Cronache di Britannia: Cronache di Britannia n° 3
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Cronache di Britannia n° 3

Dispacci dalla provincia inglese.

16 Set
2014
Cronache di Britannia

 Dispacci dalla provincia inglese

 

7. Cuius regio

Circa un anno fa, alla vigilia della partenza, mia madre ha preso a riempire lo spazio vuoto della valigia con medicine di ogni sorta, perché non si può stare mai tranquilli, con tutta la gente che passa per Londra da ogni parte del mondo. Poi c’è stato altro, perché dove la scienza umana non arriva e le case farmaceutiche perdono voce in capitolo, ecco, è proprio lì che entra in campo la figura del Santino. Gli Ex voto, o – se si preferisce – metodi di protezione preventiva. Il Santo dello studio, quello dei viaggi, quello degli italiani all’estero, quelli degli italiani all’estero che cercano lavoro dopo essersi messi in viaggio per studiare e via dicendo.

Tra la medicina e l’appello al Santino c’è poi un ordine intermedio. Una sorta di Oki/Aspirina che precede l’assunzione dell’antibiotico. Mi riferisco alle immaginette dei morti, la cosa più inquietante che ho ritrovato tra i vestiti una volta giunta a destinazione oltremanica. Facce da lapide con contorni in dissolvenza luminosa stile videoclip anni Ottanta. E forse ancora posso capire le foto dei miei nonni, in un certo senso spiriti atavici che infondono una protezione da Sacri Penati, da culti orientali. Ma poi ci sono anche i prozii e certi parenti lontani deceduti prima del tempo (buonanime) i quali tuttavia neppure da bambina – quando avrebbero potuto – avevano mai dato segno di interessarsi particolarmente alle mie faccende. Mai calcolati da vivi, non ho ancora capito perché, secondo mia madre, questi uomini santi avrebbero dovuto proteggermi adesso. 

La prima settimana di College è cominciata con una serie di corsi di preparazione alla vita nel College, tra cui quello di Pronto Intervento. Ho cercato di spiegare a chiunque, in modo diverso, dal ragionevole al disperato, che davvero, a me fa impressione il sangue. Poi sono un’anti-interventista, ma da sempre, sempre stata in ogni fase storica che abbia mai portato alle interrogazioni, figuriamoci poi gli interventi chirurgici et similia. No. Probabilmente farei più danni che altro, nessun ferito vorrebbe realmente trovarmi davanti anche se fossi l’unica persona in circolazione per dare una mano, chiamare un’ambulanza… insomma, capisce?

Lo spazzino scuote la testa e mi dice di entrare.

Tanto poi sono sempre io che pulisco, dice. 

Quando entro nel salotto dei Muppetts, dove passerò il resto della mattinata di corso, tutti gli altri dello staff sono già affondati sul divano e un’infermiera in divisa azzurra che pare uscita dal set di Addio alle Armi sta mostrando al centro della stanza come utilizzare un defibrillatore con un manichino. Il manichino ha la bocca aperta, di plastica. Per un attimo l’ho visto lanciarmi uno sguardo e chiedermi pietà.

«Prego si accomodi Miss», mi dicono. «Ha portato tutte le sue medicine?», mi dicono. 

E io le ho portate e le consegno. Perché non vogliono che ci curiamo da soli, da queste parti, non vogliono. «Dobbiamo impedire qualsiasi tipo di abuso», mi dicono. «O esperienze spiacevoli. L’anno scorso c’è stato un caso…. Oh, ma lasciamo stare queste cose. Adesso siamo pronti ad affrontare tutto.»

«Capisco», rispondo. E consegno il pacco di mia madre.

«Italiana?», sorride l’infermiera, soppesando il fagotto.

«Essì», e le mostro anche un’immaginetta di San Biagio, protettore della gola, che non si può mai sapere e lo tenevo in tasca perché oggi giusto giusto c’era un po’ di vento.

