Cronache di Britannia: Cronache di Britannia n° 7
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Cronache di Britannia n° 7

Dispacci dalla provincia inglese.

27 Ott
2014
Cronache di Britannia

 Dispacci dalla provincia inglese

 

18. Love will tear us apart

Nella boarding house c’è uno strano fermento. Dai sotterranei riesco a sentirne in negativo la forma. Sono i passi delle ragazze che scendono le scale dalle loro camere, che scappano rumorosamente nelle loro scarpette in vernice dalla cucina alla sala comune.

Ogni tanto qualcuna prova a suonare il pianoforte, un vecchio pianoforte nero che se ne sta appoggiato alla parete del salotto di fronte al caminetto in marmo. Si esibiscono per lo più in canzoni di Natale, anche se siamo ad ottobre. Neanche la fine di ottobre, ma già gli elementi ci sono tutti: il gelo affilato, i termosifoni al massimo, i maglioni comprati al centro commerciale di corsa, nel weekend, come se l’autunno fosse stato qualcosa di imprevisto, qualcosa di nuovo.

Le ragazze del primo anno di musica non vanno oltre Silent Night o Jingle Bells, al massimo qualcuna tra le tedesche azzarda un Per Elisa, ma si ferma a metà, sempre sullo stesso punto, le dita intrecciate a farsi lo sgambetto, o congelate forse, m’immagino. L’unica alternativa al clima natalizio sono gli anni Ottanta, quelli cupi, romantici, eroinomani della new wave inglese. Una delle prime sere al College, proprio qualche ora dopo il momento del bedtime, spente le luci nelle camere delle studentesse, ero tornata nella mia tana e ho sentito un motivo familiare che ho stentato a riconoscere per via del contesto, della situazione, e invece no. Era proprio lì. Mi ci è voluto il secondo giro di note per cominciare a cantare Love will tear us apart dei Joy Division. Quando sono salita a controllare chi ne fosse l’interprete non ho trovato nessuno. Mi è piaciuta l’idea di vivere con un fantasma come animale domestico, così non sono andata oltre. Poi l’ho vista. Jessa. L’ho vista suonare il pomeriggio della festa di Halloween anticipata, mentre tutte volteggiavano dalla cucina al salotto lei si è seduta al pianoforte e ha portato nella stanza l’esatta tonalità del buio. Un velluto. L’amore ci allontanerà e tutto il resto.

Jessa è la house mistress. La stessa donna che il primo giorno di scuola ha indotto le ragazze alla femminilità perfetta, al comportamento consono, in realtà ingombra una vita privata di festival di musica rock in giro per l’Inghilterra e una collezione di cappelli vintage con spilloni vittoriani che ai miei occhi l’hanno resa una specie di strega. Lavora al college da cinque anni, quando si è trasferita qui da un altro college di Brighton, una scuola per sole ragazze.

Il martedì condividiamo il turno nell’ufficio della casa e da un paio di mesi lo trascorro a gironzolare tra i meandri della sua vita. Il pomeriggio in cui mi sono sfogata con lei per l’intolleranza dei piani alti nei confronti del mio banalissimo piercing lei mi ha riconosciuto. Sai bene quello che vuoi, ha detto. Avranno modo di gettarti acqua addosso per spegnerti, ma sarà difficile, molto difficile. Mi somigli molto. Capisco come tu possa sentirti in questo posto.

E quel weekend in cui sono scappata dai miei amici a Londra, nella casa di Mile End, e le ho detto scappo via, vado via, mi perdo in un concerto, vado a salutare il mio quadro preferito alla National Gallery, poi torno. Quel weekend lei mi ha chiamato un taxi e mi ha detto di vestire elegante, perché non puoi andare a Londra senza portarle lo stesso rispetto che dovresti alla regina e io l’ho fatto, ho indossato un abito nero, un cappello a larga falda sopra il quale lei ha giustapposto uno spillone di topazio. Mi ha guardato e mi ha detto: ora sì. E questa è la storia. Quella di un messaggio mentre sono nel bel mezzo del concerto di una vecchia punk band degli anni settanta in cui riesco a toccare la sua amarezza, ma pure la speranza ingenua di chi dice manca poco, tra poco tempo anche io prenderò un taxi con la spilla di topazio e potrò raccontarti di tutta l’arte che qui mi manca.

