Cronache di Britannia: Cronache di Britannia n° 2
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Cronache di Britannia n° 2

Dispacci dalla provincia inglese.

9 Set
2014
Cronache di Britannia

 Dispacci dalla provincia inglese

 

4. Lezioni di distanza

La mia camera è una sorta di seminterrato con una feritoria da cui ogni tanto – quando capita il sole – arriva un timido raggio di luce. Avere una finestra vera e propria, mi hanno detto le mie colleghe, non farebbe alcuna differenza. In inverno da queste parti è più probabile inciampare nella regina a passeggio che in una bella giornata.

Divido l’appartamento con Linda, un’istruttrice di Free Climbing, e Bella, una ragazza australiana che si occupa dell’amministrazione. Entrambe sono bionde, alte, muscolose, con qualcosa di wagnerianamente valchirico nell’aspetto che tutto sommato mi fa sentire protetta.

Nella sala comune c’è una collezione di DVD con particolare riguardo per i musical, i film disney e i migliori capolavori della commedia romantica americana.

Quando la prima sera, dopo cena, le nuove ragazze del College sono state raccolte in salotto, la mistress ha tenuto un discorso in cui le parole più frequenti erano lovely e fantastic. Ciascuna argomentazione ruotava attorno ad una cosa in particolare: dentro e fuori dalla scuola bisogna fare di tutto per essere impeccabili, nel comportamento, ma anche nell’aspetto. Adorabili. Leziose, perfino. Ne deduco che la selezione di film a disposizione all’interno della casa sia solo uno dei tanti strumenti al servizio della femminilità e della svenevolezza messo in atto dalla Direzione Generale della Scuola.

Ne sono sicura, si tratta di questo. Lo dico a Mauro al telefono. Gli scorro perfino l’elenco dei titoli sullo scaffale.

«Detta così è abbastanza inquietante, sono sicuro che stai esagerando.»

«La verità, te lo ammetto,  è che mi manca Londra da morire.»

«Ma sono appena ventiquattr’ore che sei lì, come fai a dirlo?» 

«Non hai ancora visto nulla, devi darti tempo», dice lui.

«Hai ragione», dico io. Darmi tempo. Eppure, eppure.

 

«Che cosa vedi dalla finestra?», gli chiedo. 

«Ma che domanda è? Niente, non vedo niente dalla finestra, lo sai cosa vedo dalla mia finestra, c’è solamente la fermata dell’autobus.»

«Esatto!», faccio io. E il volume della mia voce mi ritorna preciso, rimbalzando tra le quattro mura spoglie tinteggiate di nuovo.

«Ti prego. In questo momento, te ne prego, dimmi cosa vedi dalla finestra.»

Mauro abita nella zona est di Londra, a Mile End, sulla Central line. Ho passato tutta l’estate nella sua stanza, una sorta di quarantena, un limbo prima del trasferimento verso sud. Gli ho accudito i nani da giardino, in attesa che lui rientrasse dall’Italia. Ci ho passato ore a quella finestra, su questo può giurarci. Si finisce direttamente sulla fermata del 277, un autobus speciale, perché attraverso il Victoria Park e i London Fields arriva ad Highbury & Islington passando per Hackney. Tutta la nuova zona dei creativi, del co-working, i social media manager e i graphic designer, tutti gli occhiali a montatura spessa e i baffi e le biciclette a scatto fisso: tutta questa giungla urbana è tagliata in due dal passaggio del 277, in modo che ciascuna fermata può essere letta, a suo modo, come un campione di umanità allo stato brado. Ad avvicinarsi col microscopio, a volerle studiare, queste forme di vita fermentano a fior di pelle. Ti affacci al balcone, osservi una ragazza con i capelli azzurri e rosa, i colori sapientemente miscelati tra le ciocche, lo skate sotto il braccio, le scarpe di plastica che da bambina indossavo per arrampicarmi sugli scogli; questa ragazza che adesso mi pare brutta, perfino ridicola, so con certezza che tra un paio d’anni sarà riprodotta in alcuni club della nostra capitale tra Garbatella e San Lorenzo sempre troppo fieri di cavalcare in equilibrio l’ultima ondata di fatti dall’underground.

«Che cosa vedo dalla mia finestra,» dice Mauro. E me lo immagino avvicinarsi al davanzale. «Una ragazza vestita di nero con dei normalissimi anfibi neri e un cappellino da baseball. Contenta?»

Gli dico di continuare, sospesa a metà tra la sensazione di pace di un tossico che finalmente riempie la vena e uno strano senso di invidia, tratto comune di ciascun escluso. Perché nell’atto stesso di chiedere al mio amico di descrivere la scena io ne percepisco la distanza. Il mio non essere lì.

«Prosegui», gli dico. «Scommetto che non è tutto.»

