Letteratura: Il nostro desiderio è senza nome — conversazione su Mark Fisher
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Il nostro desiderio è senza nome — conversazione su Mark Fisher

Di Mark Fisher, di utopia e di neomarxismo abbiamo chiacchierato e ragionato con E. J. Pilia, scrittore oltre che fondatore ed editor di D Editore.

Al giorno d’oggi è quasi impossibile resistere alla tentazione di leggere Mark Fisher, vuoi per la drammatica fine, che in un certo senso ha ingigantito il suo mito (si è suicidato nel 2017, e la sua prima traduzione italiana è arrivata solo l’anno dopo grazie a Not, con Realismo capitalista), vuoi, semplicemente, per lo spessore dei suoi scritti, per la passione e l’intelligenza che lo hanno guidato e che fanno di lui un intellettuale imprescindibile per leggere il contesto culturale e sociale in cui viviamo. Una società post-fordista, una società in cui il Capitalismo ha trionfato, è penetrato fin nelle zone più profonde delle nostre menti, rendendo quasi impossibile pensare un mondo diverso.

La frase certamente più nota utilizzata da Fisher, di volta in volta attribuita a Jameson e a Žižek, dice che è più facile immaginare la fine del mondo piuttosto che la fine del Capitalismo. Vero. Il Capitalismo, al giorno d’oggi, si è imposto come unica realtà esistente, radicandosi nelle profondità del nostro immaginario, definendo il rapporto dell’essere umano con la vita sulla base di un’ideologia che non ammette altre possibilità. Da qui l’incapacità di sognare un’alternativa, da qui la degenerazione sociale e psichica: in una situazione in cui il successo economico è il solo metro di giudizio e la responsabilità è assegnata unicamente alla sfera individuale, senza considerare il retroterra sociale, in linea quindi con la de-politicizzazione dominante, l’unica conseguenza è un sensibile aumento delle nevrosi, cosa che in fondo il Realismo capitalista propone doppiamente:

«Concepire una malattia mentale come un problema biochimico individuale offre enormi vantaggi al Capitalismo: innanzitutto rinforza la spinta del capitale verso l’individualizzazione atomistica (se sei malato dipende dalla chimica del tuo cervello), in secondo luogo crea un mercato enormemente redditizio che permette alle “psicomafie” multinazionali di spacciare i loro loschi farmaci (ti curiamo noi con gli SSRI). Inutile dire che tutte le malattie mentali si manifestano a livello neurologico, ma che ciò non dice nulla sulla loro causa. Per esempio, se è vero che la depressione è prodotta da bassi livelli di serotonina, resta da spiegare perché certi individui abbiano livelli di serotonina tanto bassi».

Naturalmente, l’interesse per questo aspetto della società neocapitalista, l’aumento di problemi psicologici e l’interiorizzazione patologica di certi orizzonti politici (il responsabile sei tu e solo tu), è da inserire anche in una dimensione biografica in cui la depressione si è fatta sentire eccome.

La citazione di cui sopra viene da Il nostro desiderio è senza nome. Scritti politici. K-punk / 1 da poco uscito presso minimum fax nella traduzione di Vincenzo Perna (che aveva già firmato, per la stessa casa editrice, quelle di The weird and the eerie e Spettri della mia vita — in occasione di quest’ultima uscita lo abbiamo intervistato). Si tratta del primo dei quattro volumi che raccoglieranno tutti gli articoli di Fisher pubblicati sul blog k-punk e su altre importanti riviste, alla base della formulazione teorica presente nei suoi libri (il pezzo citato sopra, per dire, originariamente apparso su k-punk il 9 giugno del 2005, sarà rielaborato e riutilizzato in Realismo capitalista). La scelta di minimum fax è stata quella di organizzare il lavoro per temi: al primo libro sono consegnati gli scritti politici (tra cui l’incompiuta introduzione a Comunismo acido, un testo che stava progettando prima della morte); i successivi saranno dedicati a cinema, musica, letteratura e interviste.