Ride ancora, con un gesto della mano mi chiede di rimetterla a posto. Ed è allora che mi sento un po’ così, attaccata a quel Santino e un po’ ferita nell’orgoglio. Non lo so, non lo so. Tenetevi pure i vostri poster motivazionali, le vorrei dire. La stanza ne è piena. Orribili foto scattate a fine anni Settanta che ritraggono gente che si tende la mano, sorride e tutto il resto. Possiamo farcela insieme e tutto il resto. Tieni duro fino alla fine, rincorri il tuo sogno e quant’altro.

Ma piuttosto, una carta da parati?

Mentre spingo con due mani trenta volte sullo sterno di plastica del povero manichino –mentre alle mie spalle mi dicono forza, stanno arrivando i soccorsi, così, come fosse tutto davvero reale – io non riesco a non domandarmi quante di quelle persone nei poster abbiano usato i soldi della campagna motivazionale per andarsi a fare di eroina. Quanti di loro siano ancora in piedi, vivi, coscienti dopo il 1977.

Una sorta di allarme gracchiante viene fuori all’improvviso dall’apparecchio del defibrillatore. Lo abbiamo perso, dice l’infermiera. Devi fare più pratica.

Lascio il posto alla collega di rugby e intanto con la mano nella tasca inizio a mettere a fuoco le immaginette sacre di mia madre, casomai esistesse un santino adatto in casi di rianimazione.

 

8. Eius religio (od anche: breve nota sugli schermi ultrapiatti nella chiesa battista)

Poi tutti sono stati convocati per la grande cerimonia di apertura dell’anno scolastico. L’unico edificio abbastanza grande da contenere circa trecento persone, tra staff, docenti e studenti del College, era la chiesa battista alla fine della strada in direzione del centro della città. Mi era già capitato di notarla, come si notano solo certe persone particolari in una foto di gruppo. Il giorno del mio arrivo, nel percorso selezionato dal tassista, mi ero vista scorrere davanti agli occhi una serie di edifici uno dietro l’altro, tutti molto simili tra loro nel modo in cui si presentavano come parte di una scenografia. Tra le villette spuntavano case un po’ più grandi con una croce sulla sommità disegnata in vari modi, ma pur sempre una croce. In bella vista all’ingresso ciascuno di questi edifici esponeva poi su un grande cartellone effetto cinema gli orari degli eventi: benedizione ore 10, spezzare il pane ore 12, tè pomeridiano coi fedeli ore 15, socializzazione neofiti ore 16 e via dicendo. Sono passata davanti ai quaccheri, con i loro manifesti ricchi di colombe e sfumature ammiccanti a qualsivoglia forma di purezza; davanti alla chiesa anglicana di San Matthias, specializzata nella catechesi dei bambini,  pubblicizzata dal cartellone sul portale; davanti alla chiesa dei Santi del Settimo Giorno, sobri e intellettuali, a dispetto del nome un po’ pacchiano, e specializzati in reading di testi sacri ed esegesi.

La chiesa battista – come potevo dubitarne? – è la versione di lusso di tutti gli altri templi sacri appena elencati. L’Hilton delle chiese di P****t, per intenderci. Come al solito sono una degli ultimi a entrare e i coniugi Muppetts mi dicono vieni, vieni pure, siedi con noi. Appena prendo posto, una serie di schermi ultrapiatti discende sulle nostre teste come Spirito Santo ma in alta definizione e una serie di frasi scritte in caratteri bianchi su fondo blu elettrico appaiono in sovrimpressione. I coniugi mi dicono di prestare attenzione e nello stesso istante in cui puntano il dito verso lo schermo le parole iniziano a colorarsi e la gente inizia a cantare.

La canzone di apertura della messa. Al karaoke.

Un inno che dice qualcosa del tipo Gerusalemme, giardino dell’Eden, questo regno noi ci ricreiamo in terra, in Inghilterra e viva la regina e non so che altro. Veramente. Non lo so cosa diceva la canzone, non lo so. C’era una volta una chiesa battista, degli schermi ultrapiatti e un karaoke. Non credo sia importante aggiungere altro.