«Ti giuro, è tutto», insiste lui.

«Non può essere tutto. Sono le cinque del pomeriggio, la gente non tornerà a casa fino almeno alle otto.»

«Niente», ripete. Ma poi sento un respiro profondo dall’altra parte della cornetta: una ragazza afroamericana con i capelli intrecciati si è avvicinata a controllare il percorso dell’autobus.

«Com’è fatta? Descrivi.»

«Sta arrivando l’autobus.»

«Descrivi.»

«Una tuta leopardata di peluches.»

«Lo sapevo!»

«Ora è salita sull’autobus. Va meglio?»

«Meglio», rispondo. Ma in realtà non è vero. Mi sento solo troppo peggio. Di tutti i luoghi da cui nella mia vita sono andata via, Londra è l’unica città che mi sia mancata davvero.

«Non ci credo che stai a questi livelli», dice Mauro a telefono.

«Ma figurati, scherzo. Lo sai come sono. Scherzo.»

«Lo immaginavo, ma sono sollevato. Sei la persona con più assi nella manica che conosco. Sentirti così mi fa strano.»

«Già.»

«E tu?», riprende Mauro «tu che cosa vedi dalla tua finestra?»

 

5. Involuzione della specie

Allora ho fatto una ricerca. Il primo pomeriggio libero da incontri e riunioni ho tagliato dritto dal mio appartamento alla biblioteca del college. È l’edificio più antico del campus, per arrivarci bisogna passare davanti alla mensa e alle aule di letteratura e chimica, poi si apre una strada attraverso il campo di rugby e la piscina e finalmente si arriva a una sorta di piccolo maniero in pietra grigia, molto simile a uno di quei castelli in plastica di Fisher Price. Ci sarà pure un aspetto positivo in questo maledetto posto, mi sono detta, qualcuno ne avrà scritto. Così ho cercato uno spirito guida in biblioteca che potesse aiutarmi a guarire la distanza da Londra, o ad alleviarla, almeno. A dispetto di quanto potessi immaginare, quelle mura dall’aspetto austero e gotico vantavano sugli scaffali poche e modernissime edizioni di classici essenziali della letteratura inglese, qualche volume di autori latini con le pagine ancora incollate tra loro e una grande, immensa varietà di testi di economia, business, marketing e manuali pieni di figure illustrative sul come raggiungere il successo nella vita. 

In un angolo riposto e impolverato, raccolta su tre piccoli ripiani, finalmente incrocio la bibliografia dedicata alla città o in qualche modo a essa collegata. Tutta la prima fila è occupata dai titoli più famosi di Walter Scott. Un po’ mi si illumina lo sguardo, prendo La Sposa di Lammermoor, lo sfoglio alla ricerca di qualche indizio rivelatore. Non lo trovo. Passo a Ivanoe. Niente.

«Desidera qualcosa?», chiede la bibliotecaria, una ragazza un po’ slavata con un paio di occhiali da vista impreziositi da swarowsky fluorescenti. Deve averlo letto sul Manuale per farsi notare in biblioteca, da qualche parte nella sezione Tempo libero. 

«La ringrazio, sto facendo una ricerca. Quale di questi libri è ambientato a P*****th?»

«Nessuno», risponde seccamente, ma continua a guardarmi senza dire una parola.

«Quindi sono qui per via dell’autore, fantastico. Sir Walter Scott ha vissuto qui?», domando. Con lo stesso entusiasmo nella mia vita ho solo chiesto se davvero le Spice Girls avessero annunciato una reunion.

«No», risponde ancora lei. Qui c’è solo nato. Poi se n’è andato.

«Ah. Tipo subito?»

«Tipo subito, sì.»

«Esiste almeno una targa, qualcosa, per indicare il posto? La vecchia casa?»

«Bombardata. Seconda guerra mondiale», aggiunge masticando una gomma. Poi fa spallucce e dice sorry in un modo che non le dispiace affatto.

 

Non trovo molto altro oltre a testi geografici con fotografie spettacolari dell’inverno rigido che si abbatte sulla costa sottoforma di onde altissime e cupe. Mi perdo nell’immagine del primo faro al mondo costruito nel mezzo del mare, l’Eddystone, messo su per ridurre il numero delle navi che andavano a morire contro gli scogli di P*****th dai tempi dei Fenici a quelli di Churchill; mentre guardo le figure un poco in trance mi sento picchiettare una spalla, ed è la bibliotecaria, di nuovo lei. Riconosco il rumore della sua gomma da masticare, l’odore intenso di fragola, prima ancora di girarmi. «Puoi vedere questo, se ti interessa, mi dice. In genere non lo teniamo fuori, ma insomma.»

