Cronache di Britannia: Cronache di Britannia n° 6
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Cronache di Britannia n° 6

Dispacci dalla provincia inglese.

6 Ott
2014
Cronache di Britannia

 Dispacci dalla provincia inglese

  

14. Avanti Veloce

È molto probabile che le cose non siano andate così veramente, ma la verità c’entra molto poco, quando si tratta di ricordi importanti. È più il modo in cui tendiamo a raccontare tutto a noi stessi, ecco cosa. E in questi casi la bellezza e l’efficacia di un’immagine giustificano le modifiche apportate dall’autore alla realtà. In poche parole gli conferiscono la licenza a proferire menzogne, purché siano esteticamente ineccepibili.

Hai tredici anni, sei su un’isola del Tirreno nell’estate che ti consegnerà direttamente alle porte del liceo. Sei sugli scogli al tramonto, non c’è nessuno intorno e nella mano destra tieni un lettore cd graffiato in più punti, le scritte a pennarello indelebile sulle superfici che motivano ad andare sempre avanti (go on, just keep on fighting) e il simbolo anarchico disegnato nei restanti spazi vuoti. Anni dopo, circa una quindicina di anni dopo, ti sentirai un po’ ridicola a rivederti, e però non adesso. Adesso guardi l’orizzonte e la musica che hai nelle orecchie non è affatto adatta al paesaggio, questo lo sai, ma c’è il tramonto rosso infuocato come la faccia dopo uno schiaffo a piena mano. Lasci andare un sospiro perché ti senti i polmoni così pieni di energia che quasi neanche l’ossigeno riesce a trovarvi posto dentro. Questa scena dell’ultima estate della tua preadolescenza è diventata una diapositiva che tiri fuori ogni tanto. La batteria in quattro quarti ti perfora le orecchie molto prima che arrivi a farlo l’otite all’orecchio sinistro, durante una sessione di esami all’università. Le chitarre gracchianti che durano il tempo di una rissa e poi alle ferite ci si pensa, il futuro non è poi così importante. Questo pensi, una quindicina d’anni prima di ripeterti che il futuro tutto sommato sarebbe anche stato importante, se solo avessero avuto l’ardire di concedercelo. 

Insomma la scena Come Te La Racconti Sempre è esattamente questa nelle tonalità di un rossetto rosso e una boccetta rovesciata di terra di Siena. 

La scena Come E’ Stata Davvero non è poi fondamentale: sai benissimo che un’isola del Tirreno in alta stagione, soprattutto al tramonto, ha poche possibilità di essere deserta. Sai benissimo che non ci sono scogli da quelle parti che possano rassomigliare alla versione estiva del Viandande sul mare di nebbia di Friederich. Il disco gira, ogni tanto salta, fermi il dito sul tasto dell’avanti veloce e la voce di Dexter Holland finalmente arriva al minuto 1:30 della traccia dodici. Well, fuck you. 

A questo punto – inevitabile – ti viene in mente l’arbitro del torneo di calcetto dell’isola, il figlio dei proprietari del Bar in piazza Castello. Ha circa dieci anni più di te e ti piace proprio tanto, anche se ci hai parlato solamente un quarto d’ora una sera, per caso. Aveva una maglietta dei Clash e avevi detto che bella. Un fatto risaputo tuttavia che certe magliette servano molto più a rimorchiare che a coprire. Più il tempo che passano a essere sfilate di dosso che a tenere calde le spalle. Lui aveva risposto una cosa, una cosa brutta: li ascoltavo un sacco di tempo fa, aveva risposto. Un giorno crescerai anche tu e ti renderai conto che certa musica è bella ma è legata a una fase della vita. Poi vai avanti.

Infine si era allontanato per giocare in porta a biliardino lasciandoti una bottiglia vuota di Bacardi Breezer tra le mani. 

Insopportabile. 

Doloroso. 

Incoerente.

Una frase del genere quindici anni dopo l’avresti odiata per ben altri motivi. Per la supponenza, ad esempio. Perché determinava il fatto di essere stata scaricata o neanche considerata, perfino. In futuro una frase del genere l’avresti odiata perché ti avrebbe fatto sentire un po’ ingenua, ma non allora. Si trattava di qualcosa di molto più profondo. La parola adatta l’avresti imparata solo un paio d’anni più tardi, durante una lezione di filosofia ed era: ontologico.