Piuttosto ecco, dopo questa antifona, il rettore del College prende la parola e ringrazia chi di dovere per aver concesso gli spazi. Non ci sarà nessuna messa, la canzone, a quanto sento dire, era una sorta di etichetta che lo sponsor aveva imposto come condizione. Non si sa mai che scappi qualche conversione, tutto sommato. Parte poi un discorso su quanto sono stati bravi e belli gli studenti nel semestre precedente. Scatta elenco nomi di atleti che hanno vinto cose, dal nuoto agli scacchi passando per le gare di spelling. Ciascuno di loro arriva sull’altare designato a palco, ciascuno viene vestito di toga nera e sfila attraverso la navata a testa alta mentre gli schermi ultrapiatti rimandano scene del successo del personaggio in questione.

Alla fine, circa cinquantasei vestizioni di toghe più tardi, buon inizio e buone cose, i titoli di coda sono introdotti da altro video questa volta accompagnato da canzone di Katy Perry che, non posso fare a meno di notare, è l’equivalente dei loro amati poster motivazionali però in versione audio.

Buon lavoro a tutti voi, dice il rettore, adesso ciascuno alla propria mansione. Gettate il cuore oltre l’ostacolo e andatelo a prendere. Applausi, applausi scroscianti. Le infermiere in terza fila che si commuovono, ci si abbraccia e ci si complimenta a vicenda e poi si affretta il passo per anticiparsi al suono della prima campanella. Pure io me ne torno verso la palestra, che si è fatta ora finalmente di tirare fuori le spade e iniziare a studiare i miei allievi nascosta dietro il reticolato scuro della mia maschera di scherma. Mentre indosso il guanto e tiro fuori la lama, lentamente, come il rituale di un samurai, ritorno alle parole del rettore e perché mai, perché mai – mi domando – io dovrei gettare via lontano questo mio cuore, andarlo a riprendere, faticare a raggiungerlo, se già me lo trovo vicino. Perché.chiesabattista

 

9. Cattività

Le lezioni di scherma si tengono nella sala di squash. Si entra nel centro sportivo, si attraversa la palestra di basket e si accede in questo stanzone pavimentato di legno. Sulla parete d’ingresso si apre una specie di balconata che affaccia sulla stanza attraverso un vetro in plexiglass. È stata questa cosa del plexiglass a fregarmi. Quando arrivai a maggio per il colloquio è stato proprio lì che si sono seduti tutti a guardarmi, l’unico colloquio di lavoro in cui non ho dovuto parlare ma solo far vedere cosa ero in grado di fare. Così bello da non sembrare reale. Erano tutti schierati, il rettore, il maestro di fioretto, il preparatore atletico, il direttore del centro sportivo. Se ne stavano oltre il plexiglass a osservarmi dare lezione di spada alla loro atleta di punta, una ragazza di sedici anni della nazionale giamaicana. Per fortuna questo l’ho scoperto dopo, o non avrei ostentato tanta sicurezza. Mi sono presentata forte dei colori della mia divisa italiana, e così, travestita da maestra di scherma, ne ho interpretato la parte. Nella sala di squash con la commissione a guardare, con l’atleta di punta a contatto di lama io mi sono sentita una professionista trattata da professionista, e allora ho detto sì, lo accetto questo lavoro, se mi volete io lo accetto. Plexiglass + tutte le volte che in Italia mi hanno dato della stagista anche quando non lo ero più da un bel pezzo. Plexiglass + tutte le volte che non mi hanno neanche risposto ai cv o – nel rispondermi – hanno aggiunto un buonafortuna e complimenti per il cv.

La gente dietro quella parete di plexiglass mi aveva chiamato appositamente dal mio piccolo club sul Tamigi, mi volevano. Perciò appena tornata a casa, senza tirarla troppo per le lunghe, ho mandato una mail con un grande YES segnato in stampatello e questa è la storia di come sono andate le cose. Né più né meno di un sì scritto nel corpo di una mail.

Quando mi metto a letto alle nove di sera dopo otto ore di scherma e penso che mi manca quella maledetta Londra da morire, io visualizzo il maledetto plexiglass e gli addosso tutte le colpe. Non mi fa star meglio, ma in ogni caso pare un buon metodo per prendere sonno.

