Letteratura: «La sua capacità di pretendere un futuro diverso per tutti noi» — Intervista con Vincenzo Perna
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«La sua capacità di pretendere un futuro diverso per tutti noi» — Intervista con Vincenzo Perna

Abbiamo parlato di Mark Fisher e del suo impatto in Italia col suo traduttore per Minimum Fax, Vincenzo Perna.

29 Ott
2019
Letteratura

Si avverte uno strano senso di inquietudine leggendo i saggi di Spettri della mia vita. Scritti su depressione, hauntologia e futuri perduti di Mark Fisher; un sentimento legato non tanto agli argomenti affrontati, quanto alla vicenda umana dell’autore, che la maggior parte dei lettori italiani ha avuto modo di conoscere solo recentemente, dopo il suo suicidio. Una scoperta postuma, possibile grazie al lavoro di Not, che nella traduzione di Valerio Mattioli ha licenziato all’inizio del 2018 Realismo capitalista, e di Minimum Fax, che ha recentemente proposto questi Spettri a circa un anno di distanza da The weird and the eerie – Lo strano e l’inquietante nel mondo contemporaneo (di cui abbiamo parlato con Gianluca Didino): tre libri che andrebbero letti di seguito per cogliere gli sviluppi e le continuità di un pensiero così ricco e complesso.

L’incontro italiano con Fisher, dunque, sembra inevitabilmente segnato dal ritardo, dalla sensazione di essere arrivati dopo; il che è decisamente in linea con un libro — gli Spettri dico — che fin dal titolo si pone sotto l’insegna dell’angoscia e che non nasconde il legame con la fragilità emotiva del suo autore. Per noi che già sappiamo cosa è successo, la lettura delle ultime righe del bellissimo saggio introduttivo, “La lenta cancellazione del futuro”, è a dir poco commovente:

«Quando nel 2003 ho iniziato a scrivere il mio blog, soffrivo ancora di una tale depressione da riuscire a trovare a malapena sopportabile la vita di tutti i giorni. Alcuni degli scritti contenuti in questo libro hanno fatto parte della mia lotta contro il disturbo, e non a caso la mia (fin qui riuscita) fuga dalla depressione ha coinciso con un’indubbia esternalizzazione della negatività: il problema non ero (solo) io, ma la cultura intorno a me»

Non si tratta di una banale digressione autobiografica, in chiusura di un capitolo peraltro particolarmente denso sotto l’aspetto teorico, necessario in vista dell’incontro con gli altri saggi, quanto piuttosto della rivelazione di un atteggiamento intellettuale posto sotto il segno della parzialità, della volontà di non mettere l’Io tra parentesi nel confronto con un contesto culturale che appare particolarmente problematico e povero, sebbene non manchino segnali positivi («ma sostenere che la cultura era desolata non significa affermare che non vi fossero tracce di altre possibilità. Spettri della mia vita è il tentativo di fare i conti con alcune di queste tracce»).

Nello specifico, lo sguardo di Fisher si poggia su terreni artistici diversi, dal cinema alla letteratura fino alla musica, con quest’ultima vera protagonista: pagine sui Joy Division, su John Foxx o su molti altri musicisti e gruppi che si alternano a David Peace, a Stanley Kubrick o a Christopher Nolan (notevole la stroncatura di Inception). Alla base dei vari interventi (scritti per occasioni diverse) ci sono due proposte critiche tra loro complementari.

La prima è l’impressione che nello scorcio iniziale di ventunesimo secolo preso in esame, la cultura abbia subito un singolare processo di rallentamento e di ripiegamento su se stessa: allo sperimentalismo combinatorio dei decenni precedenti si è sostituito un senso di sfinimento, al punto che «non si ha affatto l’impressione di trovarsi nel futuro» ma in un accomodamento nei confronti del passato. Un atteggiamento di chiusura in vecchi schemi formali che rende difficile, o quasi impossibile, cogliere il presente, come se non ci fosse un presente da cogliere.

