Cronache di Britannia: Underground | Cronache di Britannia
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Cronache di Britannia n° 8 – Dispacci dalla provincia inglese.

4 Nov
2014
Cronache di Britannia

 Dispacci dalla provincia inglese

 

20. Underground 

A Londra quelli che ne hanno avuto abbastanza decidono di farla finita il lunedì o il venerdì sulla Circle line o sulla Central. Di sette giorni disponibili e quattrocentodue chilometri di binari, le combinazioni possibili si riducono a soli quattro elementi. Su undici linee e ventotto milioni di passeggeri all’anno, si conferma sempre lo stesso algoritmo delle parti, come se ogni dettaglio del gesto – il giorno prescelto, la banchina – fosse il passaggio imprescindibile di un rituale. Li abbiamo osservati tutti attentamente, io e Mauro, nel lunghissimo weekend in cui ho deciso di saltare sul primo autobus in partenza dal piazzale all’ombra del grande colosso commerciale di Plymouth. Venerdì, primo pomeriggio e i capelli ancora pregni dell’odore inconfondibile che ogni volta gli rilascia la mia maschera di scherma. Ferro e sudore, sudore e ferro. Sono arrivata a Victoria Station ben oltre l’orario di cena e però nel weekend si poteva fare, abbiamo buttato giù una pinta allo Shakespeare e poi abbiamo detto facciamolo, andiamo. Sono pronta. Però dobbiamo fare presto. Circle line e Central andata e ritorno, poi a casa e il resto domani. Nel frattempo ci si racconta, dice lui, e io invece che penso a una frase che mi torna sempre dietro insieme a quelle sei lettere – d o m a n i – così un poco la pronuncio ad alta voce. Domani, forse domani, sarà tutto facile e leggero quello che oggi il cuore non sopporta. Herman Hesse, su un libro consumato rubato da bambina dalla casa dei nonni.

«Cosa?», mi domanda lui.

«Niente», rispondo «te lo dico domani».

Perché c’è un’altra parola, quando si tratta della metropolitana di Londra, un’altra parola che fa paura e al tempo stesso eccita i sensi. Inghiottire, essere inghiottiti. Ci succede questo, appena lasciamo passare le nostre oyster sui sensori dei rullanti dove si accalca la folla della notte che comincia. Gli inferi sotterranei non hanno mai avuto una fila tanto lunga per entrare, pare che i Campi Elisi non vadano più di moda. È così che ci lasciamo inghiottire dopo aver atteso il nostro turno e rilasciato l’obolo che qualcuno ci aveva messo in tasca dal mondo di sopra.

Ne avevamo parlato in una delle nostre telefonate a grande distanza. Si discuteva di tragedia, di quanto ci troviamo abbandonati alla mediocrità di non possedere, come generazione, neppure una tragedia vera e propria. 

Siamo come Aiace, aveva suggerito Mauro a un certo punto. Eroi ridicoli. Uccidiamo un manipolo di pecore convincendoci piuttosto che si tratti di un esercito nemico. La vita, la morte, senza tragedia non si percepisce più la portata universale delle due parole. Si muore indifferenti con qualche pillola di troppo, ci si addormenta e ci si spegne così, indifferenti come si è vissuti.

In quel momento ho osservato: il cielo grigio di  nebbia profonda scesa sopra il campo di rugby e sulla sommità della biblioteca, il rumore delle posate proveniente dalle cucine del College, la fila di persone con i piatti vuoti pronti a essere riempiti del rancio quotidiano, la fila di quelle con i piatti sporchi con il rancio quotidiano nella pancia, i minibus che scaldavano i motori per riportare qualcuno nelle proprie case, dove sarebbe andata a consumarsi la giornata.

Eppure la tragedia a volte si ritrova nelle arterie della metropolitana di Londra. Di questa cosa ne sono sempre stata convinta, lo continuo a raccontare a Mauro mentre prendiamo posto sulla Circle line in direzione Paddington, verso ovest.