La maggior parte delle ragazze che alleno ha cominciato da poco, quindi si parte dai fondamentali. Arrivano una alla volta, certe volte le lezioni si accavallano per un poco e allora ce ne stiamo a fare due chiacchiere ma non troppe. In questi momenti il loro profumo alla vaniglia, le fragranze dei loro lucidalabbra invadono la sala che normalmente invece affonda in un miasmatico binomio gomma-sudore. Sono tutte bionde, alte, sottili. Hanno i capelli lisci –tutte – e i movimenti gentili. Quando mi colpiscono – ogni volta che mi colpiscono – mi chiedono scusa. Questa cosa mi fa veramente andare fuori di testa.

Non andiamo da nessuna parte se continuate in questo modo, gli ho detto. Perché insomma, nel momento in cui la maschera vi scende sulla faccia, nessuno più ci farà caso ai sorrisi carini quindi —

[se sostieni il fair play non leggere oltre]

— se vi dispiace colpire l’avversario o peggio ancora: se vi dispiace batterlo, allora meglio che lasciate perdere. Le lezioni di drama sono dall’altra parte del College. Sareste una bomba, ne sono sicura.

Una cosa io me la sono sempre detta: nessuno qui si sta allenando per partecipare. O per essere gentili. O per provare empatia con chi ci sta davanti. Quello viene dopo.

L’ho sempre pensata così e certe volte è andata benissimo. Altre volte malissimo, ma sempre meglio della mediocrità. Questo dico.

Le giovani ninfe stanno in silenzio, hanno recepito il messaggio, lo leggo dai loro occhi, però dura un secondo. La porta della sala di squash si apre bruscamente e sull’ingresso compare un ragazzo alto, bruno, la maschera sotto il braccio e la spada nella mano. Scusate, ci dice, aspetto fuori il mio turno. 

 

Jason Anderson, 18 anni, Scozia.

Le ragazze rompono le righe e cominciano a parlarsi sottovoce, a toccarsi i capelli, sistemarsi gli orli delle magliette sudate.

«Allora?» Faccio io. «Jason Anderson?»

«Jason Anderson», ripete Olimpia, la ragazza francese.

«Ma tanto non c’è niente da fare, è già preso» – le fa eco Sydney.

Certe volte è più forte di me. In casi come questo non posso fare a meno di chiedere oltre.

«E da chi? Già preso tipo da chi?»

«Georgina Muppetts», rispondono un paio di ninfe all’unisono.

«E chi sarebbe?»

«La figlia di Mr e Mrs Muppetts. Ha quindici anni. Una mezza suora»

«Una suora totale!»

«Pensa che è nata nel College e non ha mai vissuto fuori di qui. Quando lui l’ha lasciata l’anno scorso lei c’è stata malissimo, pensa che—

Bussano alla porta. Entra il maestro di fioretto.

«È per te Jason Anderson?» Mi chiede.

«È per me.»

Saluto le ragazze, indosso la maschera. C’è quella storia degli allievi e gli insegnanti, che non bisogna farsi troppo coinvolgere, tenere le distanze, evitare le ambiguità, eccetera. Ecco: finalmente la capisco.

 

Leggi le puntate precedenti: Cronache di Britannia n° 1

Leggi le puntate precedenti: Cronache di Britannia n° 2 

Leggi le puntate precedenti: Cronache di Britannia n° 3

Leggi le puntate precedenti: Cronache di Britannia n° 4

Leggi le puntate precedenti: Cronache di Britannia n° 5

Leggi le puntate precedenti: Cronache di Britannia n° 6

Leggi le puntate precedenti: Cronache di Britannia n° 7

Olga Campofreda
Olga Campofreda
Olga Campofreda è nata a Caserta nel1987. Giornalista pubblicista, ha scritto per il quotidiano Il Mattino, occupandosi di cultura e spettacoli. È laureata in lettere moderne e collabora con diverse testate e web magazine (il manifesto, Freakout, Collater.al, Dude Magazine). L’ultimo libro pubblicato è Caffè Trieste (Giulio Perrone Editore, 2011), un reportage sulla poesia di San Francisco con un’intervista inedita a Lawrence Ferlinghetti.
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