Cronache di Britannia: Cronache di Britannia n° 5
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Cronache di Britannia n° 5

Dispacci dalla provincia inglese.

30 Set
2014
Cronache di Britannia

 Dispacci dalla provincia inglese

 

11. Prep Time

Sono rimasta a osservarla per tutto il tempo che ho trascorso in biblioteca.  

Scarsi cinquanta minuti, non di più. Questa sessione di studio la chiamano Prep Time e si tiene ogni pomeriggio dopo cena, dalle sei e mezza alle sette e mezza, per i ragazzi che hanno bisogno di approfondire un argomento o essere aiutati in qualche materia che non gli va a genio. Non mi è dispiaciuto dare una mano, quando mi è stato detto che una volta alla settimana mi sarebbe toccato questo compito. Eppure quando martedì mi sono seduta al banco dei prestiti, con la visuale panoramica di tutti gli studenti, io sono rimasta ad osservarne solo una, da lontano. Tutti gli altri cercavano piuttosto di ingannare il tempo alla buona, con auricolari più o meno nascosti e musica rap sparata alta nelle cuffie, così che – per quanto cercassero di simulare una parvenza di studio – era fin troppo chiaro che nessuno di loro sarebbe andato oltre le prime tre righe del libro.

Qualcun altro era venuto a mostrarmi una misteriosa pagina di quaderno a quadretti con simboli a me sconosciuti («ci capisce qualcosa, Miss?») e devo aver interpretato uno sguardo eloquente perché nessuno è venuto più a chiedermi nulla dopo i primi quindici minuti del mio interregno in biblioteca. Mi sono un po’ vergognata, se devo dire proprio la verità. Del resto in matematica non sono mai riuscita ad andare oltre le divisioni a due cifre e per passare l’anno, al liceo, avevo accettato di frequentare il corso pomeridiano di Precetto Pasquale, tenuto dalla prof. di matematica, appunto, che come hobby cantava nel coro della parrocchia di Sant’Antonio, a Caserta. Eppure le cose le avevo messe in chiaro da subito, con la bibliotecaria.

«Cosa sai fare? Matematica, biologia?» aveva chiesto, prima di mollarmi alla direzione della sala.

«Veramente sarei felice di aiutare nel settore umanistico, sono certa che potrei essere pù utile…»

«Fisica? Marketing? Scienze, come te la cavi?»

E forse la mia risposta si è persa nella tazza di tè dentro la quale ho nascosto la mia faccia pur di lasciar cadere l’argomento. Se devo dire proprio la verità, appena è cominciata la Prep Time ho pregato ogni tipo di divinità a disposizione purché non venissi interrogata dagli studenti. Quando si sono rassegnati all’idea di non interpellarmi oltre la tabellina del due e l’area del quadrato, quello che ho fatto è stato niente più niente meno che guardarli uno per uno. Ho immaginato i poster nelle loro camere, le scritte a pennarello all’interno dei loro armadietti, le foto sui loro comodini.

Di postazione in postazione ho fatto questo gioco fino a quando non sono arrivata a lei e mi sono fermata. Se ne stava seduta in fondo all’ala destra della biblioteca, all’angolo di un tavolo occupato per intero da ragazzi con i libri aperti sul capitolo della Repubblica di Weimar, tutti. Erano quelli della squadra di rugby, i sette più forti che mi era stato detto di lasciar perdere, che non faceva nulla se non studiavano, tanto erano forti. Solo che stessero un po’ in silenzio, questo dovevo badare. E in silenzio se ne stavano, benchè impegnati a lanciarsi silenziosamente palline di carte e messaggi sui rispettivi cellulari ultramoderni, ultrasottili, ultracellulari.

La ragazza nell’angolo non accusava affatto la tempesta di meteore di carta che le stava passando sulla testa. Teneva lo sguardo fisso sul portatile e digitava febbrilmente, poi cancellava, poi portava i capelli lunghissimi alla bocca, ne succhiava le punte, le lasciava andare. Aveva i capelli biondi legati in una coda così pesante che si afflosciava sul lato sinistro, sfatta, come fosse stanca anche lei di tutto quello studio. Ogni tanto si passava le mani sugli occhi, aveva il viso pallido e delle leggere occhiaie di quelle che a quattordici anni neanche un importante strato di trucco riesce a mandare via. C’è scritto da qualche parte che la preadolescenza deve essere l’anticamera di qualcosa che forse è la bellezza, come avviene per un blocco di marmo non ancora lavorato, amorfo. E però nell’osservarla, nel guardare quella ragazzetta profilata succhiarsi le punte dei capelli, un po’ i contorni della statua avevo provato a scorgerli e li avevo scorti, infine. 