In quella scena al tramonto l’ultima estate prima dell’adolescenza, secondo modalità che forse non si sono mai verificate sul serio, tu hai preso un altro respiro e hai promesso a te stessa che giammai avresti voltato le spalle alla musica punk. Non sarebbe stata per te solamente una fase di passaggio, no. Perché io voglio essere anarchia anarchia anarchia. E non so quello che voglio ma so come ottenerlo, eccetera. 

In the UK. Lo giuro, lo giuro.

 

15. Inquisizione

Ogni giovedì di segregazione in questa caserma per Ragazzi di Buona Famiglia faccio colazione con una manciata di latte, cereali e rassegnazione. So che dovrò correre più veloce dei miei atleti, altrimenti ne andrà della mia credibilità di maestro di scherma. Quello che in Italia si chiama buon esempio, un atteggiamento non privo di connotati moralistici che mi hanno sempre ricordato l’assonanza con buon pastore, nel mio caso diventa un aspetto sostanzialmente pratico: non posso permettere che l’allievo superi il maestro dopo un solo mese di lavoro (come giustificherei tutti gli altri?) così quando l’istruttore di nuoto mi ha invitato a prendere parte al Running Club del giovedì pomeriggio non ho avuto altra scelta che dire di sì. Era il giorno dell’Open Day. Nella palestra tutti gli insegnanti coinvolti nelle attività integrative erano raccolti lungo il perimetro della sala e sedevano dietro piccoli banchi di legno rubati alle aule raccogliendo adesioni per i propri corsi. Ero andata per curiosità. Ero rimasta colpita dal professore di biologia che posizionato sotto il canestro di basket con una chitarra elettrica si era messo a suonare il ritornello di una canzone degli Iron Maiden, osservato dallo sguardo adorante di un paio di colleghe. Da quella scena era venuto a strapparmi via il professore di Scienze Sociali.

«Allora? Hai già deciso a quale corso iscriverti?», mi ha detto. Quando gli ho fatto presente di non essere un’allieva ma un’istruttrice mi ha fatto l’occhiolino, poi si è impegnato ad illustrarmi il suo corso di Cultura dal Mondo.

«Si tratta in pratica di questo: raccogliamo tutte le tradizioni di tutte le culture del mondo, le feste nazionali di tutti i Paesi, per intenderci, e poi le festeggiamo. Come avere un calendario fatto solo di giorni rossi e parate. Fico, no?»

Per un attimo sono rimasta stordita senza sapere se fosse dovuto allo statuto del suo club o al suo utilizzo improprio del gergo giovanile.

«Per esempio tu di dove sei? Italia?»

Annuisco.

«Quando si festeggia la Repubblica Italiana?»

«Due giugno», rispondo.

Lo vedo tirare fuori una cartellina da presentatore tv con adesivi consumati di associazioni umanitarie sul retro.

«Perfetto, segnato. Sei nel club»

«Nel club? Io? Cioè cosa devo fare?»

«Il due giugno porta una bandiera dell’Italia, la tireremo su accanto a quella del College per tutta la giornata. Fico, no?»

È stato allora che è arrivato Josh, l’istruttore di nuoto, e mi ha ingaggiato nel Running Club, tutti i giovedì a Ford Park, dopo l’ora del tè. 

Il tè delle tre è un momento di ritrovo per gli insegnanti ritagliato principalmente per sparlare delle faccende dei propri allievi o lamentarsi con il capo di istituto. In pratica uno Sportello Ascolto autorizzato. Non ho mai sentito nessuno lamentarsi al di fuori dei periodi appositamente adibiti alle lamentele. Il primo giorno del Running Club ero piuttosto in anticipo così ho deciso di prendere parte a questa sorta di riunione condominiale pur non avendo nessuna argomentazione particolare. Mi sono servita da sola e mi sono messa in un angolo ad ascoltare. L’argomento principale sembrava girare intorno ad un allievo che si è presentato scandalosamente in classe senza l’uniforme perché aveva poco dopo lezione di atletica e aveva pensato di indossare direttamente la tuta.

