Letteratura: Il giavellotto
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Il giavellotto

Nemesis di Philip Roth La traiettoria del lancio origina dal corpo. Corsa, equilibrio, velocità, potenza determinano il destino dell’asta prima ancora che essa si stacchi dalla mano e prenda il volo sopra il campo. Tutto è già deciso in quei momenti di massima concentrazione e disciplina. Attorno al giavellotto, antichissimo oggetto, il corpo dell’atleta si […]

Nemesis di Philip Roth

La traiettoria del lancio origina dal corpo. Corsa, equilibrio, velocità, potenza determinano il destino dell’asta prima ancora che essa si stacchi dalla mano e prenda il volo sopra il campo. Tutto è già deciso in quei momenti di massima concentrazione e disciplina. Attorno al giavellotto, antichissimo oggetto, il corpo dell’atleta si plasma in tutta la sua perfezione. L’armonia assoluta delle parti è necessaria a lanciare lontano, oltre i limiti, contro Dio.

Bucky Cantor è il giovane istruttore di ginnastica di un campetto a Newark. Tenere a bada un gruppo di ragazzini non è di certo la missione che aveva sognato e per cui era stato preparato. È l’estate del 1944 e i suoi amici sono tutti in guerra: impegnati nella vera missione contribuiscono alla causa di un paese intero. Bucky no. Lui è rimasto è casa. Colpa di un’invisibile imperfezione fisica: miopia. Ma, ironia della sorte, il senso di disagio dell’esserci è in qualche modo attenuato da un’altra battaglia.

A casa la sua presenza non è inutile. È quel’estate del 1944 e quindi a casa c’è la polio, l’epidemia che uccide i bambini. E così, Bucky è costretto a diventare per i suoi ragazzi molto di più che un semplice istruttore di ginnastica. Ne è ora il padre, maestro e difensore della vita. Quel campetto di quartiere diventa l’archetipo di ogni campo, custodito da un padre per i figli contro gli attacchi di un Dio cieco. È la sua missione personale. Proteggere i loro corpi dal decadimento fisico, dalla paralisi e dalla morte, proprio attraverso l’attività fisica, il fanatico allenamento allo sport e il razionale controllo delle proprie membra.

Il lancio del giavellotto da semplice gesto atletico si trasforma non solo in stile di vita ma anche in tensione metafisica. E soprattutto è incarnazione della vanità dell’uomo, simbolo del suo corpo, ad un tempo perfezione e grazia ma anche luogo del deforme e della malattia.

Nemesis è un libro di corpi, di fieri corpi nel pieno respiro dell’azione e corpi invece umiliati e immobili, cadaveri. Corpi al massimo dell’energia, esempi di bellezza e giovinezza “classiche” da un lato e corpi di storpi, di ragazzi mai cresciuti dall’altro. Le vivide descrizioni fisiche del libro appaiono come bellissimi bassorilievi e toglie il fiato il loro prendere corpo reale in estemporanee “olimpiche” prove di bravura. Ogni corpo è descritto nei minimi dettagli, nelle sue misure, nella sua ampiezza e articolazione. Ogni sua parte è menzionata, ogni singolo muscolo fa parte del quadro perché il corpo è una macchina perfetta e che funziona grazie al dettaglio. Ecco il sublime ritratto di un atto atletico perfetto, struggente nell’ormai svelata vanitosa:

and then he hurled the javelin. You could see each of his muscles bulging when he released it into the air. He let out a strangulated yowl of effort […], a noise expressing the essence of him – the naked battle cry of striving excellence. The instant the javelin took flight from his hand, he began dancing about to recover his balance […] And all the while he watched the javelin as it made its trajectory in a high, sweeping arc over the field. None of us had ever before seen an athletic act so beautifully executed right in front of our eyes. […] All the javelin’s trajectory had originated in Mr. Cantor’s supple muscles. His was the body – the feet, the legs, the buttocks, the trunk, the arms, the shoulders, even the thick stump of the bull neck – that acting in unison had powered the throw (p.279).

È un libro di mani, di anche, polsi, talloni, falcate, bracciate, piedi, lanci, corsa, respiro, battiti e pelle. Di tempismo e partecipazione all’unisono delle parti nel tutto in quel grido di battaglia che anela la perfezione e tiene in sé l’atleta e l’uomo. Equilibrio, corrispondenza e precisione che sono profonda dissonanza invece con il caos in cui il mondo dilaga.