Quando è suonata la campanella la sala di lettura si è svuotata in un secondo ma la ragazza è rimasta al suo posto senza neanche alzare lo sguardo. Se lo avesse fatto avrebbe notato di essere rimasta la sola ad occupare il lungo tavolo di legno, del tutto l’unica ad occupare la biblioteca. Il guardiano di sala mi si avvicina e mi dice che dunque spetta a me restare con la ragazza, perché giammai si dica che lui s’è intrattenuto da solo e senza testimoni con una minorenne, che per carità non vuole pensare male, ma certe cose quando succedono succedono e se una ragazzina vuole inventarsi qualcosa è a lei che credono e tutto il resto. Oltretutto sei fortunata, aggiunge. Fa parte della classe di Mr Muppetts, che ha assegnato dei compiti tipo di fotografia.

 

12. Come fare l’amore

C’è questo concorso a cui devono partecipare le classi del nono anno, come a dire terza media. Un paio di anni fa una studentessa del College è morta di shock anafilattico per aver assunto un medicinale sbagliato senza prescrizione, così la famiglia – sostenuta dal buonismo che sempre sostiene gli impasticcati qualora non vi sia segno di ribellione alcuna al sistema di valori – la famiglia, si diceva, ha indetto un concorso letterario in memoria della figlia scomparsa. Me lo spiega la ragazza mentre ingrandisce la foto sullo schermo del computer: quello che ha l’aria di essere un quattordicenne vestito da quattordicenne, i pantaloni un po’ larghi, il cappuccio scuro sulla testa, se ne sta a osservare una foto tra le mani, seduto sullo schienale di una panchina in un parco desolato e grigio.

«Hai già scritto qualcosa?»

«È tutto il pomeriggio che scrivo.»

«E adesso?»

«E adesso non riesco a trovare la fine. Lo leggeresti?», mi domanda. E cerco di contenere l’entusiasmo dell’invito, anche quando tutto quello che avrei voluto rispondere se ne stava rintanato nel ma certo, stavo giusto per chiederti se potevo. Se insomma. Magari.

Leggo. Leggo con le labbra contratte in un angolo perché è così che mi immagino faccia una professoressa. Leggo una storia un pochino patetica di questo ragazzo che deve essere per forza quello della foto che tiene la foto, e insomma lui che si abbandona a questo flusso di coscienza in cui ricorda del suo amore ormai lontano, trascinato via, estirpato, diremo, dalla famiglia che ha deciso di mandare la ragazza a studiare in un collegio privato. E frasi come mi sembrava impossibile perfino riuscire a respirare senza di lei. E frasi come ancora ricordava a notte fonda il sapore dei suoi baci. E frasi come le sembrava di morire.  

Alla fine del primo foglio mi trattengo una risata, un’indignazione. Serro di più le labbra per mostrarmi impassibile, autorevole. Respiro giusto il tempo di dirmi: sono una persona orribile. Poi passo avanti. 

La storia prosegue con un veloce sommario di tre settimane in cui i due fidanzati smettono piano piano di cercarsi, così, in dissolvenza. Tutto soccombe ai colori più forti della vita di tutti i giorni, come in un lavaggio sbagliato. Un calzino rosso insieme alle lenzuola bianche. Il file si blocca a metà del secondo foglio.

Il cursore lampeggia alla fine di un messaggio scritto come un messaggio, lei che dice a lui che sto tornando, aspettami. Lui che si attrezza in qualche modo per andarla a recuperare all’aeroporto. E il mio silenzio in primo luogo sta proprio a immaginate questo: come farà questo innamorato quattordicenne? Come ci arriverà all’aeroporto? Chiederà ai genitori? Al fratello maggiore, rischiando di essere deriso per sempre? Prenderà un autobus di quelli eterni? Come fa, l’amore dei quattordici anni a esistere col freddo, qui in Inghilterra, senza l’ombra di un motorino? E come fa la ribellione, pure, senza lo scooter e i caschi da non indossare e le ruote posteriori su cui impennare e quelle scene fatte apposta di lui che tira forte sulla strada, va veloce, più veloce che può, solo per sentire il corpo di lei che gli si stringe addosso? Come fa, mi chiedo, come fa l’amore qui, così, a queste condizioni?

 

13. Fine di una storia

«Non riesco a immaginare un finale», lei mi dice.

«Ma è finita?» le domando. Sono indiscreta, non avrei dovuto. È stato più forte di me. La vedo arrossire e mi sento tanto in colpa.

«Non lo so», mi risponde.

E allora ecco che mi viene in mente: certe possibilità non le metti in conto se ancora non esistono.

«Cosa vorresti che accadesse?»

«Cosa vorrei o cosa accade?»

«Fai tu»

«Che tornano insieme, stanno insieme per qualche giorno. Però-»

«Però?»

«Però lei dovrà tornare in collegio e allora non è possibile che finisca in questo modo. Questa non è una fine.»