Mi passa un volume dei taccuini di Charles Darwin, Viaggio di un naturalista intorno al mondo. Il giovane scienziato ancora ventenne si era imbarcato proprio da qui per arrivare a formulare la teoria scientifica che avrebbe cambiato per sempre la storia dell’umanità. Evoluzione della specie, selezione naturale e tutto. Un’introduzione dice che il naturalista è arrivato alla base nautica intorno a ottobre, in attesa che la nave fosse pronta per salpare. Ha aspettato due freddissimi mesi e poi finalmente il 27 dicembre del 1831 il Beagle ha levato l’ancora. Il resto della storia poi rasenta la leggenda, le Galapagos, le tartarughe, eccetera. Febbrilmente lascio scorrere le pagine dei taccuini sotto le mie dita. Dovrà pur esserci nel diario una traccia di quei due mesi invernali trascorsi in città. E infatti la trovo.

«Darwin sembra aver avuto una pessima opinione di P*****th. In un capitolo raccolto in Vita e lettere di Charles Darwin suo figlio Francis riporta questo commento riguardo i due mesi trascorsi prima del viaggio verso il Pacifico: “Il tempo passato in questo posto è stato il peggiore della mia vita”. Quando il Beagle attracca di nuovo in Inghilterra, Darwin si dirige di corsa versol Falmouth, nella casa di famiglia a Shrewsbury, da dove scrive, quattro giorni dopo, al Capitano Fitzroy, che invece si era diretto a P*****th: “Avrei voluto con tutto il cuore scriverti questa lettera immaginandoti tra i tuoi amici, piuttosto che saperti ancora una volta nell’orrenda P*****th”.» 

Restituisco il libro alla bibliotecaria che solleva gli occhi da un volumetto rosa shocking e il titolo – All the single ladies – in rilievo e un po’ catarifrangente.

«Se può interessarti, al museo civico ci sono molte informazioni sulle persone che si sono imbarcate da qui», mi dice questa volta col respiro al sapore di vaniglia. «Francis Drake, per esempio, dovrebbe esserci qualcosa anche a proposito del suo viaggio intorno al mondo.»

«Interessante, grazie mille. E si è fermato qui per qualche tempo?»

«Ma no, figurati. Ti pare. Il giorno stesso dell’approdo se n’è rientrato a Londra.»

 

6. Le tombe e le ancore

Quando svegli quindici atlete d’elite alle cinque del mattino per la loro lezione di nuoto, può risultare difficile riprendere sonno. È qui che si palesa a volte una strana voglia di andare a correre. La mattina alle prime luci dell’alba ci si alza con il rumore dei gabbiani e i passi delle ragazze che si affrettano lungo le scale del dormitorio. Le accompagno in piscina, poi piano piano mi allontano senza neanche pensarci troppo su e comincio a correre, così, senza sapere dove andare, lasciandomi guidare dalle discese che circondano le mura del college, consapevole che al rientro si trasformeranno in salite, ma poi si vedrà, poi ci si pensa, poi.  C’è qualcosa in queste discese ripide, nei saliscendi, nelle case dai colori pastello e i tetti a punta, qualcosa che mi ricorda San Francisco. Villette a schiera strette, addossate come signorine sull’autobus nell’ora più affollata del giorno sembrano a tratti le cugine per bene delle Painted Ladies da cui nel 1969 prese inizo la Summer of Love.

Quando penso sia ora di rientrare e torno a valutare tutte le salite che mi aspettano, decido di optare per un percorso alternativo. Succede così che finisco per perdermi a Ford Park. Succede così che intorno alle sette del mattino ci sono io che fronteggio le porte dell’antico cimitero della città. 

E se fosse proprio questo il posto adatto per trovare il mio spirito guida? Uno spiritello, uno di quelli piccoli, ecco, me lo farei pure bastare per adesso. Allora entro.

 Il cancello cigola appena lo sfioro, come tutti i cancelli cimiteriali che si rispettino. Non è ancora orario di visite, ma in una sorta di edificio mi pare di aver visto entrare qualcuno.

«Una tazza di tè?», mi dice una signora appena metto piede dentro quello che ovunque, in Italia, sarebbe stata una sala di passaggio per le bare dal carro funebre alla fossa. In realtà è una specie di reception per turisti, con biscotti al burro e libri usati da prendere in prestito. Un piccolo carrello sul fondo della stanza mette anche in mostra una serie di dvd da American Pie all’ultimo Iron Man. «Faccia pure», dice la vecchia. 

Sono confusa. Torno all’esterno, passeggio tra gli avelli ordinati, il prato è di un verde acceso e ben tagliato e appena trovo una panchina di legno lungo il percorso decido di fare una sosta. È in un punto rialzato della collina. L’occhio sorpassa una barriera di lapidi sottili e oblunghe e poi si apre alla vista di parte della città. Questa mattina è così nitida che si arriva perfino a scorgere la baia, dove prima o poi dovrò spingere le mie esplorazioni. «Non ci andrei troppo in giro» mi ha detto Mrs Mupetts il primo giorno. Così l’ho inserito tra le cose da fare al più presto.