«Questa cosa non può essere tollerata», ha detto la direttrice, risoluta e severa come solo una donna con un taglio maschile anni Ottanta riesce ad essere.

«Ciascuno dei nostri allievi deve essere impeccabile nell’aspetto, abbiamo delle bellissime tute con lo stemma del College, la prossima volta indosserà una di quelle.»

Un brusìo di approvazione si diffonde nella sala insieme al rumore delle stoviglie di ceramica.

Poi si passa a parlare degli orari della mensa, finché a pochi minuti dalla fine il professore di Business alza la mano saltando sul posto per farsi notare meglio. 

«Non possiamo certo ignorare a questo punto il caso del nostro studente giamaicano. Parlando di policy e ordinanze, il modo in cui porta i capelli non mi sembra adeguato allo spirito della scuola, suggerisco di comunicargli di presentarsi al salone del barbiere il prossimo sabato mattina.»

Brusìo di nuovo nella sala.

Cenni di approvazione. Qualcuno osa un ben detto. «Peccato, è così carino», aggiunge il professore di spagnolo, ma nessuno sembra considerare il suo commento.  

«Sul serio diranno a quello studente giamaicano di tagliare i rasta? Possono farlo davvero?», domando a Josh mentre arranco insieme al resto del gruppo lungo la salita del parco.

«Sembra di sì. Finché nessuno verrà a dire che si tratta di discriminazione razziale. Ma il ragazzo ha solo quindici anni e voti abbastanza bassi.»

Sabato mattina andrò a raccogliere i suoi rasta sul pavimento. Sono in turno di supporto questo weekend.

 

16. Guerra

Sono stata presa alla sprovvista. Una specie di imboscata, all’altezza del cimitero, mentre eravamo di ritorno dalla nostra corsa del giovedì. Ho incontrato Mr Mills, il maestro di fioretto, che mi ha detto «ah eccoti qui, cercavo proprio te», e mi si è messo a correre accanto tenendo il passo. 

«Non sei stata alla riunione del tè?»

«Non oggi. Che accade?»

«Nulla di grave, hanno rimandato l’esecuzione dei rasta dello studente giamaicano alla settimana prossima.»

«Davvero? Lo faranno davvero?», aggiungo sbalordita, per quanto riesca a farlo correndo.

Mr Mills sorride e fa sì con la testa.

«Poi hanno aggiunto una cosa», e il sorriso si fa un poco simile a una risata.

«Che deve anche smettere di ascoltare reggae?»

«Non si tratta di questo», mi dice «ma del tuo piercing. La direttrice lo ha notato e ha detto che sarebbe opportuno disfarsene.»

Fermo la corsa. Un ciclone di fulmini e napalm comincia a vorticare all’altezza del mio stomaco.

«Stai scherzando vero?»

Non stava scherzando.

È incredibile come un residuo adolescenziale di tanto piccola fattura possa incidere così pesantemente sull’umore smuovendo nel profondo indignazione, disappunto, rabbia, perfino. Poi delusione. Quale tipo di persona andrebbe mai a notare un piercing al naso in Inghilterra? Un misero piercing nella patria delle creste colorate, delle spille da balia conficcate nei lobi delle orecchie, nelle borchie infilate sotto pelle. Quale tipo di persona si sentirebbe destabilizzata da un piccolo cerchietto invisibile sul viso di un insegnante che per contratto porta (perdipiù!) una maschera nel corso delle sue lezioni? Serviva un episodio simile per illuminarmi su una questione fondamentale e cioè che i Sex Pistols a livello sociale hanno – di fatto – fallito. Hanno vinto per se stessi, certamente, ma hanno fallito per tutti gli altri. L’anarchia culturale intesa come totale libertà di esprimersi in primis attraverso il proprio corpo nel Regno Unito non ha insegnato poi molto; si è fermata a Londra, dove ci sarebbe stata anarchia creativa e libera espressione nella capitale dell’Impero anche senza un cantante dai denti marci travestito da profeta. Perché così sono fatte le cose e così va il mondo delle grandi metropoli: cambiano, attraversano, si lasciano attraversare, sperimentano e si contraddicono. Ma altrove? La provincia inglese è la vera Inghilterra, quella viscerale che si conosce poco solo perché Londra riesce a vendersi meglio. L’Inghilterra è provincia, così come è provincia l’Italia tutta. Così come mi è stata provincia Caserta tante volte, quando a quindici anni gli amici dei miei genitori mi dicevano essù, non truccarti così tanto gli occhi, che alla fine sei pure una brava ragazza.