In quel momento ho letto Jessa come il personaggio di una favola russa, una vecchia strega bianca imprigionata in una torre.

Al College l’espressione artistica più alta coivolge le ragazze nella forma dei cup cakes. Nell’educazione all’immagine, a volte, ma si tratta solo di copiare quadri altrui. La creatività, l’idea primordiale, qui non si insegna. Reiterare la tradizione è l’unico modo per legittimare ogni messaggio.

Siamo solo a metà ottobre ma quest’anno Halloween capita proprio nel bel mezzo delle vacanze di Half Term, e quindi piuttosto che perdere la festa si è deciso di portarsi avanti col lavoro, che anche questo, ho sentito dire da un insegnante, per le ragazze è un modo di saper stare al mondo. Organizzare feste e tutto. Confezionare a tema gli ambienti. Che prima o poi avranno dei bambini e i bambini compiranno degli anni, festeggeranno la prima vittoria nel mini-torneo di badmington e così via. Dall’ufficio io e Jessa dispensiamo farina, zucchero a velo, zucche da svuotare e modellare, gelatine per decorare dolci. E così prosegue il loro vociare e scalpicciare lungo il corridoio attraverso tutto l’edificio. Mi ero ripromessa che non mi sarei fatta vedere. Detesto Halloween, detesto i festoni e la gente entusiasta per i festoni. Detesto i giochi alle feste, il coinvolgimento forzato, l’accanimento spontaneo, le energie sprecate per finalità così futili. Jessa dice che sì, che mi capisce, ma per le ragazze è importante e ha a che fare con qualcosa di molto vicino alla popolarità. Ogni occasione, mi spiega, da queste parti è usata per dimostrarsi vincenti. È come in un videogame, dove più vinci più acquisti forza e di conseguenza più facile risulta andare oltre. Andare oltre in questo caso, nel College, sono i rapporti con gli altri.

«Prendi per esempio Jason Anderson.»

«Il mio allievo di scherma?»

«Lo scozzese, esatto. Lui non potrebbe mai uscire con qualcuna che non è al pari livello della sua popolarità. Perché credi che abbia deciso di chiudere con la piccola Muppets, così, di punto in bianco?»

«Per questo motivo?»

«Lei non è una vincente. È una ragazza dimessa, modesta. Una brava ragazza, ma non la migliore. Pamela Bryson era la migliore, quella sì. Di tre anni più grande di lui, prefetto della scuola, rappresentante degli studenti. Si è diplomata lo scorso anno, lo ha mollato appena iniziata l’università. È allora che è cominciata la cosa con Georgina, ma non è mai stato convinto. Lei ne uscirà distrutta da questa faccenda, ci posso scommettere.»

Mi passa un annuario dell’anno precedente e lì che la fame di gossip di provincia mi fa scorrere i volti degli studenti fino a quello da leonessa di Pamela Bryson, campionessa nazionale di Pentathlon, futura promessa dell’Inghilterra olimpionica. La frase che ha scelto è selezionata da uno dei poster motivazionali della palestra della scuola, posso giurarci: «non contare i giorni ma lascia che i giorni contino, firmato Mohammed Alì». Niente a che vedere con la casella in cui è imprigionato il viso da cerbiatto della piccola Georgina, coi capelli rossi lunghi e la fila al centro, le lentiggini sul naso – che la faranno di certo sentire insicura e inadeguata, delle nemiche. La frase che porta sotto il ritratto vorrebbe uscire fuori sottoforma di nuvola rosa e dice «la cosa migliore che puoi fare nella vita è amare e lasciarti amare».

Un minuto di silenzio al piccolo cuore romantico di Georgina, al discorso sulle storie d’amore che qualche tempo prima avevamo avuto sepolte entrambe nella biblioteca deserta.

«E io che credevo che certe cose esistessero solo nei College Movie americani

Jessa alza gli occhi al cielo e dice cara mia, ma ti pare? Che ai college movie americani spunta sempre un biglietto in più per il concerto degli Iron Maiden e la bella della scuola alla fine ci porta lo sfigato. Questa è la piccola Inghilterra. Questo suolo produce ragione di stato che noi mangiamo e assimiliamo e portiamo dentro mentre camminiamo e pensiamo, mentre facciamo la spesa, mentre parcheggiamo, abbiamo la ragione di stato che affonda in ogni fibra, così come quando andiamo a votare, che sia al Parlamento o per un reality show.