Funziona in questo modo: si costruisce un ponte e la gente comincerà a saltare. Si scava un tunnel sotterraneo, ci si fa passare dentro un treno, e l’invito risulterà lo stesso. Buttarsi nel vuoto deve fare più paura, anche a questo ho pensato. Sta tutto nell’attesa prima dell’impatto. Il treno invece arriva in velocità, neanche il tempo di sentire il dolore ed è fatta. Esiste una certa solidarietà inespressa tra gli attori di queste scene ripetute, che assomiglia al filo rosso di tutti quelli che nella storia hanno – almeno una volta – calcato le scene interpretando il personaggio marginale di una grande opera. Nessuno di loro ha mai provato l’ebbrezza di essere l’eroe – non gli è mai stata concessa – ma tutti, dal primo all’ultimo, hanno subito la solitudine di un camerino sempre meno affollato di quello del tenore. Eppure tutte queste solitudi laterali sono parte a loro volta di un circolo segreto. Per secoli si sono tramandati cenni, suggerimenti, sguardi complici, e per forza di cose alla fine ne hanno ricavato una sorta di affetto. Lo stesso gesto nello stesso luogo, l’esecuzione di un rito: per un uomo solo che affida al passaggio di un treno la fine dei suoi giorni, rappresenta l’ultima possibilità di sentirsi parte di qualcosa. 

Nella metropolitana di Londra le persone, tutte le persone, si dividono in due categorie assolute e distinte: i tuffatori del lunedì mattina e quelli del venerdì sera. Li chiamo così, tuffatori. La parola suicida ha qualcosa di dantesco, infernale, che non rende giustizia al libero arbitrio. Mi è capitato solo una volta di assistere alla scena, è da lì che non ho avuto dubbi sulla definizione. Era un lunedì di gennaio alla stazione di Liverpool Street. Un uomo in giacca e cravatta, un uomo della City, è arrivato di corsa lungo il bordo della banchina e si è fermato sulla linea gialla piantando i piedi e sporgendosi con il corpo in avanti. Ha cominciato a grattare la linea con la punta delle sue scarpe costose e lucide, accarezzava la sua porzione di pavimento ritagliandosi una piccola area privata entro cui nessun altro passeggero si sentiva autorizzato a entrare. Ha lasciato passare il primo treno. Non ha risparmiato il secondo. È stato un attimo, come a voler fermare il vagone in arrivo imponendosi con la sola forza delle braccia in una scena da fumetto americano. Prima di saltare mi è sembrato che il suo torace si gonfiasse a dismisura, come se tutta l’aria respirabile in quel tunnel sotterraneo venisse compressa in soli due polmoni. I suoi. Dell’uomo della City. Quando si tratta dell’ultima volta, quando sai bene che sarà la tua ultima volta, non ti preoccupi dell’avidità né dell’ingordigia. Ti prendi quello che ti è mancato senza aver paura di sembrare scortese. Dopo qualche secondo, così, a polmoni pieni, lui si è tuffato.

Un tuffatore del lunedì mattina. 

A dividerlo dai tuffatori del venerdì sera se ne sta un’intera settimana che è un abisso. Il cuore delle linee della Metropolitana di Londra ha la forma di una bottiglia distesa. Il mio primo giorno a Victoria Station, quando l’uomo allo sportello informazioni mi ha accolto consegnandomi la mappa ripiegata, la prima cosa che ho visto è stata quella bottiglia. Una sorta di benvenuto, un brindisi, come a dire finalmente, era ora, ti stavamo aspettando, vedrai che le cose andranno bene. Una bottiglia distesa come il messaggio d’aiuto di un naufrago che finalmente ha toccato una sponda, è stato letto, veniamo noi a salvarti. Ora sei qui. È una bottiglia, Londra, dalla quale si beve per festeggiare o per dimenticare. L’importante è non tirarsi indietro quando ci viene offerta. Ingratitudine mai, questo ho imparato, ma devozione o rabbia. Me lo hanno insegnato i tuffatori.

La Circle e la Central disegnano le arterie principali della Città. La prima ne percorre i contorni, ne disegna il collo della bottiglia, il fondo; la seconda l’attraversa di netto, la divide a metà e ne ubriaca una parte – da Notting Hill a Oxford Circus, da Piccadilly a Westminster – segna il livello di vino rimasto all’interno del vetro, imbeve e inebria il cuore della Capitale. Un equatore etilico. 

Nei mesi passati a lavorare a sud, nella palestra di Brixton, ho trascorso almeno un’ora al giorno nei sotterranei della città, attraversandola tutta in trasversale, da nord-est a sud-ovest. È così che li ho studiati. È così che ho capito come il mondo va diviso. 

I tuffatori del lunedì mattina sono gli arrabbiati. Esasperati dalla folla, dagli orari di lavoro, corrosi di rancore, la fanno finita senza davvero averla fatta finita con quello che lasciano. Non hanno chiuso sul serio con la gente, con i colleghi di lavoro, con il capo, così restìo a concedere un aumento o un minuto in più durante la pausa, per una sigaretta.

