsi in geniali intuizioni e immortale poesia.
Young Eliot: From St Louis to The Waste Land by Robert Crawford – 493pp., Jonathan Cape