Jessa porta i capelli raccolti in una pettinatura da gheisha, un toupè giusto al centro della testa tiene fermo un cumulo di capelli biondi, pesanti, che le scappano a ciocche lungo la nuca e attorno al volto. Indossa sempre dei poncho di lana pesante che sembrano tappeti e mille anelli alle mani che le conferiscono quell’aria un po’ hippie di sciamana. Dietro la scrivania tiene l’immagine di Lady Diana. Una foto di fine anni Ottanta, un primo piano che lascia intravedere uno dei suoi tailleur azzurro turchino. Diana Spencer è in Inghilterra una sorta di nume tutelare, uno spirito guida per tutte le donne orgogliose e fiere della propria missione di donna. Un gender pride femminile ben lontano dall’essere femminista. Questo a Jessa non lo dico, perché pare di essere convinta del contrario. Mentre nell’ufficio le ragazze compaiono con le prime prove di cup cakes decorati di ragni e pipistrelli, la mistress mi introduce alle teorie complottiste che vogliono Lady Diana morta per ordine diretto del principe Filippo.

La mia obiezione si incentrava sul fatto che tutto sommato nella famiglia reale l’amore trionfa. Che sono state le favole a insabbiare la parabola del vero amore che era poi tutto sommato quello di Carlo e Camilla, fedeli l’uno all’altra nell’infedeltà e nella norma. Risulta difficile tuttavia associare alla figura degli eroi il parametro della bruttezza. Le favole ci hanno insegnato che i brutti non vivono in amore felici e contenti. Quasimodo ed Esmeralda non hanno mai neanche prenotato un ristorante insieme.

«E tu lo chiami amore?», dice Jessa. «Fosse stato vero amore Carlo non avrebbe accettato la ragione di stato che gli imponeva Diana. Diana è una vittima, anche lui, in un certo senso, ma avrebbe potuto rinunciare, ribellarsi, fuggire. L’amore fa fuggire. Invece no. Se avesse avuto il coraggio di difendere il suo amore con Camilla a questo punto Diana sarebbe ancora viva e felice su uno di quegli yacht mediorientali dello sceicco.»

La teoria del complotto, vengo a sapere poi, vuole il principe Filippo — notoriamente xenofobo e anti-islamico — quale mandante dell’omicidio di Lady D. La principessa infatti aveva ricevuto una proposta di matrimonio dal nuovo compagno, l’imprenditore arabo Dodi Al Fayed, ex proprietario dei grandi magazzini Harrods e (cosa che non molti sanno) produttore cinematografico di diverse pellicole hollywoodiane, tra cui quella di Hook – Capitano Uncino. Sull’agenda di Diana i servizi segreti inglesi avevano intercettato un appuntamento dal suo medico privato previsto subito dopo l’anticipata luna di miele parigina. Questo dice la teoria del complotto. E comunque, aggiunge Jessa, se si fossero sposati sarebbe accaduto lo stesso: un fratellino islamico per i piccoli principi William e Harry. Piccole concessioni di territori inglesi e privilegi, titoli e porzioni di ricchezza per l’eventuale venuto.

«Il principe Filippo ha ucciso Lady D. Questo è quanto», conclude.

Nonostante tutto, più ci penso più me ne convinco. Al di là del suo potenziale iconico, Diana è sempre stata l’altra. Quella che si è intromessa. Quella che con la sua perfezione, la sua vendibilità, il suo successo, è arrivata a rovinare un idillio privato che se ne stava bene già da solo, senza alcuna aspirazione ai canoni universali di un vissero per sempre felici e contenti, bellissimi e contenti, pure. Carlo e Camilla. Eppure lei, chiaramente troppo brutta per finire sui rotocalchi, non è riuscita a convincere l’ufficio marketing di casa reale. Eppure lei, chiaramente troppo vecchia, avrebbe corso il rischio di non poter dare alla luce nessun erede al trono per il principe senza trono. Così Diana, e tutto il resto. Finchè morte non li separi.

 

19.  Storie di fantasmi

Nella sala comune Halloween ha preso possesso della stanza. Le collegiali siedono a cerchio sul pavimento, mangiano mele caramellate, marshmallows, muffin appena sfornati.