I pezzi raccolti hanno dunque una semplicissima, duplice valenza: da un lato permettono di osservare l’evolversi di un pensiero che si esercita su una gran quantità di argomenti, prevalentemente legati all’attualità o da essa ispirati; dall’altra consentono di portare avanti un discorso che non si limita ad analizzare le spietatezze del presente o le derive depressive imposte dall’alto, ma invita a pensare un’alternativa ripartendo da quanto di buono fatto in passato e che ora sembra cancellato. In questa prospettiva, il testamentario Comunismo acido è un fondamentale punto di partenza, una provocazione e una promessa allo stesso tempo, dove il recupero delle spinte utopiche degli anni Sessanta e Settanta è necessario per «tornare a un’epoca in cui la prospettiva di una liberazione universale sembrava imminente» e per rispondere a quelle forze che hanno preso il sopravvento proprio a partire da un annullamento della speranza a favore di uno sconforto insopportabile. E comprendere questo processo di sfiancamento, comprendere la logica che ha spinto la gente a rassegnarsi all’infelicità, è solo l’inizio.

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Di Mark Fisher, di utopia e di neomarxismo abbiamo chiacchierato e ragionato con Emmanuele Jonathan Pilia, scrittore oltre che fondatore ed editor di D Editore.

 

Il nostro desiderio è senza nome è la quarta traduzione di Mark Fisher in Italia nel giro di pochi anni, sembra quindi che in questo momento non possiamo farne a meno. Eppure, è un autore arrivato da noi solo dopo la sua morte. A cosa sono dovute, secondo te, questa scoperta tardiva e questa grande diffusione postuma?

È una domanda che mi sono fatto spesso anche io: perché ora? Be’, c’è da considerare che l’erosione e l’atomizzazione del mondo del lavoro — soprattutto nel mondo della cultura e della creatività — è emersa in tutto il suo orrore distopico con molto ritardo rispetto al thatcherismo inglese. Solo negli ultimi decenni abbiamo assistito alla demolizione delle garanzie delle classi lavoratrici con lo stesso impeto e impegno di quanto avvenuto in Inghilterra tra gli anni Settanta e Ottanta. Credo che gli amici di Not abbiano avuto un ottimo tempismo in questo: già autori come Raffaele Alberto Ventura stavano analizzando il fenomeno da tempo, ma la piena coscienza da parte delle vittime di questo sistema si è avuta solo da poco. Prima, era più che altro un sentimento diffuso a cui nessuno sapeva dare un nome. Realismo capitalista sembra la diagnosi perfetta a molti dei mali di cui tutti noi soffriamo.

In Italia, quindi, qualcosa si muove. C’è una parte dell’editoria italiana che si esprime con iniziative molto interessanti e che sembra ben disposta ad accogliere autori e proposte necessarie per un ripensamento del Capitalismo e della società.

Sì, è proprio così: oramai non è più una nicchia ristretta. È come se, dopo decenni in cui ci hanno fatto credere che le ideologie sono morte con il crollo del muro di Berlino, si stia risvegliando una nuova coscienza di classe. In questo, alcune case editrici e riviste più o meno grandi sono state di fondamentale importanza, proprio per persistere nel continuare a puntare sui temi e a creare i loro lettori. Un po’, è quello che abbiamo cercato di fare noi di D Editore, e poi con D Zine, ed è per noi un onore che il nostro lavoro possa coincidere con il nostro attivismo politico. La domanda che ci poniamo, quando pensiamo a nuovi temi da proporre, è: quali sono i temi che vengono distorti nel dibattito pubblico? In che modo possiamo intervenire a dare un contributo a una discussione che il più delle volte si avvita attorno questioni che sviano il punto? Fortunatamente, iniziamo a essere in tanti a concepire l’editoria in questo modo, e questo per me è motivo di speranza — speranza che qualcuno possa iniziare a costruire qualcosa nonostante un clima che vuole distruggere ogni iniziativa dal basso.

Il testo che forse colpisce di più del libro è Comunismo acido, sia perché è tutto ciò che rimane di un progetto incompiuto sia perché Fisher invita esplicitamente a cercare una nuova via per combattere il Capitalismo (guardando anche a certe esperienze del passato, a forme di collettività cui riallacciarsi per rispondere all’individualismo imperante). So che è una domanda difficile, ma se dovessi integrare o modificare la proposta di Fisher, da dove partiresti?