Un giorno ho isolato dal brusìo del vagone la voce di un ragazzo italiano. Raccontava a un paio di amici delle condizioni in cui era costretto a lavorare. Mi sedevano accanto. A quanto diceva, il suo compito era quello di rispondere alle telefonate dei clienti e raccogliere le ordinazioni per un Sushi Take Away. Anche gli altri erano italiani, oramai non sono più un’epifania da queste parti. Quasi non sanno più di esotico, o di nostalgia di casa. E neanche posso sedermi, diceva l’amico, che la voce deve essere limpida quando rispondo al telefono, deve suonare potente.

Un perfetto tuffatore del lunedì, questo ho pensato. Lo ricordo chiaramente.

Funziona in questo modo: bloccano la metropolitana pochi minuti, ma sufficienti a far arrivare l’avvocato sudato in ufficio, in disordine, con il fiatone della fretta per aver preso le scale di corsa, a causa di quel minuto perso tra i binari che gli ha fatto chiudere sulla faccia le porte dell’ascensore.

Disperati e vendicativi, i tuffatori del lunedì.

Sono stata sollevata nel rivedere lo stesso ragazzo a distanza di una settimana. Stessa tratta, stessi compagni di viaggio. L’ho aspettato a lungo poi alla fine lo ha accennato. Il punto in cui si è messo a raccontare di come alla fine ce l’ha fatta, ha avuto la meglio sul suo capo. Durante i doppi turni, ha detto, gli hanno concesso di tenere uno sgabello.

Con quelli del venerdì è tutta un’altra storia. Non arrivano a segnarti la giornata dall’inizio, ma la chiudono nell’ora di punta, quando la gente sta tornando da lavoro, tra le sei e le sette della sera. È in quel momento che i passeggeri sono più stanchi, meno predisposti allo scatto di rabbia, alle questioni pubbliche –se mai a Londra esista questa pratica sociale – piuttosto se ne stanno in silenzio, a leggere e non leggere quella copia di Evening Standard soltanto per avere una buona scusa che possa risparmiargli l’incrociare uno sguardo estraneo. È il fine settimana. Chi rientra aspetta di spogliarsi degli abiti da lavoro, chi sta appena uscendo ha la frizzante aspettativa propria solo a certi baci a lungo attesi, concentrata così, sulle ciglia lunghe, sulla punta della lingua, lungo la silouhette di un paio di gambe nude. I tuffatori del venerdì sera non vogliono dare fastidio a nessuno, non vogliono rovinare la festa, ma chiedono solo qualche minuto di silenzio prima che la festa abbia inizio. Lo chiedono alle ragazze che affondano il viso in un mazzo di fiori freschi, alle signore eleganti, anche troppo, che stringono al seno i biglietti per il musical di grido del West End, lo chiedono all’uomo che sta andando sotto casa della sua compagna con un anello nella tasca e una promessa ripetuta a memoria, nella testa, per non dimenticare le parole. I tuffatori del venerdì sera, dimessi, leggeri, gentili solamente questo chiedono, sottovoce: un pensiero a luci spente, un ripòsino in pace, prima che i riflettori tornino a illuminare il palco e ballerini e attori comincino a cantare.

Io e il mio amico veniamo sputati fuori dalla metro pochi minuti prima dell’orario di chiusura. La stazione di Mile End non mi è mai sembrata tanto perfettamente pensata, posta così a conclusione di un viaggio nelle viscere profonde, a toccare il dolore autentico e quell’umano che ancora un poco è rimasto nella metropoli. Mile End, la fine, quell’ultimo miglio.

E però anche My Land, se ci pensi bene. Voglio pronunciarla così, dico a Mauro, a pochi passi da casa. Perché non mi sono mai sentita così al sicuro. 

 

Leggi le puntate precedenti: Cronache di Britannia n° 1

Leggi le puntate precedenti: Cronache di Britannia n° 2 

Leggi le puntate precedenti: Cronache di Britannia n° 3

Leggi le puntate precedenti: Cronache di Britannia n° 4

Leggi le puntate precedenti: Cronache di Britannia n° 5

Leggi le puntate precedenti: Cronache di Britannia n° 6

Leggi le puntate precedenti: Cronache di Britannia n° 7

Olga Campofreda
Olga Campofreda
Olga Campofreda è nata a Caserta nel1987. Giornalista pubblicista, ha scritto per il quotidiano Il Mattino, occupandosi di cultura e spettacoli. È laureata in lettere moderne e collabora con diverse testate e web magazine (il manifesto, Freakout, Collater.al, Dude Magazine). L’ultimo libro pubblicato è Caffè Trieste (Giulio Perrone Editore, 2011), un reportage sulla poesia di San Francisco con un’intervista inedita a Lawrence Ferlinghetti.
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