Sono vestite esattamente come tutti i giorni, la differenza sta nei piccoli dettagli: calze strappate, trucco sbavato, finte gocce di sangue su camicette candide con lo stemma della scuola. Una fotografia del genere, presa a immobilizzare il silenzio di certi attimi, potrebbe fare davvero paura. Quello che non assomiglia alla finzione ma sta nel limite, quello che è sospeso nel dubbio tra reale e artefatto, proprio quello è il confine indefinito che determina il regno dell’inquietante.

Quando la cera delle candele all’interno delle zucche si è consumata per più della metà dello stelo allora le ragazze dell’ultimo anno cominciano a insinuare piccolo aneddoti raccapriccianti che rimbalzando di bocca in bocca diventano storie, poi dossier. Poltergeist prigionieri nelle stanze del college, sottoscala maledetti, buchi neri nascosti dietro gli armadi. Io e Jessa nel frattempo stiamo a rovistare clandestinamente nel secondo frigorifero della sua casa di mistress, contigua al salotto. Quando mi si apre la vista oltre l’anta dell’elettrodomestico il mio volto è come invaso da una luce mistica. Nel frigorifero ci sono almeno un centinaio di birre incastrate in un tetris alcolico espropriato l’estate prima dal backstage del Glastonbury festival. Ne apro la prima e il rumore della lattina copre un piccolo grido di paura bambina, eccitata, dall’altra parte della parete. Guardo Jessa come a chiedere se magari non sia il caso di intervenire e lei mi dice lascia stare, sono appena le nove, le più piccole hanno ancora un po’ di tempo. L’adrenalina dello spavento le renderà più stanche e docili la prossima settimana.

Bevo avidamente allora, riflettendo al tempo stesso sulla percentuale di humor inglese coinvolta nella frase della mia collega. E quella di cinismo. Le domando com’è fare da madre a quaranta ragazze adolescenti, lei allora fa una piroetta poi indica se stessa, avvolta nel suo poncho consumato e il trucco che ormai la sta abbandonando.

«È come fare la puttana. Lo fai perché sei pagato. A volte può piacere a volte no. Ma di fatto sei pagato per fare qualcosa che qualcun altro non si è sentito di fare. Il genitore a pagamento, questo sono. Sesso senza amore.» 

«Poi loro vanno via, liquidano tutto con uno di quei biglietti prestampati, quelle frasi per tutte le occasioni inventate da qualche stagista che voleva fare il grafico pubblicitario. Poi una cena con ristorante prenotato al molo, pagato dalle loro famiglie facoltose e infine io che resto qui a chiedermi se qualcosa gli ho lasciato dentro, se mai torneranno a trovarmi, un giorno. Non è un caso che il mio ruolo — house mistress — porti lo stesso nome che si usa per le amanti o le prostitute d’alto bordo. Ci ho pensato spesso a questa cosa.» 

Mette su un disco da una pila di vinili che tiene sul pavimento, apre la sua prima lattina di birra.

«Patetico?», dice, mentre ride e butta giù un sorso veloce.

«È per questo che ho deciso di andare via. Ci ho pensato il giorno in cui ti ho vista partire per Londra. È veramente troppo che non indosso uno dei miei cappelli, uno di quelli che servono a sottolineare le cose veramente importanti, come un pellegrinaggio, una scena di quelle che ti restano per sempre addosso, sulla pelle.»

Quello che Jessa mi dice mi arriva totalmente inatteso e mi allarma.

«In che senso hai deciso di andare? Lasci questo posto?»

Annuisce.

«Mi sono innamorata. Un mese fa mi sono innamorata. Sul mio contratto per la mia posizione servono quattro settimane di preavviso, così non ci ho pensato troppo. L’ho fatto. Patetico?»

Le avrei forse detto di sì in un’altra vita. In una vita senza le premesse di quella in cui ci troviamo in questo momento, noi che badiamo alle famiglie altrui avendo allontanato la nostra. Noi che lavoriamo con l’affetto e la premura a pagamento. Non dico nulla, piuttosto apro un’altra birra, mentre Jessa mi dice che un po’ si vergogna a confessarlo e però è una cosa anche divertente, che lei questo suo amore lo ha conosciuto su un sito di incontri e poi aggiunge di corsa che non è affatto quel tipo di ragazza, è solo colpa di questo lavoro che ti preclude qualunque possibilità di incontro e allora si fa quel che si può, finchè si può.