La seconda ruota intorno al concetto di hauntologia mutuato da Derrida, vale a dire  intorno all’azione di enti che agiscono pur non essendo fisicamente presenti. Si distinguono due tipi di hauntologia: uno riferito a ciò che non è più ma che mantiene la sua efficacia (un trauma, ad esempio), l’altro a ciò che ancora non si è dato fisicamente ma che è già in grado di agire nella sfera virtuale («un attrattore, un’aspettativa che modella il comportamento attuale»). Questo concetto, a sua volta disponibile ad accogliere sfumature diverse di malinconia, Fisher lo collega direttamente ad alcune esperienze musicali, che pur consapevoli della situazione attuale, pur consapevoli che il futuro non è mai arrivato, rifiutano di rinunciare al desiderio del futuro: «Tale rifiuto conferisce alla melanconia una dimensione politica, perché equivale alla rinuncia ad adattarsi agli orizzonti limitati del realismo capitalista».

Una posizione, quindi, che pur nell’amara consapevolezza delle angoscianti condizioni del presente, non rinuncia a trovare delle alternative possibili.

Di Fisher e del suo impatto in Italia abbiamo parlato col suo traduttore per Minimum Fax, Vincenzo Perna.

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Circa un anno fa la pubblicazione di The weird and the eerie e in questo 2019 Spettri della mia vita. Come sei entrato in contatto con Mark Fisher e cosa rappresenta per te questo intellettuale?

Per la verità non avevo mai letto Fisher prima di tradurlo, anche se ne avevo sentito parlare. Un giorno ho saputo che Giorgio Gianotto, allora direttore editoriale di minimum fax, era alla ricerca di qualcuno che potesse tradurre The weird and the eerie, testo a suo dire molto complicato per la quantità di riferimenti contenuti, che spaziavano dalla musica alla filosofia, dalla politica alla psicanalisi. Visto che mi ero già occupato di musica, che avevo studiato e vissuto in Inghilterra e avevo una formazione culturale abbastanza eclettica, ho contattato Gianotto e la cosa è iniziata così. Oggi sono ormai al terzo volume di Fisher per minimum fax, una raccolta di scritti politici intitolata Comunismo acido che uscirà a febbraio 2020. Devo riconoscere che la lettura di Fisher è stata una rivelazione: il radicalismo della sua visione, la sua capacità di analisi, i riferimenti culturali spesso sorprendenti sono stati per me un’esperienza intellettuale molto intensa. E anche se a Mark forse non sarebbe piaciuto vedere la sua opera classificata come “cultural studies” (che lui identificava come un rigido campo di studi accademici), e anche se i suoi testi sono rivolti a un pubblico intellettuale molto diverso da quello universitario, credo che i suoi scritti si possano comunque considerare in senso lato un prodotto di quel campo di analisi, per così dire tipicamente britannico, capace di collegare cultura alta e bassa, filosofia e cultura di massa, politica ed estetica dei media. E credo che la sua critica, benché radicata nella Gran Bretagna del nuovo millennio, tocchi aspetti assolutamente rilevanti e fondamentali della realtà politica e culturale generale in cui viviamo.

Oltre ai libri citati, nelle librerie italiane è disponibile anche un altro titolo di Fisher, quel Realismo capitalista pubblicato da Not sempre nel 2018, un anno dopo il suicidio dell’autore. Secondo te, da cosa dipende la scoperta tarda, direi postuma, in Italia di un pensatore così grande?

Credo dipenda soprattutto da due fattori. Il primo è squisitamente politico. La nostra società, la nostra percezione della realtà e il discorso politico e culturale ufficiale sono  permeati talmente a fondo dal realismo capitalista — un neologismo inventato da Fisher, che significa la convizione diffusa che non esista alternativa possibile al capitalismo — che non è facile proporre ai lettori una visione alternativa come quella di quest’autore. Il secondo fattore è anch’esso politico, ma in un senso diverso. Fisher si è inizialmente fatto conoscere soprattutto grazie al blog k-punk. Come ha più volte ammesso, è stata soprattutto la scrittura per il blog, che ha avuto per lui una grande valenza intellettuale ma anche terapeutica, a permettergli di presentare, dibattere e affinare le analisi che hanno poi portato alla stesura di Realismo capitalista. Quindi si tratta di un autore le cui idee hanno a lungo circolato sottotraccia all’interno di una comunità intellettuale online, e che sono giunte a prendere forma sulla carta stampata solo relativamente tardi. Mark non era il classico autore di libri, uno che aveva in mente fin dall’inizio di scrivere un certo volume per un certo pubblico di lettori, ma era più una sorta di pensatore-commentatore-attivista, il cui pensiero è cresciuto e si è affinato proprio grazie alla particolare dinamica della circolazione di idee e del dibattito  online. Poi, se vogliamo, possono aver giocato un ruolo anche il forte radicamento del suo pensiero nella società britannica, che richiede una certa conoscenza (o perlomeno curiosità) per la cultura e la storia recente del Regno Unito, e l’eclettismo dei suoi riferimenti culturali, che risulta abbastanza spiazzante rispetto ai discorsi specialistici tradizionali.