Le lapidi di questo cimitero non fanno né paura né tristezza. Due bambini in bicicletta percorrono i vialetti tra le tombe e dal parco accanto, contiguo alle mura, altri ancora se ne sentono rincorrersi tra grida e risate, che in principio avevo immaginato appartenere a gruppi di folletti mattinieri. Del resto, siamo a due passi dalla Cornovaglia. Il Devon finisce giusto ai limiti del Golfo. Incrocia il mio sguardo anche una lepre dal pelo rosso, poi scappa via.

Il vecchio cimitero di Pl****th sembra il fondale di un porto privato dell’acqua di mare. Moltissime lapidi hanno la forma di un’ancora o hanno un’ancora che si staglia in bassorilievo sul blocco di marmo.

Un condominio all’aria aperta popolato di Johnson, Lindson, Pattinson, Howards, Joyce, Smith; così pieno di Geoffreys, Rosies, Beatrix e Sammies che a leggerne i nomi quasi ne percepisco il chiacchiericcio sepolto. Erano soprattutto marinai imbarcati fra le due guerre. Erano soprattutto infermiere e operaie, che invece sono rimaste nell’attesa. Ci sono le storie di chi era stato dato per salvo, ma non è più tornato; ci sono le storie di chi, dato per spacciato, a dispetto di tutti ha poi fatto ritorno a casa. Uno dei primi è John Talbot, un giovane ragazzo di P*****th imbarcato nel Pacifico nel 1944. In ottobre aveva scritto una lettera alla sua futura sposa, Rosie, cameriera al pub Crown and Anchor, giù al porto. Per errore il messaggio era stato datato a un mese dopo, 28 novembre. La sua nave andò a picco gli ultimi giorni di ottobre. Quando Rosie riceve la lettera è il 5 dicembre, John Talbot è ancora vivo per qualcuno che ha troppo bisogno di sperare che lo sia. Quella stessa speranza lo ha salutato in prima fila, al cimitero, il giorno delle esequie.

La seconda storia invece è di un tale John Bond. Arruolato in marina sulla H.M.S. Amphion, fu dato per disperso insieme ad altri 150 marinai della flotta britannica a causa di mine tedesche sottomarine. Una lapide al cimitero ne ricorda la scomparsa, ma leggenda vuole che sotto la terra che ne copre la bara non riposi in pace alcun corpo. Né anima alcuna. Un mito alimentato dall’estro e dalla noia di uno scrittore, che da marinaio ha voluto fare del signor Bond un agente segreto con un semplice passaggio da John a james, facendo bene attenzione a mantenere le stesse iniziali. Chissà cosa avrebbe detto il lupo di mare a questa seconda, inattesa possibilità di carriera ed immortalità.

 

C’è qualcosa in questo posto, in questa piccola città compresa tra due fiumi. C’è qualcosa in questo golfo che mi chiama e che ancora non so. Così tanti i nomi di marinai, scrittori, pirati e poeti che sono arrivati da queste parti per fare poi grandi cose, eppure andando via per sempre. Quale sarà il mistero di questa ingratitudine, mi chiedo, mentre il respiro si fa più pesante per la salita che mi riporta al college. C’è un gabbiano che mi osserva dalla cima della rete del campo di rugby. Lui conosce la risposta, ne sono certa.

«Non chiedere oltre», sussurra. Solo questo mi dice. Lo sento rispondere attraverso i suoi occhi a fessura.

 

Leggi le puntate precedenti: Cronache di Britannia n° 1

Leggi le puntate precedenti: Cronache di Britannia n° 2 

Leggi le puntate precedenti: Cronache di Britannia n° 3

Leggi le puntate precedenti: Cronache di Britannia n° 4

Leggi le puntate precedenti: Cronache di Britannia n° 5

Leggi le puntate precedenti: Cronache di Britannia n° 6

Leggi le puntate precedenti: Cronache di Britannia n° 7

Olga Campofreda
Olga Campofreda
Olga Campofreda è nata a Caserta nel1987. Giornalista pubblicista, ha scritto per il quotidiano Il Mattino, occupandosi di cultura e spettacoli. È laureata in lettere moderne e collabora con diverse testate e web magazine (il manifesto, Freakout, Collater.al, Dude Magazine). L’ultimo libro pubblicato è Caffè Trieste (Giulio Perrone Editore, 2011), un reportage sulla poesia di San Francisco con un’intervista inedita a Lawrence Ferlinghetti.
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