Ancora una volta nelle sue parole ritrovo Caserta, la provincia che ho lasciato, la provincia che ritrovo. Che tipo esattamente sia, quel tipo di ragazza, nessuno saprebbe mai spiegarlo. La provincia tutta non saprebbe spiegarlo. Eppure è esattamente il tipo che non vogliono, questo è sicuro. Nel pronunciare la frase non sono quel tipo di ragazza c’è in sé una dichiarazione di morigeratezza e al tempo stesso l’ ammissione di una colpevolezza, un’infrazione. Se c’è qualcosa di patetico in questa situazione è la donna che mi sta di fronte che trova patetica se stessa. Allora insabbia la storia della genesi con quella della creazione. Il loro progetto è quello di comprare un terreno in Portogallo e costruirci su una residenza per artisti. Michael le ha detto di mollare il lavoro, che avrebbe pensato a tutto lui, che lei — la sua donna — avrebbe solo dovuto vivere nell’arte, dipingere, creare. I soldi sarebbero arrivati dall’affitto riscosso dalla casa di sua madre. «Michael non ha davvero bisogno di lavorare», dice Jessa. Questo le permetterà di esprimere se stessa. È una storia così bella, mi dice. Così bella. E lui è perfetto. Ha avuto di recente pochi problemi con la moglie, che in realtà è una ex moglie, ma sta aspettando il divorzio mi ha detto. Per il resto è perfetto, così perfetto.

Così irreale, vorrei proprio aggiungere. Eppure questa è l’unica volta in cui non chiede un’opinione su quanto tutto ciò possa apparirmi patetico. O disperato. Jessa è solo un altro personaggio di una storia fatta di fughe.

Quando rientriamo nella sala comune Olivia, una dei prefetti della casa, sta raccontando la storia del fantasma di una donna violentata e uccisa verso la metà degli anni Settanta da un contrabbandiere giù al porto. Suo marito, divenuto assassino del carnefice, viene condannato all’ergastolo e chiuso in prigione, dove si toglierà la vita impiccandosi. Il fantasma della donna non si dà pace e dal giorno del suicidio del suo compagno infesta i corridoi di questo college, dove un tempo sorgeva il penitenziario. La sua storia è così agghiacciante che tutti coloro che l’hanno ascoltata verranno perseguitati affinchè a nessuno più sia raccontata.

Un altro grido, questa volta terrorizzato. Le più piccole chiedono di accendere le luci. Jessa che manda un’occhiata severa ad Olivia e poi aggiunge che forza, è ora di andare a dormire. E se credete a queste stupidaggini vuol dire che siete davvero piccole e ingenue.

La sala comune si svuota gradualmente con lentezza. Il chiacchiericcio si riassorbe sfumando verso la grande scala che porta ai piani superiori. Me ne rimango ancora un po’ seduta al pianoforte. Quello che mi ha turbato di più in queste prove generali di un Halloween anticipato, ecco,  finalmente lo capisco. Le ragazze non lo sanno ancora, come non lo sa Jessa e forse neanche io l’ho mai saputo prima. Certe volte le storie che raccontiamo a noi stesse possono essere più pericolose delle storie che ci vengono raccontate.

 

Leggi le puntate precedenti: Cronache di Britannia n° 1

Leggi le puntate precedenti: Cronache di Britannia n° 2 

Leggi le puntate precedenti: Cronache di Britannia n° 3

Leggi le puntate precedenti: Cronache di Britannia n° 4

Leggi le puntate precedenti: Cronache di Britannia n° 5

Leggi le puntate precedenti: Cronache di Britannia n° 6

Leggi le puntate precedenti: Cronache di Britannia n° 7

Olga Campofreda
Olga Campofreda
Olga Campofreda è nata a Caserta nel1987. Giornalista pubblicista, ha scritto per il quotidiano Il Mattino, occupandosi di cultura e spettacoli. È laureata in lettere moderne e collabora con diverse testate e web magazine (il manifesto, Freakout, Collater.al, Dude Magazine). L’ultimo libro pubblicato è Caffè Trieste (Giulio Perrone Editore, 2011), un reportage sulla poesia di San Francisco con un’intervista inedita a Lawrence Ferlinghetti.
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