Tra i vari saggi che compongono Spettri della mia vita, scritti di volta in volta per occasioni diverse, un’insostituibile funzione introduttiva la svolge il primo, La lenta cancellazione del futuro, vera chiave di volta per meglio comprendere quanto verrà dopo; fin dalle prime pagine Fisher introduce in maniera categorica il problema: «Mentre la cultura sperimentale del ventesimo secolo era preda di un delirio ricombinatorio che dava l’impressione che la novità fosse disponibile all’infinito, il ventunesimo secolo è oppresso da un soffocante senso di finitezza e sfinimento. Non si ha affatto l’impressione di trovarsi nel futuro. O in alternativa, non si ha l’impressione che il ventunesimo secolo sia già cominciato». Cosa pensi di questa sua riflessione?

Hai ragione, quest’idea della “scomparsa del futuro” è uno dei punti chiave del pensiero di Fisher, e mi sembra anche un modo geniale per collegare critica politica e analisi culturale. Mark nota che il modernismo è stato il motore delle trasformazioni e innovazioni culturali di tutto il Novecento (non si tratta qui solo solo del ‘classico’ modernismo colto, bensì anche e soprattutto di quello che lui chiama “modernismo popolare” visibile nella cultura di massa). A suo modo di vedere, gli ultimi decenni hanno visto emergere una cultura pop dominata dal pastiche e dalla ripresa di moduli stilistici preesistenti, o in altri termini da quella che Fredric Jameson ha descritto più di trent’anni fa con grandissima preveggenza come “cultura post-moderna”. Per questo Fisher scrive di non avere l’impressione di trovarsi nel futuro. Ma il contributo più originale del suo pensiero è stato forse quello di collegare la riflessione sull’attuale stasi culturale con il dominio del neoliberismo e del realismo capitalista, ossia l’affermazione planetaria di un’ideologia che in certo senso impone l’attuale presente come unico modello e metro di riferimento per passato e futuro. In un suo articolo scrive: «L’incapacità della cultura pop di produrre innovazione è un persistente segnale ambientale del fatto che nulla cambierà mai». Naturalmente la “novità” di cui parla Fisher non è il nuovo per il nuovo, o lo pseudo-nuovo che ci viene propinato quotidianamente, ma un nuovo che riflette le realtà della società attuale e che riesce a prefigurare, a farci intravedere un mondo diverso e migliore. Uno degli effetti di questa prospettiva, a mio giudizio, è quello di permetterci di uscire da una visione angusta di “arte politica”, cioè di un’arte o linguaggio comunicativo necessariamente impegnati e in un certo senso propagandistici (visione che mi pare ancora abbastanza prevalente in Italia, dove “politico” è ciò che è esplicitamente politico, che esprime un evidente contenuto ideologico). Osservati dalla prospettiva di Fisher, perciò, anche generi musicali apparentemente privi di un contenuto politico esplicito, come per esempio la jungle o la canzone pop, possono essere visti come carichi di significati politici. E sulle origini dell’innovazione e sulle ragioni della stasi culturale Fisher sembra non avere dubbi: «L’innovazione in questo campo ha in gran parte avuto origine dal proletariato. Il neoliberismo ha costituito un attacco sistematico e prolungato alla vita della classe operaia: ormai i risultati sono sotto gli occhi di tutti».

Letteratura, cinema e soprattutto musica. Al di là del pensiero in sé, è il metodo di Fisher ad essere affascinante: passare senza soluzione di continuità tra campi diversi, cogliere segnali tanto nella cultura alta quanto in quella più commerciale. Fisher è un modello di intellettuale che sembra non conoscere confini di gioco.