Le impressioni. Che senso ha badare così tanto alle impressioni e non fare nulla per abbattere la mediocrità? Fuori alla sala del tè delle tre sono rimasta ad accendere un rostro di accuse assistita solamente dall’insegnante di spagnolo e il professore di Scienze Sociali. Sto lavorando sodo, forse stupidamente anche più di quanto dovrei fare… cosa cambia alla scuola se elimino un banalissimo orpello dalla mia faccia? Conta di più della mia professionalità?

«Ma forse temono che i ragazzi potrebbero tentare di emularti…», accenna il professore.

«E allora questa paura denota che non sono capaci di tenere a bada i ragazzi. Come pure quella idiozia del punire le ragazzine che si tingono i capelli. In che modo potrebbe influire sui loro voti un gesto del genere?»

«Sui voti non di certo, ma se posso azzardare», prosegue il professore, «forse sulla decenza…»

«Personalmente, se mi permette, trovo molto più indecente la bruttezza.» 

Il professore si aggiusta il colletto della camicia, si osserva di sfuggita alla finestra e torna a prestare attenzione al mio comizio.

In ordine, mi sono sentita: offesa, ferita, poi un po’ imbarazzata. Perché avrei potuto semplicemente accettare il volere della direttrice, ecco perché. Non sono mai stata attaccata alle questioni di principio. Ma la posta in gioco era più grande. È più grande. Non avrei mai contribuito a sottoscrivere l’idea che una persona che sceglie per sé un aspetto diverso da quello della comunità debba assumere connotati negativi o etichettata come non professionale, marcia, inattendibile, inaffidabile. Si è trattato di me contro la Provincia. Uno scontro che aspettavo da tempo. Così sono entrata nella sala del tè e ho detto le cose come stavano in chiusura della mia riunione. Che è molto peggio essere brutti, questo ho detto. E trasandati. E mediocri. 

Il professore di spagnolo si è alzato ad applaudire sonoramente. Lasciamo i rasta a quel povero ragazzo, che è veramente cool, ha detto. Poi si è riseduto accavallando le gambe con eleganza femminea, per la prima volta a suo agio da quando lo conosco.

 

17. Lezioni di distanza #2 

«E anche se è stato bello, anche se veramente mi sono sentita troppo Giovanna D’arco, sono sempre più decisa a trovare un diversivo, andarmene da questo posto e tornare a Londra.»

Lo dico a Mauro a telefono la sera stessa, a battaglia finita.

«Certamente», dice lui. «Mollare un lavoro, un vitto e un alloggio e tornare a sopravvivere a Londra solo per riuscire a pagare le bollette. Ma dici sul serio? Ci stai pensando davvero?»

«Ci sto pensando, sì. È inquietante. Ho attraversato la Manica per ritrovarmi di nuovo a Caserta. Questo dovrebbe dirti molto.»

«Pensa che io invece stavo per chiederti di fare uno scambio. Qui non si trova più uno straccio di lavoro. Inutile stare a Londra se devi rimanere chiuso in casa per non spendere soldi.»

«Non vorresti davvero, non ripeterlo», dico con il tono più serio che trovo nelle tasche. «Passalangeloediceamen», aggiungo.

«Che cosa?», dice lui, dall’altra parte del telefono, a cinque ore di distanza dal College e troppa più libertàrispetto al luogo da cui chiamo.

«Passa l’angelo e dice amen. Mai sentito questo proverbio? Lo diceva la suora alle elementari. Quando facevamo gli occhi storti: Passa l’angelo e dice amen. Secondo lei ti sarebbero rimasti gli occhi storti per sempre.»

«Ma che idiozia.»

«Fidati. Voglio dire: io ho sempre smesso prima che passasse, ma non si può mai sapere.»