La polio si diffonde e contagia corrompendo in un istante il frutto di anni di crescita, esercizio, educazione e allenamento. Lo sport insegna che grazie alla dura preparazione e all’impegno costante, la fatica verrà un giorno premiata da un risultato, da un’ abilità, da una vittoria. Nella vita però non c’è tempo per il riscaldamento, né esiste un traguardo che premi il corridore più veloce. La giustizia divina è insondabile e il caso sembra seguire l’unica legge dell’insensatezza:

Sometimes you’re lucky and sometimes you’re not. Any biography is chance, and, beginning at conception, chance – the tyranny of contingency – is everything. Chance is what I believed Mr. Cantor meant when he was decrying what he called God (p. 243).

Il caso è «tirannia della contingenza» e in nemesis la sua manifestazione è l’invincibile epidemia di polio della torrida estate del ’44. Il virus può nascondersi ovunque: nel sollievo di una brezza leggera, in una stretta di mano, in uno sputo oppure nel volo di uno stormo di farfalle. Un’inezia e l’epidemia si propaga. Il principio del male può essere ogni cosa, ogni azione, ogni scelta. L’assolutamente piccolo, il dettaglio insignificante sfugge all’occhio umano tanto quanto l’infinitamente grande, il Dio che Bucky Cantor accusa dei morti innocenti e contro cui scaglia, fremente d’indignazione, il giavellotto.

Bucky Cantor è personaggio tragico. Geniale addossare l’universo sulle spalle di un istruttore di ginnastica e costruire il dramma tra un campo sportivo e un campeggio. Di un cinismo spietato poi è soprattutto la bontà d’animo di Bucky. Incontestabile è la sua dedizione al compito assegnatogli dal fato e la sua profonda, eccessiva comprensione della posta in gioco. Altrettanto incontestabile è l’ingiustizia che lo colpisce. Bucky è messo lì apposta per soffrire della vendetta divina. Può scegliere, e, scegliere di non soffrire, di partire e non restare, sarà la sua rovina. Dio è la nemesi di quest’uomo costruito per la felicità e invece trasformato in nemesi di se stesso, terribile capovolgimento di ruoli, senza senso, che crea un mostro a due volti: paladino e assassino fatalmente coincidono.

Non c’è traccia qui di alcuna ricerca per il senso della vita. Tutto nella scrittura di Roth è fermo e stabile in una glaciale e lucida forma dell’ insensatezza. Ogni elemento è alla giusta distanza dall’altro. Ogni evento accade senza clamore e straziante ne è l’attesa. Ogni personaggio si avvicina o allontana dall’altro al più sottile incrinarsi di equilibrio interiore, senza bisogno di eccessive spiegazioni. Non c’è tempesta nemmeno nei rapporti umani. Misurato è ogni passo perché la dimensione della sciagura è troppo grande per chiunque e chiunque si limita a reagire entro il proprio ristretto raggio d’azione.

Solo Bucky lancia il giavellotto oltre i limiti. Perché? Perché Dio lo colpisce alle spalle, oppure è il suo doppio a colpirlo?

He has to find a necessity for what happens. There is an epidemic and he needs a reason for it. He has to ask why. Why? Why? That it is pointless, contingent, preposterous, and tragic will not satisfy him. That is a proliferating virus will not satisfy him. Instead he looks desperately for a deeper cause, this martyr, this maniac of the why, and finds the why either in God or in himself or, mystically, mysteriously, in their dreadful joining together as the sole destroyer (p. 265).

Maniaco dei perché e martire sacrificato al miraggio della perfezione. «My Man My Man My Man My Man…» è l’umiliante, dissacrante ritornello parodico del’ecce homo. Bucky è l’Uomo senza posto nel mondo, e il dilemma parto o resto? è chiave di tutto il romanzo. La scelta tra bene comune o privato. La partenza negata per il fronte è infatti la sua umiliazione quotidiana, il tarlo perenne della manchevolezza. Restare significava, nel bene e nel male, riscatto agli occhi propri e della comunità, la riconquista del promesso ruolo di eroe. Una nuova partenza invece metterà in pericolo corpo e soprattutto coscienza: «I left. There’s nothing more to say. A fact is a fact. I left» (p. 196).

Il gigante ha i piedi d’argilla e Roth è poeta della matematica dei fatti, del 2+2, forse il vero e più potente virus: «Whatever was done, was done, whatever I did, I did. What I don’t have, I live without» (p.249). Il ritmo del romanzo si snoda su tali tragiche illuminazioni e graduali prese di coscienza. L’idea si schiarisce e svela con un suo tempo interiore che reagisce, come riflesso, alla realtà di fuori. L’idea è il virus letale e il libro non si può non amare con il gusto sadico di vedersi e sapersi torturati ad ogni passo, respiro e perturbazione d’aria.

Perché è pur sempre un miracolo riconoscere in un’unica istantanea battuta Dio e uno starnuto, la morte e lo sputo, un pompino e il destino dell’umanità.

 

Riccardo Antonangeli
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