Penso che in parte ciò si ricolleghi alla tradizione dei cultural studies britannici di cui dicevamo prima, almeno nel senso più nobile del termine: la capacità di leggere significati politici e sociali anche in oggetti ‘bassi’ come la musica pop, la letteratura di intrattenimento, i programmi tv commerciali. Ma la liquidità del pensiero di quest’autore può anche essere ricondotta alla sua particolare dimensione professionale ed esistenziale, visto che per gran parte della sua vita adulta Fisher non ha mai coperto posizioni all’interno nell’accademia, e quindi era un critico culturale intellettualmente poco legato agli specialismi di settore e molto più libero di “giocare” con le idee e i campi della cultura. In parte, poi, ciò può anche essere ricollegato al particolare modo in cui Fisher lavorava, utilizzando cioè in modo massiccio internet e i blog. In questo senso, il suo eclettismo riflette anche quello di una dimensione culturale e comunicativa del tutto legata all’esistenza e alle possibilità del web, una dimensione completamente diversa da quella sperimentata dagli intellettuali formatisi prima di lui.

Raccontaci qualcosa del tuo lavoro. Banalmente, com’è stato tradurre Fisher?

Abbastanza complicato. I libri di Fisher abbondano di riferimenti a una miriade di campi: musica, cinema, tv, arti visive, letteratura di genere, politica, filosofia, media, società, psicoanalisi. In alcuni casi ho dovuto documentarmi su artisti o autori di cui conoscevo pochissimo. In altri, sui linguaggi specialistici utilizzati in italiano per esprimere particolari concetti tecnici. In generale, poi, i testi di Fisher sono zeppi di riferimenti alla cultura e all’attualità politica britannica degli ultimi decenni. Sul piano traduttivo, ad esempio, la ricchezza di riferimenti e citazioni mi ha costretto a una grande quantità di ricerche e verifiche, su internet come su volume. Ti porto un caso banale. Fisher cita spesso Freud, e ovviamente lo fa da una traduzione inglese. Ma io non posso ritradurre la traduzione inglese di Freud, devo citare quella disponibile al lettore italiano. Così, nella monumentale opera di Freud tradotta in Italia, devo andare a cercarmi i passi citati da Fisher in inglese. Poi ci sono certe sue oscurità di linguaggio, che hanno richiesto lunghe riflessioni, per non parlare dei suoi geniali neologismi… Come dicevo, però, in questo sono stato facilitato dalla mia formazione abbastanza eterogenea, visto che ho studiato musica ma sono anche stato allievo di Umberto Eco a Bologna, che ho vissuto in Inghilterra e ci ho fatto un dottorato, e che sono per natura abbastanza curioso. Quindi tradurre Fisher è stato impegnativo, ma anche molto stimolante e divertente.

Dei due libri che hai tradotto, quale senti più vicino? E perché?

È difficile dirlo. Il primo parte da un progetto in un certo senso più unitario, quello di esaminare le nozioni di weird ed eerie attraverso una serie di campi come letteratura, fantascienza, musica. Il secondo presenta fin dal titolo qualcosa di più personale, e dà molto spazio alla musica, oltre che a tv e cinema. A pensarci bene mi verrebbe da risponderti “il terzo”, cioè il libro che uscirà a breve. Questo perché Fisher è un autore che impari a scoprire un po’ alla volta, e che apprezzi sempre più mano a mano che conosci la sua opera. È un aspetto che forse si lega anche al lavoro traduttivo. Chi non fa questo mestiere probabilmente non se ne rende conto, ma tra tutti i lettori, il traduttore è quello che forse legge più a fondo un libro, perché ci passa letteralmente sopra giorni e mesi. A volte magari lo legge persino più a fondo dell’autore, che è tutto preso dall’impulso di scrivere e dà molte cose per scontate. Nel caso dell’ultimo libro, che raccoglie scritti politici pubblicati a caldo su eventi e situazioni contingenti della Gran Bretagna contemporanea, emerge con forza un aspetto dell’opera di Fisher che ho trovato emozionante e quasi commovente: la sua passione civile, la sua indignazione, e in ultima analisi la sua capacità di pretendere un futuro diverso per tutti noi.

Massimo Castiglioni
Massimo Castiglioni
È nato a Roma nel 1988. Collabora con diverse riviste occupandosi prevalentemente di letteratura e cinema.
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