Cronache di Britannia: Cronache di Britannia n° 4
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Cronache di Britannia n° 4

Dispacci dalla provincia inglese.

24 Set
2014
Cronache di Britannia

 Dispacci dalla provincia inglese – Express Edition

 

10. Usi e costumi dei Britanni nell’ora del tè (proposte etnografiche)

Nel corso delle interminabili prime settimane di College è stata soprattutto la mensa l’oggetto dei miei studi e delle mie osservazioni. Cominciate inizialmente come tentativi disperati alla ricerca di vie di fuga, successivamente si sono trasformate in osservazioni sociologiche non appena resami conto della difficoltà di qualsivoglia evasione. Direttrice, Rettore, colleghi insegnanti e allenatori: possibile che Platone non ci fosse arrivato? Chi controllerà i controllori, sono i controllori stessi

Avidamente, inoltre, mi sono più volte trovata a ripetere ai miei amici e a me stessa che dopo anni passati a disperare uno stipendio vero, una cosiddetta vita adulta lontana da pagamenti in nero, bustarelle di contentino e scambi di visibilità, ecco, non avrei abbandonato la nave prima di aver raggiunto la somma necessaria per apparecchiare la mia fuga lungo il percorso della Via della Seta, direzione India. L’ho detto così, il giorno del concerto di Johnny Greenwood a luglio, quando la partenza per P****th è stata resa ufficiale. Il primo paese che mi è venuto in mente, lontano e un sacco spirituale, abbastanza comunque da giustificare la venalità della mia affermazione. Sto qui, accumulo denaro, poi me ne vado in India. Questa frase è diventata il mio personale sutra del loto, e me lo ripeto ogni volta che alle ore nove di sera nel mio sottoscala la connessione internet non funziona e magari neanche il telefono ed è un martedì, con le strade deserte e tutto il resto. Solo i gabbiani. Allora penso all’India e osservo, così qualche volta mi accade perfino di vedere.

Per esempio oltre alcuni stereotipi. La cultura inglese è scandita ciclicamente da fasi precise che ruotano intorno alla cerimonia del tè. Si potrebbe argomentare che va bene, non c’è nulla di nuovo, e non è poi così dfferente da un certo culto italico-meridionale per il caffè. Ma lasciate pure che vi dica una cosa: la differenza è abissale e coinvolge le radici profonde delle culture dei due popoli. Se vogliamo, la sola cosa che le due bevande hanno in comune è un’origine coloniale imperialista che in Italia – coerentemente a ciascun dittatore italiano – ha perso la forma del sacro per abbracciare il campo semantico del gaudio (talvolta del ridicolo, della macchietta); in Inghilterra no. Benché parodizzata da molti, la tradizionale usanza del tè (rigorosamente senza zucchero, con latte) è un’estensione del patto sociale nel quale tutti i sudditi del Regno si ritrovano coinvolti, partecipando a quella che altrove da Northrop Frye è stata definita una metafora reale (royal metaphor): un corpo unico, lo Stato, formato da molti individui. Il Sovrano che è lo Stato che sono i suoi Sudditi.

Il tè di qualsiasi ora in Inghilterra è l’unico momento in cui la regina concede al suo popolo di salire sul suo stesso piedistallo, assaggiare l’ambrosia, acquistarla, perfino, disporne a piacimento senza neanche doverle chiedere il permesso. La regina e gli inglesi sorseggiano il tè allo stesso modo, negli stessi momenti. Consapevoli poi del retaggio dell’impero, deglutiscono allo stesso modo, e allo stesso modo percepiscono il gusto della bevanda sul palato. Tutto questo in una frazione di secondo troppo breve per essere catturata, e perciò possibilmente reiterata più volte nel corso di una giornata.

Piuttosto ho sempre letto nella nostra pausa caffè un disperato tentativo di dimenticare. L’homo italicus si approccia al bancone di un bar, fornisce uno scontrino di circa ottanta centesimi e con quegli ottanta centesimi compra un rispetto spicciolo, letteralmente spicciolo, che accompagna al suo nome un appellativo di reverenza quale professore, ingegnere, avvocato, cavaliere e via dicendo.

Nella lunga frequentazione di bar napoletani, nei miei anni universitari, ho capito che la corrispondenza significante-significato, quando si tratta di tali appellativi, non segue le convenzioni generali. Il campo semantico dei mestieri come ingegnere, avvocato, professore, dottore, segue i principi di una gerarchia sociale che prevede non uguaglianza, ma dislivello (laddove professore è più di ingegnere ma meno di avvocato che a sua volta è un grado inferiore alla qualifica di dottore). L’homo italicus si approccia al bancone del bar e manda giù il caffè come fosse medicina amara. Acquista, paga per il riconoscimento di un’identità sociale che non è parte di un tutto, ma individuale.

L’homo italicus beve il caffè per uscire momentaneamente da un’uguaglianza che il più delle volte è sinonimo di appiattimento o rassegnazione. Per questo più che cerimonia di consapevolezza, come per gli inglesi, in Italia io lo definisco un rituale volto alla dimenticanza, alla distrazione momentanea dallo status quo.

 

Leggi le puntate precedenti: Cronache di Britannia n° 1

Leggi le puntate precedenti: Cronache di Britannia n° 2 

Leggi le puntate precedenti: Cronache di Britannia n° 3

Leggi le puntate precedenti: Cronache di Britannia n° 4

Leggi le puntate precedenti: Cronache di Britannia n° 5

Leggi le puntate precedenti: Cronache di Britannia n° 6

Leggi le puntate precedenti: Cronache di Britannia n° 7

Olga Campofreda
Olga Campofreda
Olga Campofreda è nata a Caserta nel1987. Giornalista pubblicista, ha scritto per il quotidiano Il Mattino, occupandosi di cultura e spettacoli. È laureata in lettere moderne e collabora con diverse testate e web magazine (il manifesto, Freakout, Collater.al, Dude Magazine). L’ultimo libro pubblicato è Caffè Trieste (Giulio Perrone Editore, 2011), un reportage sulla poesia di San Francisco con un’intervista inedita a Lawrence Ferlinghetti.
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