Il fatto che Comunismo acido sia rimasto incompiuto è davvero un peccato: è un testo che mostra una certa maturità di pensiero e che avrebbe ampliato molto le nozioni su cui ha spesso lavorato Fisher. Io credo che uno degli scogli più ardui da superare sia la tendenza a sinistra a frammentarci su questioni spesso di lana caprina, cosa che invece le aree politiche di destra ed estrema destra sono al contrario abilissime a superare. Esistono correnti di estrema destra di matrice cattolica, di matrice anticattolica, più o meno interessati alle questioni bioetiche, più o meno anticapitaliste, più o meno interessate al welfare, ma questo non impedisce alle varie anime dell’internazionale sovranista (per riprendere un preoccupante, quanto efficace, “cappello” coniato da Steve Bannon) di collaborare. Nonostante la minaccia del rischio di un ritorno di una nuova forma di fascismo sia più concreta che mai, le aree di sinistra non perdono occasione di frammentarsi. Vi è il dannato bisogno di una rete di solidarietà su scala ben più vasta di quella che può garantire una comunità localizzata. Certo, non aiuta il fatto che gli spazi sociali (dove le realtà di collettività potevano formarsi e prosperare) siano sotto attacco perentorio da parte dei vari governi neoliberali, ma questa tendenza non potrà invertirsi finché non si remerà in una direzione di left unity (nonostante tutti i limiti della formazione inglese) su scala internazionale.

Tra gli intellettuali neomarxisti Fisher è sicuramente il più noto ma non l’unico. Quali altri autori consiglieresti di leggere?

Interessante domanda, soprattutto perché negli ultimi decenni i pensatori neomarxisti stanno avendo un ritorno di interesse. Vuoi per un rinnovato sentimento utopista (o meglio: un nuovo desiderio di utopia), vuoi perché molti dei pensatori che iniziarono il loro lavoro sul tracciato del neomarxismo negli anni Sessanta e Settanta hanno oggi finalmente riscontrato un riconoscimento internazionale. Mi sento di poter consigliare la lettura di tre autori, che applicano il pensiero marxiano a due diversi campi di studio. La prima è Silvia Federici, filosofa femminista che purtroppo ha avuto fortuna critica in Italia solo recentemente — se si esclude la pubblicazione di Calibano e la Strega a opera di Mimesis, solo recentemente il suo lavoro è approdato in Italia. Per Federici, il lavoro invisibile femminile è stato per secoli oggetto di accumulazione da parte del capitale, senza che esso possa essere stato effettivamente contabilizzato.

Un altro pensatore che consiglio sempre di leggere è Riccardo Campa, sociologo interessato alla storia delle idee e al transumanesimo, che ha saputo dare una chiave postmarxista al problema della disoccupazione tecnologica in decine di saggi: il concetto di esercito di riserva è un concetto vivo che viviamo oggi nell’epoca della precarietà. D’altro canto, l’automazione non garantisce che i suoi frutti vengano distribuiti verso il basso: la trickle down economics è un’altra delle invenzioni del Capitalismo, che si è dimostrata totalmente inefficiente, concettualmente al limite della teoria del complotto. Perché dovrebbe funzionare con l’automazione?

Un terzo pensatore che secondo me sarebbe necessario riprendere, anche se è un romanziere, è Kim Stanley Robinson, che nella sua Trilogia di Marte mette in piedi un efficace quadro in cui da un futuro al contempo utopico e distopico possa emergere una nuova forma di utopia sociale.

Da dove viene questo nuovo desiderio di utopia? (Che, vista la tua precisazione, mi pare distingui da un “semplice” sentimento utopico)

Esatto: ormai non c’è più tanto il desiderio di creare nuove costruzioni teoriche. Ormai si rincorrono tra loro e i desideri sono chiari. Basti pensare a quanto dell’accelerazionismo (per citare una delle correnti utopistiche oggi più fortunate) sia presente in testi come La conquista del pane.

 

 

Il presente è una landa desolata in cui ci aggiriamo assieme, ma isolati. L’isolamento e il distanziamento sociale imposti dalla pandemia sono solo la normativa che dà forma a un fenomeno già in itinere, e non mi riferisco agli hikikomori. Viviamo nel peggiore dei mondi possibili, perché l’incubo quotidiano è travestito in modo da farci sognare posizioni che sono de facto irraggiungibili. L’ideale che ci dice che “uno su mille ce la fa” è una menzogna, e anche nei pochi margini in cui si dimostra vera, essa implica che novecentonovantanove sono condannati a perire. Dunque, in una condizione simile, in cui la menzogna è svelata e siamo costretti a subire l’onta di continuare a sentire le menzogne che ci vengono dette in faccia, è naturale desiderare una nuova utopia, un nuovo buon luogo

Massimo Castiglioni
Massimo Castiglioni
È nato a Roma nel 1988. Collabora con diverse riviste occupandosi prevalentemente di letteratura e cinema.
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