Il Dude scopre il Dudeario.
Sul finire dei suoi primi dieci anni, qui compiamo una piccola rivoluzione, abbandonando il nostro formato classico – quello del magazine culturale a cadenza vagamente quotidiana – per presentare ogni mese un solo saggio e un solo racconto. Da queste pagine 24 autori ogni anno proporranno il loro filtro sul reale, manipolando inevitabilmente la personalità di Dude mag: ed è una cosa che ci rende enormemente curiosi.
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Il Dude scopre il Dudeario.

Noncuranza e serenità gli si leggevano in faccia. Fronte distesa, a metà eclissata sotto un derby bianco, il Dude pedalava per la via; si portava avanti con gesto del pedale sonnacchioso, non senza una certa boria, forse, semplicemente, il leggero accenno a un’imbecillità celata con arte. Ai suoi margini, tutt’intorno la via era un’esplosione in […]

Noncuranza e serenità gli si leggevano in faccia. Fronte distesa, a metà eclissata sotto un derby bianco, il Dude pedalava per la via; si portava avanti con gesto del pedale sonnacchioso, non senza una certa boria, forse, semplicemente, il leggero accenno a un’imbecillità celata con arte.

Ai suoi margini, tutt’intorno la via era un’esplosione in immagini d’ogni genere e colore: di vetrine, pub, mercati, fiori, insegne, laundry, scritte, secchi, Times, carte, hot dog, cani, drogherie, guinzagli, scarpe, palloni, abatjour, caffè, rotelle… E pieno di facce. Doveva senz’altro essere un sabato pomeriggio perché il loro era certo un fare fatto di nulla.

Tutto ciò per il Dude non era chiaro se esistesse per davvero. Lui guardava dritto davanti a sé. Gli occhi, opachi, erano un mistero di demenza, sciolti dal calore di

un qualche sogno esotico di tipo esagerato. Finché qualcosa d’assolutamente inatteso non accadde.

S’era di fatti avveduto, di sottecchi, d’un dettaglio insignificante che per un momento sembrò spiccare dal buio in quel caos ai margini della via. Forse il riflesso di una vetrina o forse proprio un’ombra ancora più oscura in fondo, dietro una porta o dentro una finestra. Insomma un baluginio sconosciuto colpì il Dude nel profondo. Cos’aveva, non vedendo, visto? Nell’anima un’idea dapprima nebulosa della visione emergeva pian piano alla luce. Toccata infine la soglia della coscienza l’immagine fu, per un istante chiara e presente. Fu Lei. Ma prima che il Dude avesse il tempo di voltarsi, il tempo s’era già fermato e la visione sfuggita.

Ciò che vide non apparteneva a questa

realtà, ne usciva, invece, fuori come un’eccedenza carica di significato. L’oggetto fuori posto e minuto era, con la sua doppia essenza di abisso e stortura, la Verità. A quel punto, con metamorfosi fulminea, la ruota davanti mutò in un grande quadrato nero; e il monolito, ovvio, smise di girare. Il Dude perse l’equilibrio, il fiato, si piegò in avanti e cadde rovinosamente a terra. Egli aveva appena afferrato tutto quanto il Cosmo e insieme ad esso la dritta che le cose ci sono proprio dove non devono esserci e che le cose accadono solo quando cadono.

Riccardo Antonangeli
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