«E passasse pure allora, dico sul serio. Facciamolo questo scambio.»

«Vabbè ma non funziona in questo modo, non lo puoi mica chiamare tu, l’angelo. Non è come per un taxi.»

«Ah no? E come funziona?», chiede il mio amico da Mile End, Londra. Tre ore e mezza di treno e troppe più di pluralismo da dove sto chiamando io.

«Funziona più tipo un autobus, direi. Tu stai lì, dici una cosa, aspetti l’angelo che passa e faccia il suo lavoro e però il più delle volte è in ritardo e non arriva all’orario previsto dal servizio.»

«E allora sai cosa? Mi accendo una sigaretta e magari lui si decide a passare dopo il primo tiro. In genere con gli autobus funziona così. Mi ritroverò improvvisamente con una spada tra le mani e una maschera sulla testa, ma sono pronto ad affrontare il rischio. Piuttosto tu dovrai prepararti all’evenienza di dover accarezzare di tanto in tanto il topo che ci troviamo in casa da qualche giorno. Nel frattempo sarà pure ingrassato di qualche etto.»

«Ingrassato? Mangia dalle vostre credenze?»

«Sei impazzita? Certo che no. Gli lasciamo del cibo frattanto che è qui. Meglio sapere dove mangia e che mangia bene, piuttosto che trovarsi improvvisamente con una sola scarpa o con i calzini bucati. Insomma, facciamo questo scambio. Che cosa vedi dalla finestra? Sono pronto.»

«Per l’esattezza mi trovo seduta su una panchina all’altezza del campi da gioco. La situazione è inquietante, devi credermi.»

«Del tipo?»

«Il campo da basket è deserto e immerso nella nebbia. Hanno appena costruito in un angolo riparato una sorta di accampamento. Lo hanno ricoperto di foglie e terriccio, poi sono andati via.»

«Andati via chi?»

«Quelli del corso pomeridiano di Guerra. Cioè. Una cosa sponsorizzata dall’esercito, di fatto ogni giovedì i ragazzi devono indossare divisa militare, gli anfibi e poi si aggirano per il campus facendo tutte queste attività tipo sentirsi patriottici, marciare, sparare con appositi mitra.»

«Ma stai scherzando?»

«Proprio no», rispondo. «E allora? Questa sigaretta?»

«Finita.»

«E l’angelo?»

«Nessuna notizia. E allora aggiungo per fortuna. Adesso vado a preparare il pranzo al nostro piccolo animaletto da compagnia. Un giorno sarà talmente grasso che finirà per incastrarsi da qualche parte e allora lo prenderemo. Questa è la tecnica.»

 

Tornata in camera, lasciata alle spalle quella specie di base militare travestita da College, mi sono buttata sul letto e sono rimasta a fissare il soffitto per un po’. Sarebbe così facile sopravvivere in provincia, affondare in provincia così, senza aggrapparsi a qualsiasi cosa per sopravvivere a stento. La grande metropoli ci rigetta, ci è indifferente. Siamo amanti occasionali di passaggio nella sua vita, mentre lei è il nostro grande amore e più ci rifiuta più saremmo pronti a morire per colmare la distanza che ci divide dal raggiungerla.

 

Leggi le puntate precedenti: Cronache di Britannia n° 1

Leggi le puntate precedenti: Cronache di Britannia n° 2 

Leggi le puntate precedenti: Cronache di Britannia n° 3

Leggi le puntate precedenti: Cronache di Britannia n° 4

Leggi le puntate precedenti: Cronache di Britannia n° 5

Leggi le puntate precedenti: Cronache di Britannia n° 6

Leggi le puntate precedenti: Cronache di Britannia n° 7

Olga Campofreda
Olga Campofreda
Olga Campofreda è nata a Caserta nel1987. Giornalista pubblicista, ha scritto per il quotidiano Il Mattino, occupandosi di cultura e spettacoli. È laureata in lettere moderne e collabora con diverse testate e web magazine (il manifesto, Freakout, Collater.al, Dude Magazine). L’ultimo libro pubblicato è Caffè Trieste (Giulio Perrone Editore, 2011), un reportage sulla poesia di San Francisco con un’intervista inedita a Lawrence Ferlinghetti.
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