Spiego alla mia piccola allieva, con una finta esperienza data davvero solo dalla differenza d’età, giammai da saggezza acquisita lungo il percorso, che non avere un lieto fine non vuol dire non avere un finale.

«Per esempio» – proseguo – «per esempio potresti evitare di farla tornare da lui. Potresti farla restare in collegio, così, a pensare davvero di non poter più respirare. Poi all’aeroporto ci ritorna, facciamo pure che ci ritorna. Conserva quella scena se ti piace, però aspetta. Immaginati quella scena dieci anni dopo – mi segui?»

«Dieci anni dopo? Tipo vent’anni?»

«Quanti anni hanno i protagonisti?»

«Quattordici»

«Immaginati quella scena. Dieci anni dopo. Ventiquattro anni.»

«Si rivedono? Tipo dopo dieci anni?»

«Esatto. E sai che succede?»

«Che tornano insieme», mi dice. E nel farlo apre gli occhi giganti che quasi il verde dell’iride vince il grigio leggero delle occhiaie.

«Dopo dieci anni si rivedono per caso all’aeroporto, e magari – dico magari – si salutano con affetto, con sorpresa, come due cari amici, o come due sconosciuti, poi vediamo dopo. L’importante è una cosa: che sono lì ancora, entrambi. Sopravvissuti, entrambi, quando per un certo punto profondamente tragico delle loro vite insieme hanno pensato di poter morire l’uno lontano dall’altra. Me lo immagino così: un sorrisetto come a dire, vedi? Tutto sommato poi ce l’abbiamo fatta.»

La ragazzina mi guarda perplessa.

«No?»

E si chiede che razza di idea dell’amore io abbia mai deciso di venderle.

«Un amore infelice», commenta, «Ci penso».

Si sono fatte le otto e dobbiamo rientrare negli appartamenti del College.

«Se cerchi un finale a una storia d’amore, non può essere altro che infelice. Ogni fine, in quanto fine, si trova a essere triste per definizione». Nel mio diario, non appena tornata a casa, scrivo questa frase che avrei voluto dirle ma ho tenuto dentro, perché poi ho pensato che infondo non è sempre stato così. Che pure io a quindici anni ho pensato a un certo punto di non respirare più, e che avrei potuto morirne e che un finale lo avrei desiderato, certo, ma felice. Il solo modo in cui riuscivo a immaginarlo. 

Chissà quando siamo diventati cinici. Chissà quando patetismo e amore sono diventati erroneamente sinonimi. Ci si incontra dopo dieci anni all’aeroporto, per caso, o per le strade di Londra o in metropolitana in una città che non appartiene a nessuno dei due. Ci si incontra e si sorride al pensiero di essere sopravvissuti alla disfatta, che non lo avrei mai detto. Ma dai, e anche tu pensavi di morire? Quando poi si passa avanti e ci si lascia alle spalle non siamo poi tanto diversi da quei feriti di guerra che si sentono ancora la pallottola nella gamba e fa male, la gamba. Anche se non c’è.

E io pure me ne vado in giro con un organo fantasma all’altezza dei polmoni che ancora riesce a fare male, tante volte, pure se non c’è.

«Hai fatto tardi stasera» dice la mistress vedendomi rientrare.

«Ho aiutato una ragazza a scrivere un racconto»

«Me lo hanno detto, sì. Sono passati i Muppetts. Sei stata con Georgina, no?»

«Georgina?», e realizzo di non averle mai neppure chiesto il nome.

«Georgina Muppetts, esatto.»

«La figlia dei Muppetts?»

«Vai a dormire», dice la mistress, «ti vedo stanca».

Le accenno il saluto della regina, poi prendo una mela dal cesto della reception e me la porto a letto. 

Chissà, chissà Georgina, se la cattività ti aiuterà nel preservare intatta questa idea dell’amore e dei suoi finali felici.

 

Leggi le puntate precedenti: Cronache di Britannia n° 1

Leggi le puntate precedenti: Cronache di Britannia n° 2 

Leggi le puntate precedenti: Cronache di Britannia n° 3

Leggi le puntate precedenti: Cronache di Britannia n° 4

Leggi le puntate precedenti: Cronache di Britannia n° 5

Leggi le puntate precedenti: Cronache di Britannia n° 6

Leggi le puntate precedenti: Cronache di Britannia n° 7

Olga Campofreda
Olga Campofreda
Olga Campofreda è nata a Caserta nel1987. Giornalista pubblicista, ha scritto per il quotidiano Il Mattino, occupandosi di cultura e spettacoli. È laureata in lettere moderne e collabora con diverse testate e web magazine (il manifesto, Freakout, Collater.al, Dude Magazine). L’ultimo libro pubblicato è Caffè Trieste (Giulio Perrone Editore, 2011), un reportage sulla poesia di San Francisco con un’intervista inedita a Lawrence Ferlinghetti.
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